L’ufficio europeo dei Marchi e Disegni - normalmente indicato come UAMI e che ha sede ad Alicante - ha pubblicato i dati statistici relativi ai depositi dei Marchi Comunitari nel corso del 2008.
Il marchio comunitario, lo ricordiamo, è una privativa di estremo interesse per tutti i soggetti che operano nell’area UE poiché, con un unico deposito, a costi piuttosto contenuti, si ottiene una protezione estesa ai 27 Stati membri dell’Unione Europea.
Inoltre il marchio comunitario, a differenza di quello internazionale, è:
- un marchio unitario non frazionato in tante estensioni nazionali indipendenti (dunque sottoposto alle singole legislazioni nazionali e di più difficile gestione)
- rilasciato a seguito di un esame condotto dall’UAMI e, anche per questo motivo, gode di una maggiore autorevolezza.
L’analisi dei dati statistici mostra una flessione nel numero di domande ricevute dall’UAMI nel corso del 2008 (87.327) rispetto all’anno precedente (88.339).
La differenza, sia pure percentualmente non dirompente sul dato aggregato relativo all’intero anno, è tuttavia significativa.
Un saldo negativo rispetto all’anno precedente non si verificava dal 2002 (allora però i Paesi protetti dal marchio comunitario erano anche in numero inferiore) ed è determinato, in gran parte, dal diminuito contributo da parte di nazioni come Stati Uniti (-8%) e Inghilterra (-6%).
La flessione diviene poi assai più netta nel periodo luglio – dicembre 2008 rispetto all’analogo periodo del 2007 (il numero di domande depositate è sceso di circa il 7%).
L’Italia, in controtendenza, registra un modesto segnale positivo (+0,50%) e conferma una tendenziale stabilità e un buon appeal del marchio comunitario sulle nostre aziende.
La lettura di questi dati, che naturalmente riflette le condizioni strutturali dell’economia mondiale, attesta un arretramento nell’investimento sulla proprietà industriale – peraltro su privative che sono ottenibili a costi piuttosto contenuti. Se questa tendenza venisse confermata anche nel 2009, sarebbe un segnale non confortante, soprattutto perché coinvolge nazioni storicamente e culturalmente tra le più attente alla tutela degli asset immateriali.
Il tema è critico e non deve essere sottovalutato. Allentare l’attenzione e gli investimenti dedicati alla protezione della proprietà industriale può, infatti, rivelarsi una scelta con conseguenze pesanti, soprattutto in settori con una forte connotazione “nazionale” - ma non ad altissima specializzazione tecnologica - laddove il made in Italy rappresenta il valore aggiunto del prodotto, riconosciuto nel mondo come sinonimo di maggiore qualità e attenzione al dettaglio che, proprio nelle esperienze imprenditoriali più qualificate, viene spesso tradotto in oggetto di tutela “brevettuale”.
La rapidità dell’evolversi delle dinamiche economiche, unitamente a una crescente attenzione dei paesi emergenti sui temi della protezione della proprietà industriale e intellettuale (ben testimoniata dalla circostanza che in Paesi come Cina e Malesia le domande di marchi e brevetti crescono in maniera vertiginosa e costante da diversi anni) deve indurre, anche in momenti di tensione finanziaria, a non disperdere questi valori che, sia pure nella loro apparente “immaterialità”, oltre a rappresentare solidi asset aziendali, sono anche capaci di garantire formidabili vantaggi competitivi sui mercati di tutto il mondo.
Un ultimo dato: oltre l’80% dei marchi comunitari, sempre secondo le statistiche UAMI, sono oggi depositati tramite sistemi informatici (71% e-filing) e posta elettronica (16%).
Avv. Massimiliano Patrini