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Le politiche commerciali nel 2008

Continua la crescita esponenziale degli accordi preferenziali bilaterali e regionali, nonostante la crisi finanziaria globale abbia provocato l'introduzione di alcune misure protezionistiche.

Il numero dei Preferential Trade Agreements (PTA), che includono gli accordi di libero scambio e altre forme di cooperazione economica, conclusi nel periodo 2000-2008 ammonta a più della metà di tutti quelli conclusi nel secolo precedente.

Le ragioni di questo fenomeno sono sostanzialmente tre:

  1. il Doha Round non produce risultati di rilievo ormai da anni
  2. l’effetto competizione spinge i paesi ad aumentare il peso della propria area rispetto ai concorrenti
  3. l’effetto domino in base al quale la creazione di blocchi commerciali spinge i paesi a farne parte per timore di rimanere isolati.

Questa proliferazione di iniziative contribuisce a dare una spinta in senso di liberalizzazione degli scambi in un momento in cui la negoziazione in sede multilaterale risulta bloccata. Molti analisti temono però: 

  • l’aumento della complessità dei meccanismi commerciali globali che finirebbero per frammentare ancora di più, anziché integrare, le economie dei diversi paesi
  • che i paesi più deboli nelle negoziazioni bilaterali possano essere indotti ad accettare accordi non paritari pur di assicurarsi benefici minimi (i paesi meno sviluppati sono più tutelati in sede Omc).

Per conciliare i numerosi accordi regionali con le norme multilaterali nel 2007 è stato definito il nuovo Transparency Mechanism che assicura che gli accordi bilaterali e regionali preferenziali siano compatibili con le norme dell’Omc.

I positivi esempi di Europa, Nafta e Mercosur testimoniano il fatto che, contrariamente ad alcune pessimistiche previsioni, il commercio mondiale non si è indirizzato nel senso di una guerra tra blocchi di mercato.

Asia-Pacifico

La crescita degli accordi preferenziali su base bilaterale o regionale è stata negli ultimi anni particolarmente rilevante per l’area asiatica. Questo è evidente nel numero crescente di accordi firmati da Cina, Giappone e Corea del Sud che, ancora nel 2001, non erano parte di alcuno di essi.

Da quando è entrata nell’Omc, la Cina ha concluso 7 accordi bilaterali nell’area Asia-Pacifico. Particolarmente importanti quello con l’Asean nel 2002, e quello con la Nuova Zelanda concluso a marzo 2008.
Tuttora lontana dalla finalizzazione è invece l’area di libero scambio (o Free Trade Area, FTA), in discussione dal 2005 con l’Australia, nonostante la crescita sostenuta degli scambi tra i due paesi che ha portato la Cina a divenire il primo partner commerciale dell'Australia nel 2008. Per la Cina la negoziazione di accordi è anche un mezzo per stabilire buone relazioni diplomatiche.

Anche l'Asean ha continuato la corsa alla firma di FTA, sia su base bilaterale che multilaterale. I singoli paesi membri sono impegnati in circa 130 FTA in vari stadi di negoziazione, mentre l'Asean come blocco regionale partecipa a un totale di sei (di notevole importanza l’accordo del febbraio 2009 con Australia e Nuova Zelanda).

Il Giappone è stato uno dei primi a pronunciarsi in favore degli accordi preferenziali su base bilaterale e regionale, come un mezzo per aumentare il potere negoziale nell’arena globale, favorire l’integrazione e incentivare gli scambi.

La Corea del Sud è uno degli stati maggiormente attivi, con FTA in progresso o in atto nei cinque continenti (Stati Uniti e Asean, Cile, Singapore, India, Ue, Efta, Canada e Messico) e con prospettiva di iniziare analoghe negoziazioni con Australia, Nuova Zelanda e Perù.

Americhe

Il panorama dell’emisfero occidentale rivela una crescente sfiducia nei meccanismi negoziali multilaterali, anche a livello regionale, che ha interessato tanto gli Stati Uniti quanto i paesi latinoamericani.

Mentre prima del 2000 l’attività bilaterale degli Stati Uniti era stata piuttosto limitata – Nafta e Israele – negli anni successivi il numero delle FTA è andato aumentando notevolmente, con partner di varie parti del mondo, e la tendenza non ha mostrato segni di inversione nemmeno dopo le elezioni presidenziali del novembre 2008.

L’America centro meridionale ha conosciuto la massima attività negli anni cinquanta, quando furono formate le grandi aggregazioni regionali (Cacm, Andean, Mercosur e Caricom) con il Mercosur che rappresenta il più avanzato esempio di integrazione economica e commerciale. Da rilevare la recente attività cinese nel concludere accordi ad ogni livello con i paesi sudamericani.

Il Perù ha siglato nel maggio 2007 due FTA, una con Singapore (che garantisce a gran parte dell’import e a tutto l’export dazio zero) e l’altra con il Canada.

Africa

Il continente africano è tradizionalmente il meno dinamico nelle negoziazioni bilaterali. La prima FTA del continente è stata siglata nel 2000, all’interno dell’area COMESA, da parte di 9 paesi membri (Djbouti, Egitto, Kenya, Madagascar, Malawi, Mauritius, Sudan, Zimbabwe e Zambia), a cui si aggiungeranno via via tutti gli altri (19 in tutto).

L’Unione europea

Gli accordi commerciali bilaterali non rappresentano una novità nella politica commerciale dell’Ue. Pur rinnovando l'impegno prioritario per il processo di liberalizzazione commerciale in ambito multilaterale, è stata avviata una nuova serie di negoziazioni nell'ambito di accordi commerciali bilaterali.

I negoziati di partenariato economico tra l’Ue e i paesi Acp hanno marciato a ritmo spedito, anche se numerosi disaccordi, soprattutto da parte dei paesi africani, ne hanno ritardato la conclusione. Difficoltà notevoli, anche se in via di risoluzione, sono state incontrate in quelli con la Corea del Sud.

A ritmo lento sono proseguite anche le trattative per un accordo di libero scambio con l’India e di associazione con la Comunità Andina e gli Stati dell’America Centrale.

Grandi progressi sono stati invece registrati con i paesi del Mediterraneo, con la prevista ratifica dell'accordo di Associazione con la Siria per il 2009 e l'inizio ufficiale dei negoziati con la Libia a luglio 2008.

Approfondimenti su: www.bilaterals.org

Ritorno al protezionismo?

Parallelamente all’aumento esponenziale di accordi preferenziali, negli ultimi due anni, a seguito dei diversi shock che hanno colpito gli scambi internazionali, si è andata manifestando in alcuni paesi un’altra tendenza che ha portato restrizioni di vario genere al commercio internazionale.

Il susseguirsi negli ultimi anni di brusche fluttuazioni di domanda e offerta, e soprattutto dei prezzi delle materie prime, hanno indotto alcuni paesi a cercare di isolare i propri mercati da queste fluttuazioni, con un rafforzamento delle misure protezionistiche.

La misura più comune è stato il ricorso al divieto di esportazione per il riso, che Cina, India, Egitto hanno introdotto dal 2007, e che il Brasile ha adottato come misura temporanea a partire da aprile 2008. Anche il Vietnam, secondo esportatore mondiale, ha posto un temporaneo divieto sui contratti all’export. 

Altri hanno imposto dazi all’export (come nel caso dell’Argentina con soia e girasole) che hanno contribuito ad un aumento generalizzato dei prezzi.

I sussidi agricoli hanno prepotentemente ripreso quota: sono passati, nei paesi Ocse, dagli 80 miliardi di dollari del 2004 ai 280 del 2008.

Anche il recente rallentamento dell’attività economica e l’aumento dei livelli di disoccupazione in molti paesi ha indotto diversi governi a "proteggere" alcuni settori.

I dazi antidumping - prima utilizzati solo da Unione Europea, Canada, Australia, Nuova Zelanda e USA - ora vengono sfruttati anche dai Paesi emergenti o in via di sviluppo.

Il paese che si è distinto per il più elevato numero di procedure iniziate è l’India, con 54 casi totali, di cui 23 riguardanti il settore dell'acciaio. Un alto numero di casi ha caratterizzato anche il Brasile (23), Turchia (23), Argentina (19), Stati Uniti e UE (18 rispettivamente).

La Cina è stata di gran lunga il paese più frequentemente oggetto di investigazioni, con 66 iniziative registrate a suo carico, quasi un terzo in più del 2007. I settori più colpiti sono stati ferro e acciaio (48), prodotti chimici e tessile.

Fonte: Rapporto Ice 2008-2009. L’Italia nell’economia internazionale