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Scenari SACE: i Paesi emergenti dopo la crisi
SACE, nella newsletter "Scenari" di ottobre, fa il punto della situazione dopo la pausa estiva. La maggior parte dei Paesi emergenti reagisce alla crisi internazionale meglio dei Paesi più avanzati.
La gestione misurata delle politiche fiscali, la collaborazione con le istituzioni finanziarie internazionali e l’adozione di riforme strutturali per migliorare i contesti politici ed operativi, adottate da molti Paesi emergenti, si stanno rivelando fondamentali per il consolidamento post crisi.
Contesto diverso per le economie avanzate, maggiormente colpite dalla crisi proprio per le caratteristiche di maturità e integrazione dei loro sistemi economici. Il pieno recupero dipenderà sostanzialmente dalla ripresa dei flussi commerciali, dall’adozione di politiche di rilancio dell’attività economica e del mercato del lavoro. Migliorano le condizioni finanziarie e la liquidità nei mercati maturi, nonostante i sistemi bancari siano ancora contenuti nei confronti dell’erogazione del credito.
Ecco una sintesi della panoramica SACE sui Paesi emergenti.
America Latina
L’America Latina è sostanzialmente divisa in due:
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da una parte i paesi che negli ultimi anni hanno adottato politiche prudenti, sfruttando il boom delle commodity per consolidare la propria posizione macroeconomica (Brasile, Cile e Colombia)
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dall’altra paesi in cui la gestione delle risorse ha seguito logiche di breve periodo che hanno causato una sistematica debolezza dei fondamentali economici (Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua).
I Paesi del primo gruppo hanno consolidato i conti pubblici, hanno rafforzato e diversificato l’attività economica e hanno adottato politiche che li hanno progressivamente resi mercati appetibili per gli investitori internazionali. Per il 2010 si confermano ottime previsioni di crescita.
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Consumi (e classe media) in crescita, ingenti investimenti nei settori strategici (energia e infrastrutture) e continuo afflusso di investimenti esteri sono i principali driver della crescita del Brasile.
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Il Cile, grazie alle politiche di stimolo prontamente adottate, ha superato sia la crisi globale che gli effetti del terremoto di febbraio e la crescita attesa per tutto il 2010 è sostenuta principalmente dagli investimenti pubblici, ma anche da un settore privato dinamico.
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La Colombia, pur presentando una struttura produttiva ancora poco diversificata, ha ottimi margini di miglioramento grazie a una domanda interna in ripresa e all’intervento pubblico a sostegno delle grandi opere.
Molto diversa invece è la situazione di Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua. Sonomercati chiusi, scarsamente diversificati e considerati poco appetibili dagli investitori esteri. La ripresa (e la sostenibilità delle politiche adottate) è legata strettamente all’andamento del prezzo degli idrocarburi, con tutta l’instabilità che ne deriva.
Dinamica infine la situazione dell’America Centrale, dove economie dalle dimensioni ridotte sono uscite indenni dalla crisi, registrando costantemente tassi di crescita positivi. Panama, Repubblica Dominicana, Costa Rica riportano performance economiche solide, stabilità politica e contesti operativi appetibili.
Europa emergente
Le economie dell’Europa centro-orientale hanno un destino strettamente legato a quellodei cugini occidentali.
Lettonia, Romania e Ungheria hanno sofferto maggiormente e oggi si ritrovano a dover bilanciare l’adozione delle severe ricette fiscali del Fondo Monetario Internazionale e la richiesta di politiche fiscali espansive per rilanciare l’economia e proteggere le classi più deboli.
L’adozione dell’euro (a parte l’Estonia che entrerà nell’euro zona a gennaio 2011) sarà posticipata sia per la difficoltà nel rispettare i criteri di Maastricht sia per la maggiore severità che la BCE adotterà nella valutazione dei candidati, in modo da evitare che possa ripetersi un caso simile a quello greco.
Balcani
L’Europa sud-orientale potrebbe subire forti conseguenze della crisi greca a causa degli stretti legami economici, commerciali e finanziari con Atene. A ciò si aggiungono i rischi cronici della regione: lo stand-by nel processo di costituzione democratica della Bosnia Erzegovina, la difficoltà nell’approvazione delle riforme in Macedonia, gli squilibri con l’estero del Montenegro.
A settembre l’assemblea dell’ONU ha accettato la risoluzione sul Kosovo concordato dall’Unione Europea con la Serbia. Tuttavia la situazione nella città divisa di Mitrovica è ancora esplosiva.
L’Albania sta sperimentando una certa instabilità politica a causa dello stallo nei negoziati per l’ammissione nell’Unione Europea.
In Turchia, invece, le prospettive di crescita sono positive per il 2010-11 e il recente referendum di riforma della Costituzione rappresenta un passo in avanti nel consolidamento delle istituzioni democratiche.
CSI
Le economie petrolifere della regione (Russia, Kazakhstan, Azerbaijan, Turkmenistan e Uzbekistan) hanno potuto beneficiare della ripresa dei prezzi degli idrocarburi.
La Russia è uscita dalla crisi dimostrando una buona stabilità e sia l’economia reale che il sistema bancario hanno retto all’urto delle turbolenze dei mercati grazie agli introiti accumulati nei fondi di riserva.
Le piccole economie (Armenia, Moldavia e Georgia) sono ancora in affanno, anche se la ripresa dei colossi economici della regione sta avendo riflessi positivi.
La rischiosità politica è in aumento in Asia centrale. In Kirghizistan, dopo la rivolta in aprile che ha portato il presidente alla fuga, sono attese le elezioni in ottobre, vero banco di prova della stabilità politica del paese.
In Tagikistan invece aumenta l’incertezza politica a causa del rafforzamento delle forze anti-governative nella parte orientale del paese.
Ucraina e Kazakhstan, particolarmente colpiti dalla crisi, cominciano a mostrare i primi segnali di recupero, anche se ci vorranno diversi anni prima che i sistemi finanziari dei due paesi si ristabiliscano e tornino ad essere redditizi.
Medio Oriente
Il Medio Oriente la crescita stimata per il 2010 è del 4,4% in media, trainata dalla ripresa dell’afflusso di capitali, del consumo privato e dall’aumento del prezzo del petrolio. Freno della crescita resta la difficoltà di accesso al credito, soprattutto negli EAU e in Bahrein. Voce a se stante il Qatar, in cui la produzione di gas continuerà a far crescere il paese a tassi a due cifre.
I governi delle economie oil-driven sono impegnati in ambiziosi piani di investimento destinati a diversificare l’economia (Ninth Development Plan di 386 miliardi di dollari in Arabia Saudita e il piano di sviluppo quinquennale di 107 miliardi di dollari nel Kuwait).
Africa Sub-Sahariana
Il continente sub-sahariano sembra aver lasciato alle spalle il periodo di crisi. Le stime indicano una crescita del PIL reale dell’area al 4,5% nel 2010, e del 5% nel 2011. Gli effetti della crisi internazionale sulla regione sono stati attutiti da sistemi finanziari isolati e dall’adozione di politiche fiscali e monetarie prudenti.
Nigeria e Sudafrica sono accomunate da alcune tensioni sul versante socio-politico, la prima con le elezioni generali anticipate a gennaio 2011, la seconda alle prese con prolungati scioperi e frizioni all’interno della maggioranza di governo. L’economia del Sudafrica è tornata a crescere grazie alla domanda estera di materie prime e beni intermedi. Tuttavia la disoccupazione, l’indebitamento delle famiglie e gli squilibri nei conti pubblici spingono il governo alla cautela in politica monetaria e fiscale.
Il rincaro dei prezzi internazionali degli idrocarburi e l’aumento degli investimenti esteri consolidano intanto la ripresa in Nigeria, con ricadute positive anche negli altri settori dell’economia.
Africa orientale
Sotto gli auspici dell’avvio del mercato comune a luglio, i paesi della East African Community sono tra i più dinamici: il Kenia, hub commerciale e finanziario regionale, registra una solida ripresa sulla scia di prezzi stabili delle commodity, di una positiva performancenel settore agricolo e di un risveglio del comparto turistico.
Anche la Tanzania beneficia del supporto delle istituzioni internazionali e dell’espansione dell’agricoltura e del settore delle costruzioni; la relativa pacificazione socio-politica e le strategie business friendly adottate in Burundi, Ruanda, Uganda (quest’ultimo avvierà la produzione petrolifera nel 2011) alimentano l’interesse degli investitori internazionali e rafforzano le premesse per una solida crescita.
Mediterraneo
I paesi della sponda sud del Mediterraneo offrono prospettive positive anche nel biennio 2010-11 (PIL +4,1%). I motori della crescita sono da individuare da un lato nelle risorse energetiche di cui dispongono alcuni di essi (come Algeria e Libia che proseguono sulla strada degli investimenti pubblici per lo sviluppo infrastrutturale) dall’altro al rafforzamento dei consumi interni che ha permesso ai paesi prevalentemente votati al manifatturiero, tra cui Egitto, Tunisia e Marocco, di mitigare l'indebolimento delle proprie esportazioni verso i principali mercati di destinazione, Unione Europea e paesi del Golfo, fortemente colpiti dal rallentamento globale.
Asia
La crisi ha determinato un cambiamento nelle dinamiche internazionali, e l’Asia in particolare si trova ad avere un ruolo sempre più importante a livello mondiale. Le stime di crescita per l’area sono dell’8,2% per il 2010. I fattori propulsori nella fase post-crisi sono:
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la ripresa delle esportazioni
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la maggiore solidità della domanda privata
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gli effetti prolungati delle politiche fiscali e monetarie.
La Cina, nonostante il rallentamento atteso per il secondo semestre del 2010, legato a un effetto di base oltre che al graduale ritiro delle politiche espansive, ha superato il Giappone, attestandosi come seconda economia al mondo dopo gli Stati Uniti.
L’India mostra una performance superiore alle aspettative, grazie al ruolo dei consumi privati e della domanda di investimenti (8,5% la crescita del PIL prevista per il 2010).
Ottime le performancedei paesi dell’ASEAN che hanno beneficiato della ripresa del commercio internazionale: l’Indonesia si conferma l’economia più promettente tra le emergenti; la Malesia, che ha predisposto un piano di investimento per diversificare la propria struttura economica, attualmente molto dipendente dalle esportazioni nei confronti di Singapore, Cina, USA; Filippine e Tailandia che hanno registrato una crescita sostenuta nonostante i disordini politici (6,2% e 7% rispettivamente la crescita per il 2010).
Complessa la situazione di Maldive, Pakistan e Sri Lanka, che continuano i programmi di aggiustamento con il FMI per ridurre i proprio squilibri.
Positiva la ripresa di Hong Kong, Taiwan, Sud Corea e Singapore, che avevano risentito maggiormente dell’impatto della crisi data la loro struttura economica simile a quella dei paesi avanzati.
Fonte: "Scenari n. 40" - ottobre 2010
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