All'inizio degli anni novanta numerosi studiosi, economisti e policy - makers stranieri "scoprono" i distretti. Molti Paesi vedono nel modello dei distretti un importante fattore critico di successo per avviare e/o rilanciare politiche di sviluppo locale. Da allora gli studi, le ricerche, gli approfondimenti sul tema dei distretti si sprecano.
Nell'evoluzione delle analisi degli ultimi anni si sono introdotte alcune sensibili modificazioni nell'apparato concettuale tipico dei distretti:
- la categoria della gerarchizzazione con la nascita ed il consolidamento delle imprese leaders
- la categoria delle "reti lunghe", la cosiddetta deterritorializzazione del distretto
- la definizione e individuazione dei "metadistretti", nei quali si inserisce come fattore distintivo non solo la produzione manifatturiera, ma soprattutto la produzione di conoscenza.
Sul fronte delle analisi dell'esistente è già stato detto molto, se non tutto. Non così appare per quanto riguarda gli sviluppi attuali e soprattutto futuri del modello distrettuale.
Proprio quando si stavano ancora celebrando "le magnifiche sorti e progressive" dei distretti italiani, sono entrati prepotentemente nello scenario economico mondiale nuovi fattori e nuovi attori, che hanno costretto i cultori della materia e i policy makers ad un brusco risveglio:
- la concorrenza dei cosiddetti "Paesi Emergenti", oggi diventati potenze economiche di primissimo piano (uno fra tutti: la Cina)
- la moneta unica europea, con la conseguente impossibilità di utilizzare il tasso di cambio come leva competitiva interna
- la dinamica dei tassi di cambio euro/dollaro molto penalizzante per le esportazioni dei Paesi dell'Euro
- i trattati europei che in questa fase agiscono più come vincolo che come opportunità
- la saturazione dei mercati.
Indubbiamente la sfida a cui sono oggi sottoposti i distretti è epocale.
La concorrenza cinese, che utilizzando termini soft vogliamo definire "asimmetrica", impatta direttamente sulle specializzazioni del Made in Italy, che come è noto è fortemente basato territorialmente nei distretti.
La riduzione di quote di mercato internazionale nei nostri settori tradizionali, iniziata alla fine degli anni novanta, ha significato una perdita cumulata di assoluto rilievo in percentuale del PIL e si è tradotta anche in una perdita di posti di lavoro nell'industria manifatturiera, fenomeno aggravato anche dalle delocalizzazioni da costi avviate da molte imprese, anche distrettuali.
COME RILANCIARE I DISTRETTI?
Secondo alcuni esperti il modello dei distretti industriali è ormai superato.
Altri ritengono che le risposte possibili per le economie distrettuali si collochino entro quattro-cinque linee guida:
- maggiore innovazione, non solo di processo, ma di prodotto (design) e organizzativa, estesa a cascata a tutte le imprese distrettuali
- maggiore internazionalizzazione, intesa non solo come flussi di esportazione, ma come investimenti diretti all'estero (possibilmente aggiuntivi e non sostitutivi di quelli esistenti)
- maggior formazione allargata a tutte le figure professionali, imprenditori compresi
- maggior accessibilità al credito, in particolare a nuove forme di finanziamento a medio termine.
Queste azioni sono destinate a ricollocare il distretto, seguendo le fasi del ciclo di vita dello stesso, al fine di evitarne l'inarrestabile declino. Nella consapevolezza che è molto più facile dare ricette che applicarle concretamente, analizziamo i singoli temi sopracitati.
L'innovazione
Nelle imprese dei distretti si manifestano di solito le seguenti situazioni.
- La maggioranza delle imprese ha effettuato ed effettua innovazioni di processo, attraverso investimenti in macchinari innovativi in sostituzione degli impianti più obsoleti, finalizzate all'aumento dei volumi produttivi, ma anche e soprattutto all'innalzamento dei livelli qualitativi e quindi ad un'innovazione incrementale del prodotto.
- Appare invece più scarsa la capacità di innovare in modo radicale i prodotti. Si tratta di affiancare alle vecchie competenze su cui si è basato il successo del distretto, nuove competenze, centrate ad esempio sull'elettronica-informatica, sulle scienze della comunicazione, sull'estetica, sulle competenze terziarie ad elevato contenuto intellettuale.
- Difficili o quantomeno problematici sono anche i rapporti con i fornitori istituzionali di innovazione. Questo è riconducibile da un lato alla scarsa presenza all'interno delle aziende di figure professionali adeguate a dialogare con tali enti, dall'altro, alla lontananza, alla diffidenza e alla scarsa conoscenza dell'offerta di innovazione tecnologica proveniente dall'Università.
- Molto critico anche il ricorso ai finanziamento e alle agevolazioni pubbliche per gli investimenti tecnologicamente innovativi. In molti casi, più che un programma di investimento in attività innovative da realizzare per migliorare la propria posizione competitiva, le Pmi vedono nella legge di agevolazione una fonte importante di finanziamento del capitale circolante dell'impresa.
Bisogna quindi pensare forme e modalità di finanziamento più semplici e gestibili dalle piccole imprese distrettuali e introdurre forme di agevolazione che favoriscano l'aggregazione di imprese su progetti congiunti di interesse distrettuale, quantomeno a livello precompetitivo.
Dall'internazionalizzazione all'organizzazione globale della catena produttiva
Le aziende dei distretti esportano mediamente più del 50% della loro produzione (in questo dato si comprende anche l'esportazione indiretta delle microimprese).
Il distretto, perciò, appare già come una struttura industriale internazionalizzata (nel senso che vende all'estero gran parte dei prodotti finiti), ma non è ancora abbastanza globale, se con questo termine si intende una catena produttiva distribuita su una pluralità di paesi, ciascuno dei quali viene scelto per i vantaggi che rende accessibili alla fase che ospita.
Per passare dall'internazionalizzazione all'organizzazione globale della catena produttiva bisogna inoltrarsi in processi di delocalizzazione delle fasi "povere" della catena, in strategie di networking o di investimento diretto all'estero per avere accesso ai luoghi eccellenti in cui prendono forma le nuove idee tecnologiche o di business.
Ma come è possibile coinvolgere in questo percorso anche l'universo delle microimprese artigianali che tanta parte hanno avuto nei successi delle imprese leaders distrettuali, evitando delocalizzazioni solo "da costi comparati" che rappresentano un impoverimento del territorio e non tengono in debito conto neanche il concetto di responsabilità sociale verso il sistema distrettuale?
Internazionalizzazione, inoltre, significa informazioni sui mercati di sbocco, sui partners possibili, sulle dimensioni e appetibilità dei vari mercati. Oltre alle informazioni, infine, nel momento in cui si passa all'operatività devono essere disponibili supporti qualificati di assistenza pre e post azione commerciale.
La formazione
La formazione continua è importante, ma non può essere fine a se stessa, deve essere collegata a un mestiere, a un lavoro concreto. Il rischio è di avere quarantenni con master che non hanno mai visto una fabbrica, uno studio, un laboratorio.
Il distretto industriale fonda la sua prosperità su un tessuto economico di tipo industriale - artigianale, in cui due dei fattori critici di successo sono la professionalità diffusa e lo spirito imprenditoriale.
Un elemento imprescindibile che ha favorito lo sviluppo di queste aree è stata proprio la cultura materiale che la caratterizza e che ha come principio ispiratore il lavoro.
Negli ultimi anni, a questo proposito, giungono sempre maggiori segnali di una difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Da un lato permangono ancora settori produttivi o fasi di lavorazione a scarso contenuto professionale, per i quali l'offerta di lavoro non manca, grazie anche al fenomeno immigratorio.
Dall'altro appare via via crescente una domanda di lavoro maggiormente professionalizzato che non trova corresponsione nelle abilità professionali prodotte dal sistema formativo.
Difficoltà aumentata dall'assenza di un vero e proprio sistema di orientamento scolastico e professionale che indirizzi le giovani generazioni in modo efficace rispetto alle reali esigenze del mercato del lavoro.
In tutte le ricerche effettuate sui distretti, uno dei principali vantaggi localizzativi segnalati dalle imprese in essi operanti è rappresentato dalla qualità delle risorse umane e dalla specializzazione delle competenze professionali presenti e questo fattore diventa tanto più importante, quanto più diventano improrogabili politiche di maggior qualificazione e innovazione delle produzioni distrettuali.
Le risposte alle sfide poste dalla globalizzazione, nel nostro contesto socio-economico ed in particolare in quello distrettuale, non possono appiattirsi sulla ricerca esasperata e perdente di vantaggi di costo ormai irraggiungibili, ma devono focalizzarsi sull'innalzamento progressivo del livello di qualità di tutti gli attori del distretto.
L'attività di formazione non può più essere di tipo episodico, ma deve entrare a far parte stabilmente delle strategie aziendali e quindi come tale rappresentare una voce di costo precisa ed enucleata nei bilanci aziendali.
Anche perché se la sua importanza ai fini di una maggior competitività aziendale e dei diversi territori è da tutti riconosciuta, essa va considerata al pari di un investimento di tipo innovativo e quindi non pare fuori luogo richiederne un appropriato trattamento fiscale a vantaggio di chi realmente la svolge.
Il capitale umano diventa il principale asset delle aziende ed il suo livello di qualificazione rappresenta la vera differenziazione tra le stesse.
Il credito
Secondo dati della Banca d'Italia, il credito bancario rappresenta per le imprese con meno di 10 addetti il 73 per cento dei debiti finanziari totali, contro il 55 per cento nelle società più grandi.
L'elevata incidenza degli oneri finanziari nelle piccole imprese riflette il ricorso all'indebitamento e, in particolare, la notevole dipendenza dal credito bancario, in gran parte a breve termine, spesso in conto corrente.
Ne derivano una minore flessibilità nelle scelte di investimento e una maggiore fragilità finanziaria nelle fasi avverse del ciclo economico.
Una struttura del passivo sbilanciata verso l'indebitamento può impedire di cogliere buone opportunità di investimento, pregiudicando le potenzialità di crescita.
Le banche, quindi, ed in particolare le banche locali direttamente o attraverso società specializzate, dovranno indirizzare il risparmio verso forme innovative di finanziamento delle imprese di minori dimensioni.
Pensiamo ai bond di distretto, per permettere alle imprese che lo desiderano un'apertura al mercato dei capitali, fino a sfociare nella quotazione.
L'inasprimento della concorrenza, interna ed estera, l'eliminazione delle segmentazioni operative, il procedere delle concentrazioni bancarie e l'assottigliarsi della proprietà pubblica stanno guidando il sistema bancario verso assetti più efficienti.
Importante è in questo processo di concentrazione e globalizzazione non dimenticarsi del locale.
Ciò è vero soprattutto per quelle banche locali che tanta parte hanno avuto nello sviluppo dei distretti e che adesso sembrano più orientate alla gestione del risparmio che non a sviluppare e diffondere strumenti di mercato idonei a sostenere la crescita delle imprese piccole e medie dei distretti.
La successione d'impresa
Anche se non citato così spesso come i temi precedenti, appare opportuno sottolineare la rilevanza del tema della successione d'impresa nei distretti industriali. Se la successione assume un rilievo di grande criticità nel ciclo di vita di un'impresa, in particolare di quelle a controllo familiare, tale criticità aumenta in misura considerevole se l'impresa si trova ad operare in un contesto di tipo distrettuale.
In un distretto, infatti, la tipicità del tessuto economico caratterizzata da collaborazioni e diffusi legami operativi tra le aziende crea un insieme di forti interdipendenze, per le quali nel processo di successione che investe apparentemente una singola azienda in realtà vengono messi in gioco una serie di equilibri e di rapporti che sono cruciali non solo per la vita della stessa azienda, ma per l'intero sistema distrettuale.
Conclusioni
La storia economica ci ricorda che la realtà dei distretti industriali, come qualsiasi modello organizzativo, o si evolve o scompare (vedi ad esempio l'esperienza inglese della fine ottocento e dei primi del novecento). Ma è convinzione, per fortuna non solo mia, ma di molti altri più illustri cultori, che nel dna dei principali e più consolidati distretti italiani ci siano le capacità e le risorse umane e tecnico-economiche per reagire.
Sicuramente la fase di sviluppo estensivo è finita. Probabilmente, il distretto da solo in forma spontanea non riuscirà a mettere in campo risposte adeguate al profilo delle sfide che ha di fronte.
E' necessario, perciò, passare da una "manifestazione d'interesse", ad un piano operativo concreto che stabilisca chi fa che cosa e per quale obiettivo, sapendo che spesso la realtà con la quale dobbiamo fare i conti non è solo quella che viene descritta nei libri, ma magari quella un po' più "ruspante" della microimpresa o della piccola impresa per la quale il motto sembra essere "prima sopravvivere poi filosofare".
Se vogliamo salvaguardare il patrimonio dei distretti, è il momento di passare dalle parole ai fatti concreti in tema di politiche per i distretti. Politiche che riguardano senz'altro le tematiche fin qui citate, ma affrontate con un'ottica reale di sistema, che coinvolga tutte le tipologie delle imprese distrettuali.
Ben sapendo che se:
- le imprese leaders non innovano o non si internazionalizzano o non investono in formazione, difficilmente lo potranno fare le microimprese che vivono di domanda derivata
- le banche non fanno la loro parte nel processo di sviluppo locale, anche attraverso strumenti innovativi (ricordo ancora il bond di distretto), mancherà un pilastro fondamentale al riposizionamento del distretto
- la politica non si fa carico di difendere a livello europeo il patrimonio industriale, tecnologico ed umano rappresentato dai distretti italiani, con azioni attive di tutela dei marchi d'origine e, perché no, anche criteri più restrittivi di salvaguardia, a rimetterci sarà tutto il nostro Paese
Luciano Consolati
Segretario Generale della Confartigianato Unione di Brescia.
E' stato direttore dell'Agenzia Lumetel (operante nel distretto delle Valli Bresciane) e Segretario del Club dei Distretti Industriali.
Svolge attività di ricerca e consulenza a favore di imprese ed Enti in materia di sviluppo del territorio e del sistema imprenditoriale.
Collabora con Promos nell'ambito del progetto di trasferimento del modello distrettuale lombardo in Brasile, finanziato da Sebrae e Banca InterAmericana di Sviluppo.
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