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Scheda Paese Serbia

  • Nel ranking del “Ease of doing business” del Report della Banca Mondiale “Doing Business 2012” la Serbia occupa il 92° posto su 183 Paesi analizzati (l'Italia è all'87° posto), quattro posti in meno rispetto al 2011.
  • Il Rapporto sulla competitività del World Economic Forum per il 2011-2012 posiziona la Serbia al 95° posto del ranking mondiale (l'Italia occupa il 43° posto) con un punteggio di 3,88 (Italia 4,43), con un indietreggiamento di una posizione rispetto al ranking 2010-2011.
  • La Heritage Foundation nel suo report sulla libertà economica posiziona la Serbia al 98° posto su 179 paesi (l’Italia è al 92° posto). Tra i limiti maggiori messi in evidenza in ambito economico spiccano l’inefficienza del comparto burocratico ed incertezza e scarsa trasparenza per quanto riguarda norme e regole che riguardano gli investimenti.
  • La SACE assegna alla Serbia un rischio alto (categoria OCSE di 6/7) con outlook stabile.

La Serbia sta attraversando un periodo di recessione economica, iniziata nel 2011. Tuttavia, le stime portano a ritenere che si tratti di una fase transitoria e che già dal 2013 l’economia torni a crescere così come i consumi interni. Certamente, la lunga campagna elettorale per le elezioni parlamentari e presidenziali della primavera scorsa e le attese per i risultati hanno generato un clima di instabilità politica e sociale nel paese che ha contribuito negativamente allo sviluppo economico. Con un nuovo Presidente della Repubblica ed un nuovo governo il paese appare pronto ad affrontare le sfide economiche attuali, anche se la stabilità della compagine governativa sarà messa alla prova dalla frammentazione del Parlamento a seguito del voto del maggio scorso.

L’aspetto più significativo relativo al futuro della Serbia appare l’ottenimento dello status di candidato membro all’ingresso nell’Unione europea, ottenuto nel marzo 2012. Questo risultato testimonia dei progressi politici, legislativi ed economici realizzati dalla Serbia negli ultimi anni e rappresenta uno stimolo per implementare in tempi rapidi le riforme che mancano da realizzare. In particolare, Unione europea e istituzioni economico-finanziarie internazionali spingono per una maggior liberalizzazione del mercato del lavoro e per il miglioramento dell’apparato burocratico, spesso accusato di rallentare lo sviluppo produttivo.

Sotto il profilo del business climate, sebbene il paese necessiti di migliorare il sistema di accesso al credito e di contrastare la corruzione, negli ultimi anni la Serbia ha compiuto numerosi progressi, aprendo la sua economia ad ingenti investimenti stranieri grazie al più basso livello di tassazione dell’area ed ai bassi costi dei fattori produttivi (manodopera ed energia).

Le autorità serbe stanno inoltre sfruttando al massimo la posizione geografica del paese. Se da un lato l’assenza di sbocchi al mare rappresenta un handicap di non poco conto, dall’altro lato la Serbia si trova al centro dell’area balcanica e delle principali infrastrutture di comunicazione che dall’Europa continentale portano all’area del mediterraneo orientale, all’area del Mar Nero ed alla Turchia.

Il crescente numero di accordi di libero scambio bilaterali e multilaterali firmati dai governi serbi rappresenta un’ulteriore fattore di centralità del paese, soprattutto agli occhi degli investitori occidentali.

Infine, il lungo periodo di insicurezza degli anni Novanta, caratterizzato dalle guerre balcaniche, e dall’isolamento internazionale della Serbia appare ormai superato e i rapporti regionali sembrano aver intrapreso un percorso di pacificazione e stabilità. Anche i rapporti con il Kosovo, dopo la crisi legata alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del 2008, sembrano avviati ad un lento, ma progressivo miglioramento.

(Informazioni aggiornate ad agosto 2012)

La Serbia ha una popolazione di 7,2 milioni di abitanti (stime 2012) dei quali il 22% abita nella capitale, Belgrado. Questi dati non comprendono gli abitanti della regione del Kosovo, dichiaratasi indipendente nel 2008. Nel complesso, la popolazione urbana è poco meno del 60%.

Stando all’ultimo censimento, del 2002, la gran parte della popolazione è di etnia serba (82,9%). Vi sono poi varie minoranze: magiari (3,9%), rom (1,4%), bosniaci (1,8%), montenegrini (0,9%), e un 10% formato da altri gruppi.

Il tasso di crescita delle popolazione è attualmente negativo (-0,5%). Un settimo circa della popolazione serba (il 15%) ha un'età inferiore ai 15 anni. La percentuale di persone anziane (over 65) è del 16,5% (in buona parte di sesso femminile). L'aspettativa di vita è di 75,3 anni (71,3 per gli uomini, 77,1 per le donne).

Il 9% della popolazione vive sotto la soglia di povertà nazionale. L'indice di sviluppo umano è di 0,766, ponendo la Serbia al 59mo posto su 187 paesi, al di sopra delle medie mondiali e regionali. Il grado di alfabetizzazione della popolazione serba è del 96%, con poca differenza tra uomini e donne.

L’85% della popolazione serba è di religione cristiano-ortodossa. I Cattolici sono il 5,5% della popolazione, mentre i Protestanti sono poco più dell’1%. La popolazione musulmana è al 3,5%. Seguono altri culti o persone atee.

La lingua ufficiale è il serbo, parlato da circa il 90% della popolazione. In Vojvodina sono lingue ufficiali il rumeno, il magiaro, lo slovacco, l’ucraino e il croato.

L’inglese è una lingua di uso abbastanza comune, sia tra i giovani che nel business, soprattutto nella capitale Belgrado. Sono diffusi anche il tedesco, il francese e il russo. L'italiano è poco diffuso.

Per quanto riguarda il processo di democratizzazione, secondo il Democracy Index dell'Economist, il sistema politico-istituzionale della Serbia è considerato “Regime democratico imperfetto” ed occupa il 64° posto a livello mondiale.

La Serbia sta attraversando una fase politico-istituzionale transitoria, a seguito della nomina di un nuovo governo e di un nuovo presidente della Repubblica, frutto delle tornate elettorali parlamentari e presidenziali della primavera del 2012.

L'evoluzione delle dinamiche istituzionali e politiche del paese nell’ultimo periodo ha influito sul contesto di business del paese, in particolare per il timore da parte degli investitori internazionali di una possibile deriva nazionalista e di un rallentamento delle riforme adottate negli ultimi anni per una maggior apertura e modernizzazione del mercato serbo. Sembra tuttavia da escludere che la leadership politica attualmente al potere agisca in tal senso, soprattutto se si tiene in considerazione la necessità di mantenere buoni rapporti con le istituzioni monetarie internazionali, al fine di ricevere aiuti e sostegno in questa fase di crisi economica, Inoltre, l’attuale governo dovrà portare avanti quelle riforme necessarie all’adempimento degli obblighi richiesti da Bruxelles al fine di portare a termine il processo di ingresso nell’Unione europea, sancito dall’ottenimento della Serbia dello status di candidato nel marzo 2012.

Nel 2011, il PIL serbo è stato di 36,2 miliardi di euro, mentre il PIL pro capite è stato di 4.893 euro (8.564 euro a parità di potere d’acquisto). La Serbia ha un PIL procapite di molto inferiore agli altri paesi dell’Europa centro-orientale.

Il PIL reale è cresciuto dell'1,6% su base annua nel 2011 e le prospettive per il 2012 danno una contrazione della crescita, che non dovrebbe superare lo 0,2%, portando il paese verso una fase recessiva che tuttavia non dovrebbe durare oltre il 2012.

Le prospettive economiche serbe risultano indebolite sia dalla crisi nella vicina Grecia che dalle vicende economico-finanziarie dei paesi dell’eurozona, tra i principali partner della Serbia dal punto di vista commerciale e degli investimenti in entrata.

La spesa pubblica è aumentata per far fronte alla situazione interna, attraverso l’erogazione dei sussidi e l’aumento dei salari pubblici. Inoltre il governo ha dovuto erogare aiuti per sostenere l’impianto siderurgico di Smederevo. Il deficit è attualmente al 4,5% del PIL, ma è destinato a crescere notevolmente nei prossimi mesi.

L'inflazione è stata in media dell'11,2% nel 2011, anche se è andata calando verso la fine dell'anno e nei primi mesi del 2012. Le previsioni entro il 2016 sono di un tasso compreso tra il 3% e il 4%.

Nonostante le difficoltà legate alla crescita economica, la Banca Centrale Serba ha adottato una politica monetaria restrittiva, aumentando per tre volte consecutive i tassi di interesse, arrivati al 10,5% per le operazioni a breve termine.

La valuta serba, il dinaro, si è deprezzata progressivamente nei confronti del dollaro e dell’euro, con un cambio medio stimato a 102 dinari per 1 euro nel 2012. La valuta serba dovrebbe tuttavia riapprezzarsi nei prossimi anni, fino a 118 dinari per euro entro il 2015.

Il debito estero è pari al 71% del PIL.

Altro aspetto centrale della politica economica del nuovo esecutivo è quella del mantenimento della disciplina fiscale, soprattutto attraverso l’aumento delle entrate fiscali e l’ottimizzazione della spesa. A rendere maggiormente difficile il compito del governo vi è la questione relativa all’accordo di stand-by per 18 mesi sottoscritto dal Governo uscente con il FMI nel settembre del 2011. Esso prevedeva una contrazione del deficit di bilancio all'1% entro il 2015 ma, alla luce delle recenti evoluzioni economiche, esso appare obsoleto. In tal senso si è espresso il nuovo Ministro dell’Economia e delle Finanze, Dinkic, che ha richiesto la negoziazione di un nuovo accordo.

La Serbia non è un grande produttore di minerali a livello mondiale, ma svolge un ruolo significativo nell’area dei Balcani. Il settore minerario ed estrattivo produce circa l’1,3% del PIL. L’estrazione di carbone e di torba costituiscono quasi l’80% della produzione totale. Altri minerali significativi sono il ferro, l’alluminio, il palladio ed il selenio, oltre a oro ed argento. Significativa, in proiezione futura, la produzione di litio.

Il fabbisogno energetico serbo viene garantito sia dalla propria produzione di carbone (il carbone ricopre circa il 50% del mix energetico nazionale), sia dalle importazioni di petrolio e soprattutto gas dalla Federazione russa. Le fonti rinnovabili hanno attualmente un peso del 10-12% sul totale dei consumi serbi (quasi totalmente provenienti da fonti idroelettriche e biomasse) e sono in costante crescita grazie allo sviluppo di altre fonti alternative.

Le piccole e medie imprese costituiscono la maggior parte della aziende serbe e contribuiscono a formare il 36% del PIL nazionale, impiegando i due terzi dell'intera forza lavoro. Le PMI producono quasi il 70% del fatturato complessivo delle aziende e contribuiscono ad oltre il 50% dell'export serbo.

Da rilevare la rilevanza dell'economia sommersa, stimata in circa un terzo del PIL nazionale. Tale fenomeno comporta una perdita di circa 4 miliardi di euro l’anno per le casse dello Stato.

Agricoltura

Il settore agricolo contribuisce al PIL per circa il 12% ed occupa circa il 22% dei lavoratori serbi.

Tra i principali prodotti coltivati vi sono frumento, granturco, barbabietola da zucchero e semi di girasole. La frutta rappresenta una componente fondamentale della produzione: la Serbia è il secondo produttore al mondo di lamponi e prugne. Altri prodotti rilevanti sono albicocche, mele, pere, pesche, more, mirtilli e uva.

Negli ultimi anni l’export di prodotti alimentari ha assunto un ruolo sempre maggiore. Il comparto agro-alimentare rappresenta il principale comparto manifatturiero, per un terzo totale del valore della produzione.

Allevamento e pastorizia sono un altro comparto rilevante dell’economia serba e contribuiscono a circa il 30-35% del prodotto interno lordo del settore agricolo. Il comparto soddisfa largamente il fabbisogno interno di carne, latte e derivati. La produzione di carne (principalmente manzo e agnello) e di formaggi sostiene l’export serbo.

Industria

Nel complesso l'industria rappresenta il 22,5% del PIL ed occupa circa il 20% della forza lavoro attiva.

Oltre a quello agro-alimentare, l’industria manifatturiera è attiva nel comparto chimico e dei prodotti petroliferi (20% del valore prodotto), della metallurgia (12%), dei macchinari e mezzi di trasporto (11%), di abbigliamento e moda (3%). L’indice della produzione industriale è aumentato negli ultimi anni in diversi comparti, tra cui quello dei mezzi di trasporto, dei macchinari elettrici, dei prodotti farmaceutici, e dei prodotti in metallo.

Servizi

Il settore dei servizi è cresciuto costantemente nel corso degli ultimi anni. I servizi rappresentano il principale settore economico serbo, con poco meno del 70% del PIL prodotto e circa il 60% della forza lavoro attiva. Tra i principali settori spiccano quello dell’IT, dei servizi bancari e finanziari, del turismo e della cultura. Il turismo in Serbia si concentra soprattutto sulle attività termali, l'agriturismo e sulle visite culturali alle grandi città, come Belgrado e Novi Sad.

Il comparto finanziario, benché ancora in fase di sviluppo, è quello che ha attirato la maggior parte degli IDE negli ultimi anni, seguito dai trasporti, le telecomunicazioni e le costruzioni.

Creazione di un'azienda

La legge serba prevede le seguenti forme di società:

  • Società in accomandita: KD (Komanditno Drustvo), non richiede un capitale sociale minimo e può essere costituita da due o più individui. I soci si distinguono in socio accomandante (limited partner), che risponde delle obbligazioni della società nei limiti della quota conferita e non può compiere atti di amministrazione, ne può conferire opere e servizi, e in socio accomandatario (general partner), che amministrano di diritto la società e rispondono solidamente ed illimitatamente per le obbligazioni sociali).
  • Società a responsabilità limitata: DOO (Drustvo sa ogranicenom odgovornoscu), può essere costituita da una o più persone fisiche o giuridiche, per un massimo di 50 soci. Prevede una persona giuridica distinta dai suoi soci che risponde delle obbligazioni sociali esclusivamente con il proprio patrimonio. Per la costituzione è sufficiente l’atto costitutivo plurilaterale o unilaterale. Il capitale minimo è di euro 500, di cui il 50% da depositare in un conto temporaneo prima della registrazione, il rimanente entro i successivi due anni. Nel caso di fondatori stranieri, il versamento dovrà essere effettuato in valuta estera su apposito conto bancario.
  • Società per azioni: AD (Akcionarsko drustvo), è costituita da persone fisiche o giuridiche, i cui soci rispondono nei limiti della propria partecipazione azionaria. La Società per azioni che può essere di tipo chiuso o aperto, è costituita tramite atto costitutivo (atto pubblico) o, nel caso di un unico socio, mediante atto di fondazione. La Società per azioni di tipo aperto, costituita mediante offerta pubblica di sottoscrizione, può essere quotata in borsa. Si tratta della forma utilizzata per le realtà commerciali di maggiori dimensioni (esempio, nel settore bancario ed assicurativo). Il capitale sociale minimo è di euro 25.000. La Società per azioni di tipo chiuso non è quotata in borsa e il suo capitale non può essere oggetto di pubblica sottoscrizione né all’atto della costituzione, né successivamente. Il capitale sociale minimo è di euro 15.000. Non può avere più di 100 soci. Per entrambi i tipi di società il 50% del capitale sociale deve essere versato prima della registrazione, la rimanente parte entro i successivi 12 mesi.

Esistono poi altre forme societarie, come le Cooperative e le Unioni di Cooperative.

Il processo di registrazione di un'impresa è in Serbia è relativamente rapido e a costi contenuti, circa 350 euro. Nel Report della Banca Mondiale “Doing Business 2012”, la Serbia occupa il 92° posto su 183 Paesi per quanto riguarda l’avvio di una società. Il report indica che sono necessarie in media 7 procedure e 13 giorni.

La disponibilità naturale di energia idroelettrica e carbone risulta nel prezzo più basso di energia elettrica in Europa, mediamente soli 0,05 € / Kwh. L'acqua costa circa 0,2 € / m3 e il gas costa circa 0,42 € / m3. I costi di gestione di un capannone sono di circa 400 euro al metro quadro e i costi di affitto sono di circa 5 euro al metro quadro.

Sistema di tassazione

La Serbia ha il più basso livello di tassazione per le imprese e le attività economiche dell’Europa centro-orientale e balcanica. Dal 1983 è in vigore la convenzione tra Italia e Serbia per evitare la doppia-imposizione sui redditi e prevenire le evasioni fiscali.

Tutte le forme imprenditoriali sono soggette a imposta sul reddito di impresa, così come le cooperative che realizzano redditi vendendo i prodotti sul mercato o prestando servizi dietro compenso.

Il soggetto contribuente è tenuto a presentare all’organo competente, la dichiarazione dei redditi, il bilancio consuntivo, il rapporto sulle circolazioni monetarie, la relazione sulle modifiche intervenute sul capitale, nonché eventuale diversa documentazione richiesta dalla legge.

La tassazione sui profitti delle imprese (“Corporate income tax” - CIT) è al 10%, l’aliquota standard dell’IVA è al 18% (per beni alimentari di base, i giornali quotidiani, gli accessori, e i prodotti dell’IT è dell’8%), e la tassa sul reddito delle persone fisiche tra l’8% e il 10%. La tassazione dei dividendi è al 20% ma può essere inferiore a seconda di accordi bilaterali tra la Serbia e i paesi di provenienza degli investitori.

Il nuovo governo serbo ha tuttavia in programma di modificare il sistema fiscale già a partire dall’autunno 2012, aumentando alcune tasse. Oggetto di modifica dovrebbero essere la “Corporate income tax” (CIT), l’IVA e la tassa sul reddito delle persone fisiche. Gli aumenti potrebbero essere i seguenti: CIT al 15%; IVA al 20%, per l’imposta sul reddito delle persone fisiche dovrebbe essere introdotta un’aliquota progressiva, di cui ancora non si conosce l’entità.

Mercato del lavoro

Il tasso di disoccupazione in Serbia è molto al 23,4%. La disoccupazione giovanile è tra le più alte al mondo, superiore al 40%. Questo aspetto rappresenta un elemento di criticità che sta portando molti giovani laureati serbi a lasciare il paese cercando opportunità in Europa o negli Stati Uniti.

La forza lavoro attiva è di 2,5 milioni di persone, gli occupati sono circa 1,8 milioni. Circa il 22% della popolazione attiva lavora nel settore agricolo, il 18% nell’industria e il 60% nel settore dei servizi.

Il sistema scolastico serbo è tra i migliori dell’Europa centro-meridionale. La scuola dell'obbligo dura fino ai 14 anni ed è gratuita. Esistono scuole pubbliche e private.

Nel 2011 si sono laureati 42mila studenti, tra corsi universitari e biennio al college mentre il numero di diplomati è stato di 74mila. La Serbia ha un buon sistema universitario e di formazione professionale, soprattutto nelle materie tecnico-scientifiche e nelle scienze naturali. I laureati in Serbia parlano correntemente l’inglese ed altre lingue europee come il tedesco, il francese e il russo. Dal 2003, in media, in Serbia vengono conseguiti un migliaio di diplomi di master e 400 dottorati di ricerca.

Va rilevato che vi è una ampia fascia di lavoratori informali, impiegati all’interno di aziende non registrate, o privi di contratto di lavoro formale e senza l’assicurazione sociale e pensionistica.

I sindacati in Serbia sono fortemente frammentati in una miriade di associazioni di categoria, anche perché il numero minimo di iscritti per l’iscrizione nel Registro dei sindacati è di 15 membri. Ne consegue una certa debolezza, soprattutto nei confronti del settore privato. Gli scioperi avvengono principalmente nel settore pubblico, anche se ci sono state manifestazioni nei confronti di grosse aziende staniere, come nel caso dello stabilimento della Fiat Automobili Srbija (FAS).

L’età minima per lavorare è fissata a 14 anni. L’assunzione passa attraverso gli uffici di collocamento governativi, agenzie interinali private, siti web o il passaparola.

I salari sono generalmente più bassi rispetto ai salari in Europa, anche se negli ultimi anni sono aumentati, almeno fino al 2008, per poi stabilizzarsi. Il salario netto medio è cresciuto da 91 euro nel 2001 a 340 euro nel 2011.
In genere un operaio guadagna dai 250 ai 400 euro al mese, un ingegnere guadagna fino a 1.300 euro e un dirigente fino a 3.500 euro.

Lo stipendio lordo medio in termini di costi per un’azienda è di 540 euro.

La settimana lavorativa prevede 40 ore di lavoro. In genere gli straordinari non posso superare le 4 ore al giorno e le 8 ore alla settimana.

La maternità è prevista per i tre mesi successivi al parto. La madre o il padre possono chiedere un congedo retribuito fino ad un anno dal termine della maternità.

I contratti di lavoro possono essere a tempo determinato o indeterminato. I contratti a tempo determinato non possono eccedere le durata di 1 anno. Sono previsti anche contratti part-time di diverso tipo.

Le contribuzioni sono divise al 50% tra datore di lavoro e dipendente e sono, rispettivamente: dell’11% del salario lordo per la pensione e l’assicurazione sul lavoro, del 6,15% per l’assicurazione media e dello 0,75% per l’assicurazione alla disoccupazione.

Le banche e le grandi aziende chiudono i loro uffici il venerdì, anche se alcune banche sono aperte anche il sabato. Gli uffici pubblici sono aperti fino alle 15 del venerdì.

Accesso al credito

Il sistema bancario serbo ha dimensioni ancora relativamente modeste (con un totale attivo prossimo al 90% del PIL) ed è dominato dalle banche estere. In questi anni è stato in grado di affrontare adeguatamente la crisi interna e quella dell’area euro.

Nel 2011 vi erano 33 banche, di cui 21 estere (principalmente italiane, greche e austriache), che detenevano oltre il 70% del mercato.

La quota di banche pubbliche è andata gradualmente riducendosi nel corso degli anni, fino ad arrivare al 15% del totale attivo. Nel 2011, in seguito ad alcuni interventi pubblici per far fronte alla crisi, la quota è risalita al 18% (8 banche in totale). La crisi ha rallentato alcuni processi di privatizzazione di banche pubbliche, come nel caso di Komercijalna Banka, la seconda banca del paese.

La Serbia è stata esposta alla crisi delle banche greche, che sono presenti nel paese con una quota del 27% del totale attivo. Ma il sistema bancario serbo ha affrontato adeguatamente la crisi anche grazie a una serie di misure preventive adottate dalla Banca centrale, come il “Financial Sector Support Program”, che ha sostenuto la liquidità del sistema e il grado di capitalizzazione.

I depositi sono la principale fonte di raccolta (70% circa): il 60% dei depositi totali è rappresentato da privati. Quasi l’80% dei depositi dal settore privato è costituito da depositi in valuta estera, prevalentemente in euro. La Banca centrale serba sta cercando di ridurre il grado di “eurizzazione”, favorendo l’utilizzo del dinaro nelle transazioni finanziarie.

Il livello di liquidità è di circa il 30% del totale attivo. Le sofferenze totali sfiorano il 20% degli impieghi lordi: a incidere maggiormente sono il rallentamento economico, la debolezza del dinaro e le difficili condizioni del mercato del lavoro. Le sofferenze sono più elevate nel settore imprese (soprattutto fra le imprese manifatturiere e delle costruzioni), rispetto alle famiglie. Questo aspetto rappresenta uno dei fattori di maggior criticità nell’accesso al credito da parte delle aziende. In generale, i “non performing loans” sono aumentati raggiungendo il 19% dei prestiti totali.

Le banche italiane hanno una quota di mercato di circa il 25% e sono presenti con sussidiarie. Si tratta di BancaIntesa Beograd, (primo banca del paese per assets totali), Unicredit Bank Serbia (sesta banca), Banca Popolare dell’Emilia Romagna e Banca Popolare di Vicenza, entrambe tramite Volksbank AD.

Gli strumenti di accesso al credito offerti da istituzioni finanziarie internazionali sono diversi. I principali sono quelli messi a disposizione dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), dalla Banca europea degli investimenti e dalla Banca mondiale. Vi sono poi diversi fondi europei. Ad esempio, la Serbia può beneficiare dei fondi IPA (Instrument for Pre-accession Assistance) che l’Unione europea ha istituito per assistere la transizione e la costruzione istituzionale nei paesi candidati all'ingresso nell'Ue.

Per quanto riguarda le aziende italiane che vogliono operare in Serbia, possono disporre sia degli strumenti gestiti da Simest e Finest, dell'assicurazione al credito da parte di Sace e dei finanziamenti del Fondo Italiano per i Balcani. A partire dal 2012 è operativa una seconda linea di credito, dopo quella creata nel 2005, gestita dalla Cooperazione italiana. La linea ha una dotazione di 30 milioni di euro ed è aperta, oltre che alle PMI, anche alle aziende municipalizzate, per l'acquisto di attrezzature utili ai servizi cittadini (distribuzione di gas, luce e acqua, monitoraggio ambientale, trattamento dei rifiuti, gestione delle acque reflue).

In particolare verrà data priorità ai progetti che stimolano la crescita delle regioni serbe meno sviluppate, creano nuovi posti di lavoro, promuovono l’introduzione di tecnologie pulite e la valorizzazione e riuso dei siti industriali. Attraverso la Linea di Credito sarà possibile finanziare l'acquisizione di beni e servizi di origine italiana (almeno il 70%).

Tutela proprietà intellettuale

Negli ultimi anni, l'avanzamento nel processo di adesione all’Organizzazione mondiale per il Commercio e il processo di attuazione degli Accordi sui diritti di Proprietà Intellettuale relativi al Commercio (i cosiddetti TRIPS) ha fatto si che la Serbia abbia sviluppato significativamente la tutela della proprietà intellettuale e industriale. La Serbia è membro della World Intellectual Property Organisation.

Per quanto riguarda i diritti di proprietà industriali, la Serbia aderisce alla Convenzione di Madrid e al Trattato Asa, mentre, si sta preparando per aderire pienamente all'Ufficio Europeo per i Brevetti.

La registrazione dei marchi e dei brevetti è di competenza dell’Istituto Statale per la Proprietà Intellettuale. Rispetto al 2010 è stata adottata la Legge sui dischi digitali ottici e la Legge sulla protezione dei segreti commerciali, oltre alla strategia per lo sviluppo della proprietà intellettuale 2011-2015; è stata costituita inoltre un’Unità Speciale per il controllo della legalità del Software all’interno delle entità giuridiche.

Per quanto riguarda i costi di registrazione e verifica di una licenza o patente ed il suo mantenimento per una decina di anni, complessivamente essi sono attorno ai 35.000 dinari (circa 300 euro).

Per quanto riguarda la registrazione ed il mantenimento di un marchio per una decina di anni, varia dai 29.000 ai 35.000 dinari circa, più i costi di pubblicazione.

Infrastrutture

La Serbia non ha sbocchi sul mare. L’accesso al Mar Adriatico è possibile attraverso il Montenegro. Il fiume Danubio, che passa da Belgrado, è navigabile e permette l’accesso all’Europa centrale ed al Mar Nero.

Geograficamente è parte dell’area balcanica. Confina con Ungheria a nord, Romania e Bulgaria a est, Macedonia a sud, Croazia, Bosnia Erzegovina, Montenegro ed Albania a ovest.

Sulla base del Logistic Performance Index (LPI) calcolato dalla Banca Mondiale la Serbia occupa la 83ma posizione su 155 paesi, con un indice di 2,69, di poco sotto alla media degli altri paesi dell’Europa e dell’Asia centrale (L'Italia è al 22mo posto con 3,64).

La Serbia gode di una posizione strategica dal punto di vista dei collegamenti internazionali, situata tra Europa, Asia e Medio Oriente e nel cuore del sistema infrastrutturale balcanico. La valle della Morava è storicamente il punto di passaggio e collegamento tra l’Europa centrale e la Grecia e la Turchia. In particolare, la Serbia è attraversata dal Corridoio n. 7, quello del fiume Danubio, e dal Corridoio n. 10, che da Salisburgo raggiunge Salonicco, passando da Belgrado e Niš.

Inoltre, nel paese esiste una buona infrastruttura energetica, in fase di potenziamento e ampliamento, che nel giro di pochi anni dovrebbe beneficiare anche dell’utilizzo della pipeline “South Stream”, che dovrebbe portare il gas naturale russo del Mar Nero, passando appunto anche dalla Serbia.

La rete stradale serba è lunga 40.484 km, buona parte delle quali riguardano strade secondarie (11.500 k) e strade locali (23.800 km). Vi sono poco più di 5.500 km di strade principali, tra cui 688 km di autostrade. La rete autostradale attraversa il paese, collegandolo direttamente con la Croazia, l’Ungheria e la Macedonia. Molte delle principali rotte autostradali transeuropee passano dalla Serbia.

La linea della metropolitana a Belgrado dovrebbe essere aperta nel 2017.

La rete ferroviaria è di circa 4.000 km e collega il paese con tutti gli Stati confinanti.

Nella zona centro-settentrionale del paese sono presenti 12 porti fluviali, sui fiumi Danubio e Sava.

La Serbia dispone di tre aeroporti internazionali (Belgrado e Niš), oltre all’aeroporto kosovaro di Pristina. L’aeroporto di Belgrado ha un volume di circa 3 milioni di passeggeri l’anno.

In Serbia la penetrazione di internet è relativamente alta ed in crescita. Il 56,2% della popolazione serba ha accesso ad internet (4,1 milioni di persone), con circa 3,2 milioni di utenti registrati su Facebook.

Nel corso degli ultimi anni la Serbia ha progressivamente aperto la sua economia al commercio internazionale cercando di sviluppare accordi commerciali multilaterali e bilaterali e creando le condizioni doganali, legislative e burocratiche per limitare le barriere agli scambi.

La Serbia non è ancora membro dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC) ma sta cercando di accedervi. Il principale obiettivo dei governi serbi negli ultimi anni è stato l’ingresso nell’Unione europea, sancito dall’ottenimento, nel marzo 2012, dello status di “candidato membro”. Con l’Ue è in vigore di accordo di libero scambio con tariffe preferenziali.

I paesi dell’Unione europea sono i principali partner commerciali del paese, seguiti dai paesi balcanici e dell’Europa centro-orientale. Con i paesi balcanici fa parte della CEFTA (Central European Free Trade Area), un accordo per la creazione di un’area di libero scambio, che attualmente consta di circa 30 milioni di consumatori.

La Serbia ha accordi di libero scambio con la Federazione russa, Bielorussia e Kazakhstan, con la Turchia e con i paesi dell’EFTA (European Free Trade Area).

Con gli Stati Uniti è in vigore un sistema generalizzato di preferenze tariffarie, che prevede il libero accesso negli USA senza dazi per migliaia di prodotti finiti e semilavorati, prodotti alimentari e del settore primario. Ne sono attualmente esclusi i prodotti tessili e dell’abbigliamento, comprese le calzature.

Esistono tuttora una serie di barriere non tariffarie che contribuiscono a limitare o rallentare le operazioni commerciali. Si tratta in particolar modo di restrizioni quantitative, soprattutto attraverso la richiesta di permessi speciali, o di dazi non doganali (depositi richiesti per le importazioni, dazi di compensazione, tasse per ridurre il dazio doganale).

Le sovvenzioni da parte dello Stato e alcuni monopoli statali, assieme alle misure di sviluppo regionale o industriale delle aree meno sviluppate, tendono a distorcere il mercato.

Vi sono poi alcuni impedimenti burocratici, come le procedure di valutazione e classificazione delle merci, le barriere di tipo tecnico, quali norme fitosanitarie, o standard di qualità o di sicurezza, e le norme sull'imballaggio della merce. Il processo di ingresso nella Ue dovrebbe accelerare l’armonizzazione delle varie normative, allineandole agli standard europei.

Inoltre, alcuni limiti infrastrutturali ed amministrativi tendono a generare ritardi e rallentamenti nelle procedure di sdoganamento.

Questi aspetti non rappresentano tuttavia limiti insormontabili e fino ad oggi non sono state segnalate particolari contestazioni da parte delle aziende italiane per quanto riguarda le barriere non tariffarie in Serbia.

Bilancia commerciale

La bilancia commerciale serba è fortemente sbilanciata verso le importazioni. La percentuale di export sul PIL è del 21,4%, mentre l’export ammonta al 43,8% del PIL.

Nel 2011 la Serbia ha avuto un interscambio commerciale di 22,7 miliardi di euro, con un aumento del 13,4% rispetto all’anno precedente (mentre tra 2009 e 2010 la crescita era stata del 14,2%). Il saldo di bilancio è stato negativo, registrando un valore di -5,8 miliardi di euro (cresciuto dell’11,1% rispetto al 2010).

Le esportazioni hanno raggiunto quota 8,4 miliardi di euro, con un aumento del 4,2% rispetto al 2010. In termini di quote dell’export, la regione della Vojvodina ha coperto il 37,2% del totale, seguita dalla regione di Belgrado (23,5%), dalla regione di Sumadija e Serbia occidentale (20,0%), dalla regione della Serbia meridionale ed orientale Sud ed Est (19,0%).

In termini aggregati, l’Unione europea è il primo partner commerciale della Serbia, che riguarda più del 58% del commercio estero serbo. L’interscambio di beni e servizi tra Serbia e Unione europea nel 2011 è stato di è stato di 13,2 miliardi di euro, con un saldo complessivo di 3,8 miliardi di euro a favore dell’Ue. Segue l’area CEFTA (Central European Free Trade Area), verso la quale la Serbia può vantare un surplus commerciale di oltre 1 miliardo di euro, in particolar modo grazie all’export di prodotti agro-alimentari, prodotti metallici ed energia elettrica.

A livello di singoli paesi, il primo partner per l’interscambio totale rimane la Germania (+ 21,1% rispetto al 2010) ed una quota sul totale mondo dell’8,9%, seguita dall’Italia (+12,3%) ed una quota del 6,7% e dalla Federazione russa.

Principale paese di destinazione delle merci serbe è la Germania (11,3% del totale), seguita dall’Italia (11,1%), Bosnia Erzegovina (10,1%), Montenegro e Romania.

Tra i principali prodotti esportati dalla Serbia nel 2011 vi sono i prodotti agro-alimentari (cereali, frutta e verdura), i metalli, in particolare ferro e rame, i macchinari elettrici e meccanici. L’interscambio di prodotti agro-alimentari e metalli è caratterizzati da un saldo positivo.

Le importazioni serbe hanno registrato un aumento del 12,9%, passando dai 12,6 miliardi di euro del 2010 ai 14,2 miliardi di euro del 2011. In termini di quote dell’import, la regione di Belgrado ha coperto il 44,9% del totale, seguita dalla regione della Vojvodina (30,6%), dalla regione di Sumadija e Serbia occidentale (13,3%), dalla regione della Serbia meridionale ed orientale Sud ed Est (10,2%).

Al primo posto tra i paesi fornitori della Serbia nel 2011 c’è la Federazione Russa (13,4%), seguita da Germania (10,8%), Italia (8,9%), Cina e Ungheria.

Tra i principali prodotti importati dalla Serbia nel 2011, spiccano i carburanti, veicoli, macchinari e beni capitali. I carburanti e i derivati petroliferi, in particolare, pesano particolarmente sul saldo negativo della bilancia commerciale (quasi totalmente a vantaggio della Federazione russa), così come i macchinari e i prodotti chimici.

Interscambio commerciale con l'Italia

L’Italia è uno dei principali partner commerciali della Serbia. Negli ultimi vent’anni è sempre stata tra i primi tre paesi destinatari dell’export serbo e, in ambito Ue, circa un quarto delle importazioni dalla Serbia è diretto in Italia. La quota serba sull’interscambio italiano è dello 0,3%

Nel 2011 gli scambi commerciali tra Italia e Serbia hanno registrato un aumento del 15% rispetto al 2010, passando da 1,7 miliardi di euro a poco più di 2 miliardi di euro. La bilancia continua a registrare un saldo positivo (+304,6 milioni di euro), aumentato rispetto al 2010.

Nel 2011, le esportazioni italiane verso la Serbia sono state di 1,16 miliardi di euro (+21% rispetto all’anno precedente). L’export interessa principalmente macchinari per l’industria, tessile e abbigliamento, e veicoli. Le macchine di impiego generale, tradizionale punto di forza dell’Italia, hanno avuto un aumento del 52% e l’export siderurgico è cresciuto del 71%. Un calo vistoso si è verificato i prodotti medicinali e farmaceutici (-44%)

Nel 2011 le importazioni italiane dalla Serbia sono aumentate del 6,6%, rispetto al 2010, passando da 802,3 milioni di euro a 854,8 milioni di euro. Tra i principali prodotti importati vi sono ferro e acciaio e metalli non ferrosi (38%), tessile, abbigliamento e calzature (circa il 34%), e materie plastiche. Il settore cereali ha fatto registrare una crescita notevole (+356%), posizionandosi al sesto posto tra le merci esportate in Italia.

In generale, bisogna considerare che una componente rilevante delle importazioni italiane è costituita da lavorazioni in conto terzi, soprattutto nei settori delle calzature, del tessile-abbigliamento e del legno-arredamento e di altre produzioni effettuate dalle numerose aziende italiane che hanno investito nel Paese.

Nel 2011 l’interscambio commerciale tra la regione Lombardia e Serbia è stato di 697,3 milioni di euro con un saldo positivo per la Lombardia pari a 50,1 milioni di euro, in aumento rispetto al 2010 (+ 12,3 milioni di euro).
Macchinari, prodotti chimici ed articoli di abbigliamento costituiscono i primi tre comparti dell’export lombardo in Serbia (63% del totale esportato).
Articoli di abbigliamento (40% del totale importato), prodotti della metallurgia e prodotti chimici rappresentano le principali voci dell’import lombardo dalla Serbia.

Investimenti esteri

Tra il 2002 e il 2003 si è verificato il periodo di più intensa trasformazione del panorama economico del paese, con più di una dozzina di aziende pubbliche oggetto di privatizzazione, con l'intervento di capitali stranieri. Tale processo subì tuttavia una battuta d’arresto, soprattutto perché l’attrattività del comparto produttivo rimasto di proprietà pubblica appariva meno interessante, dopo la privatizzazione delle grandi imprese nei settori del tabacco, della chimica e della farmaceutica, delle materie prime e delle costruzioni.

Dal 2005, con la modifica della legge sugli investimenti, il panorama è nuovamente mutato con nuovi stimoli all’attrazione di investimenti, anche se la crisi internazionale ha rallentato il processo e deluso le aspettative delle autorità serbe.

In base alla normativa sugli investimenti esteri entrata in vigore nel 2002, agli investitori stranieri è assicurato un trattamento paritario rispetto a quelli nazionali. E’ permesso il trasferimento e il rimpatrio dei profitti. Gli investitori esteri possono acquistare beni immobili unicamente nel caso in cui, in base al principio di reciprocità, siano assicurate le stesse garanzie ai cittadini serbi nel paese d’origine dell’investitore. È prevista una compensazione in caso di esproprio.

Esistono diversi incentivi agli investimenti, al fine di ridurre i costi reali.

Al fine di combattere l’alto livello di disoccupazione, il governo serbo è intervenuto direttamente affinché gli investimenti esteri producano nuovi posti di lavoro. Di fatto il governo ha predisposto dei fondi statali rivolti alle aziende che creano nuova occupazione. Per progetti “Greenfield” e “Brownfield” che vanno da 0,5 a 5 milioni di euro nel settore manifatturiero e dei servizi, compreso il turismo, sono offerti finanziamenti a fondo perduto da 2.000 a 10.000 euro per ogni posto di lavoro creato entro 3 anni, con un minimo di 50 posti creati (10 per i servizi). Per progetti di maggiore ampiezza, superiori ai 200 milioni di euro, esistono pacchetti speciali.

Dal 2001 la Serbia ha attirato circa 16 miliardi di euro di investimenti diretti esteri (IDE). I maggiori investitori sono stati i paesi europei, in particolar modo Italia, Grecia, Norvegia e Germania, con Stati Uniti e Federazione russa rispettivamente al 4° e 6° posto.

Nel corso del 2011 il flusso di IDE in Serbia ha superato i 2 miliardi di dollari (erano stati 1,1 nel 2010), e la Serbia è assurta a paese leader nell’attrazione di investimenti nell’area balcanica.

I paesi più attivi nel corso dell’ultimo anno sono stati Lussemburgo, Olanda, Austria, Germania, Italia e Spagna.

I principali settori merceologici di destinazione sono quelli relativi al commercio, alla manifattura, in particolare nell’industria metallurgica e agro-alimentare, alla finanza.

L’Italia è tra i maggiori investitori nel paese, soprattutto nel settore del tessile e abbigliamento. Nel corso degli ultimi anni il numero di aziende italiane che hanno investito in Serbia è quasi triplicato, e nel processo di privatizzazione interna le aziende italiane figurano al secondo posto per numero di aziende acquistate.

Zone di libero scambio

In Serbia sono state create, in prossimità di grandi città o di aree logisticamente strategiche, sette zone franche a:

  • Subotica (al confine con l’Ungheria)
  • Novi Sad (sul corso del Danubio)
  • Zrenjanin (al confine con la Romania)
  • Sabac (al confine con la Croazia)
  • Pirot (al confine con la Bulgaria)
  • Uzice (al confine con Bosnia-Erzegovina e Montenegro)
  • Kragujevac (nel centro della Serbia).

Si prevede a breve l’apertura di altre tre zone franche a Nis (nel sud del Paese), Kruševac (nel distretto centro-meridionale di Rasina) e a Svilajnac (nel centro della regione di Resava, a Sud-est di Belgrado).

Le zone franche sono istituite per agevolare ed attrarre gli investitori. All’intero di queste aree si possono operare attività commerciali, produttive e logistiche con una serie di vantaggi:

  • le importazioni e le esportazioni da una zona franca non sono soggette alle procedure di controllo doganale, né alle limitazioni normalmente imposte
  • le merci importate sono esenti dal pagamento dell’IVA
  • materiali da costruzione, materie prime e macchinari utilizzati per la produzione di beni destinati all’esportazione possono essere importati senza pagare dazi doganali
  • i redditi generati dalle attività operate all’interno delle zone franche possono essere trasferiti senza nessuna limitazione
  • all'interno della zona franca si può utilizzare liberamente la valuta estera che deriva dalle operazioni effettuate all’interno della zona stessa
  • i beni con almeno il 51% del valore prodotto all'interno della zona franca sono considerati prodotti nazionali e possono essere liberamente venduti all’interno della Serbia e in tutti i mercati dei paesi con i quali la Serbia ha particolari accordi commerciali (ad esempio la Russia).

Vi sono alcuni poli tecnologici, come il Parco Tecnologico di Vrsac, il Parco di Indija, di Stara Pazova e quello di Pecinci.

Agroalimentare

Il settore agricolo contribuisce al PIL serbo per circa il 12% ed occupa circa il 22% dei lavoratori serbi.

I terreni agricoli coprono 5,1 milioni di ettari su un totale di 7,7 milioni di ettari di superficie del territorio serbo. Di questi, 4,2 milioni sono costituiti da terra coltivabile. Si tratta del 65% della superficie totale. Un altro 30% è costituito da foreste e boschi. La terra in Serbia è generalmente fertile e il clima favorevole per numerose coltivazioni.

L’85% dei terreni agricoli sono di proprietà private mentre il 15% appartiene a cooperative o è controllata dallo Stato. Il 57% della produzione agricola proviene dai raccolti, mentre il 33% proviene dall’allevamento. Vigneti e frutteti contribuiscono rispettivamente al 5% e al 4% della produzione.

Il 60% dei raccolti riguardano i cereali e il 18% ortaggi e verdure. Per quanto concerne l’allevamento, suini, bovini, pollame e ovini contribuiscono rispettivamente al 41%, 40%, 14% e 5% della produzione totale.

Tra i cereali il grano e il mais costituiscono le principali produzioni. Altre importanti coltivazioni sono quelle della barbabietola da zucchero e dei semi di girasole. Quello della frutta rappresenta uno dei comparti più rilevanti, in particolar modo ai fini dell’esportazione. La Serbia è infatti il secondo produttore al mondo di lamponi e prugne. Altri prodotti rilevanti sono albicocche, mele, pere, pesche, more, mirtilli e uva, da tavola e per la vinificazione.

Il settore agro-alimentare è il principale comparto manifatturiero del paese, contribuendo a circa un terzo del prodotto industriale. La produzione agricola del paese contribuisce anche all’export (20% circa) sia per quanto riguarda cereali, frutta e verdura che per i prodotti agropecuari.

Il mercato agroalimentare in Serbia è principalmente in mano a piccole e medie aziende private e solo una parte delle aziende che producono o che si occupano della trasformazione dei prodotti alimentari è in mano allo Stato, che comunque è interessato a sviluppare la privatizzazione del settore.

L’ampiezza media di una azienda agricola in Serbia è di poco meno di 3 ettari e solo il 5% circa delle aziende agricole occupa un’area superiore a 10 ettari. Questo aspetto se da un lato facilità la penetrazione di aziende ed investitori stranieri, dall’altro lato rende le economie di scala più difficili da realizzare e riduce i margini di profittabilità degli investimenti.

Aziende con dimensioni maggiori sono in mano allo Stato o vedono una partecipazione pubblica (le cosiddette “kombinat”) e si occupano di più passaggi produttivi o anche di produzione e trasformazione. Spesso queste aziende non sono economicamente competitive e questo ne ha in parte rallentato il processo di privatizzazione e gli investimenti stranieri. Data la valenza strategica del settore anche dal punto di vista occupazione, le ristrutturazioni non sono semplici da realizzare.

L’intercambio di prodotti alimentari tra Italia e Serbia nel 2011 è stato di circa 65 milioni di euro, con un surplus a favore dell’Italia, mentre nel 2010 era stato a favore della Serbia. L’export italiano tra il 2010 e il 2011 è cresciuto del 26,5% ed esistono ulteriori margini di crescita.

Gli spazi per l’export italiano in Serbia legati al settore agroalimentare non riguardano solo la commercializzazione della produzione italiana, ma anche quella di macchinari per la produzione, la raccolta, la lavorazione e la conservazione.

Altre opportunità per le aziende italiane risiedono nella produzione in loco, attraverso l’acquisto di terreni ed aziende agricole (considerando che esistono ancora diverse decine di aziende agricole e di impianti per la trasformazione alimentare in mano allo Stato e oggetto di processi di privatizzazione) o la partnership con aziende locali.

L’industria della trasformazione della frutta, in particolar modo quella legata alla produzione di bevande analcoliche (succhi di frutta, spremute e bevande gasate) è uno dei comparti con le maggiori potenzialità pro futuro.

Inoltre, vi è una grande urgenza per la realizzazione di nuovi impianti di irrigazione e il miglioramento di quelli già esistenti, a causa dell’insufficienza della disponibilità di acqua irrigua nel paese, come messo in evidenza dalla grave siccità che ha colpito l’area balcanica e la Serbia nell’estate 2012, con danni per circa 2 miliardi di dollari.

Il mercato agroalimentare è dato in crescita per i prossimi anni, sia dal lato della produzione, grazie al miglioramento dei sistemi produttivi ed all’attrazione di investimenti dall’estero sostenuti dall’autorità serbe, sia dal lato dell’export. Le stime variano a seconda dei comparti produttivi.

L’agropecuario, con la produzioni di formaggi di qualità è considerata una nicchia interessante. In generale, per il futuro le coltivazioni organiche e biologiche sono destinate ad avere un ampio e rapido sviluppo, soprattutto grazie agli investimenti governativi ed europei. Nel gennaio 2011 è entrata in vigore una nuova legge sulla produzione biologica (“Law on Organic Production”), che prevede forme di sostegno e incentivi per il passaggio a produzioni biologiche.

Nel 2011 vi erano circa 830mila ettari di terreno certificati biologicamente o in fase di certificazione ed il processo di trasformazione delle coltivazione è proseguito anche durante il 2012. Gran parte delle fattorie che producono biologicamente (l’85% circa) non supera i 20 ettari, ma la maggiorparte è di dimensioni inferiori ai 6 ettari.

Industria meccanica e macchinari

Il settore metalmeccanico ha una lunga tradizione in Serbia ed è tuttora uno dei più importanti del Paese. Impiega circa 100.000 lavoratori e contribuisce alla formazione del PIL per circa il 6%. PMI sono circa il 60% delle circa 3.500 aziende. Il settore metalmeccanico contribuisce circa al 20% dell’export del paese ed 34% delle importazione. I macchinari specifici o ad uso generale costituiscono una quota significativa dell’export metalmeccanico.

ll settore metalmeccanico in Serbia ha sempre sofferto della mancanza di una precisa strategia di sviluppo, un fattore che ne ha limitato il processo di privatizzazione e la capacità di attrarre investimenti. In buona parte le aziende serbe utilizzano ancora tecnologie di vecchia generazione e necessitano di ammodernamento. La mancanza di management adeguato a trainare il settore verso lo sviluppo è stato uno dei punti di debolezza al quale le autorità serbe hanno cercato di porre rimedio negli ultimi anni.

Da questo punto di vista, la Serbia, nelle recenti fasi di crescita economica, ha presentato più opportunità per l’importazione che per la produzione in loco e quindi l’export.

Gli alti costi di accesso al credito, l’obsolescenza dei macchinari ed una cultura imprenditoriale ancora in fase di sviluppo hanno fatto sì che le aziende serbe abbiano preferito fornire lavorazioni per conto terzi.

L’interscambio tra Italia e Serbia dimostra che macchinari ed apparecchi meccanici ed elettrodomestici rappresentano la prima voce delle esportazioni italiane verso la Serbia. Per il settore metalmeccanico serbo risulta di particolare interesse l’importazione di macchine per confezionamento e imballaggio, nonché per la lavorazione dei prodotti alimentari.

I bassi costi di produzione (manodopera mediamente qualificata con salari tra i più bassi in Serbia e costi limitati dell’energia) e i bassi costi di trasporto dovuti alla prossimità geografica della Serbia rispetto all’Italia sono due dei fattori più attraenti. L’investimento produttivo in Serbia presenta vantaggi in termini di posizionamento in un mercato locale caratterizzato da una domanda di macchinari alta ed in continuo aumento, almeno nelle fasi di crescita economica, e consente anche un accesso privilegiato ai mercati dei paesi con cui la Serbia ha in vigore accordi di libero scambio.

Le prospettive future del mercato dei macchinari sono strettamente legate ai tempi della ripresa dell’economia del paese ed al superamento dell’attuale fase di recessione. Sia lo sviluppo della produzione locale che l’aumento delle importazioni dall’estero dipendono ampiamente dal riavvio delle attività produttive e dalla riapertura di molti degli stabilimenti che sono rimasti inattivi negli ultimi tempi.

Secondo le previsioni, il settore delle macchine tessili e della trasformazione alimentare continueranno ad offrire opportunità interessanti nell’ambito degli investimenti e della collaborazione industriale.

Altri comparti, come quello della lavorazione del legno, che stanno mostrando performance produttive più stabili, presentano opportunità più immediate per la commercializzazione o lo sviluppo della produzione di macchinari.

Turismo

Il turismo è uno dei settori economici sui quali le autorità serbe stanno puntando per lo sviluppo dell’economia nazionale ed è considerato uno dei comparti a maggior crescita potenziale nei prossimi anni. La strategicità del settore deriva anche dal suo collegamento con l’industria culturale e l’agribusiness. Il peso del turismo nella formazione del PIL è cresciuto nel corso dell’ultimo decennio, dopo il drastico calo vissuto durante gli anni Novanta, caratterizzati dalle guerre balcaniche e da quella del Kosovo.

Attualmente il turismo genera circa il 5% della ricchezza naturale, contribuisce a circa il 7% dell'export di servizi ed è cresciuto del 18% nel corso del periodo 2010-2011. Il numero di turisti di provenienza internazionale è cresciuto del 12%.

Nel 2011 vi sono stati poco più di 2 milioni di turisti, dei quali 1,3 milioni sono stati cittadini serbi e 764mila sono stati i visitatori stranieri, per un totale di 6,6 milioni di pernottamenti.

Il numero di turisti provenienti dall’estero è cresciuto fortemente nell’ultimo decennio. Nel 2004, ad esempio, i turisti stranieri erano stati circa 400.000, mentre nel 2000 erano stati poco più di 300.000.

Gli introiti derivanti dal turismo straniero sono stati di 710 milioni di euro nel 2011, con una crescita tra il 15 e il 18% rispetto all’anno precedente.

Le istituzioni serbe hanno intrapreso da diversi anni un percorso di sviluppo e sostegno del settore turistico nazionale, nel tentativo di creare le condizioni per valorizzare il patrimonio culturale e paesaggistico e migliorare l’immagine della Serbia a livello internazionale.

Nel 2006, il governo serbo ha attuato la Strategia Nazionale per lo Sviluppo del Turismo, per il periodo 2006-2015, finanziata dall’Unione europea. Dal 2009 opera la National Corporation for Tourism Development of Serbia, una società pubblica che ha come scopo l’implementazione della Strategia Nazionale per lo Sviluppo del Turismo. Tra i suoi vari compiti, vi è la valutazione dei progetti di investimento da sottoporre al governo serbo per lo sviluppo di iniziative pubblico-private.

Il turismo in Serbia è principalmente incentrato sulle visite di business, l’etno turismo e il turismo urbano/culturale, in particolare a Belgrado e Novi Sad. Ma sta prendendo sempre più vigore le mete legate alle bellezze paesaggistiche in particolare le località sul Danubio e quelle di montagna.

Le principali mete turistiche in termini di numero di pernottamenti attualmente sono Belgrado, il Parco nazionale di Kopaonik, le Alpi Dinariche, in particolar modo Zlatibor, la località termale di Vrnjačka Banja, e Novi Sad.

Il 27% delle attività turistiche in Serbia si sviluppa nelle aree rurali, che hanno contribuito ad oltre 2 milioni di pernottamenti nel 2011.

Attualmente nel paese vi sono 269 strutture alberghiere, il 65% delle quale sono a due o tre stelle. Gli hotel di categoria superiore sono aumentati nel corso degli ultimi anni ed oggi costituiscono il 25% delle strutture alberghiere. Anche il numero totale di posti letto è andato aumentando ed attualmente vi sono oltre 26mila posti disponibili.

Nel comparto del turismo operano attualmente poco meno di 100mila occupati. Le autorità serbe contano che lo sviluppo del turismo, soprattutto nelle aree rurali possa portare ad una crescita dell'occupazione e stanno sviluppando diversi incentivi per attrarre gli investimenti nel settore.

Secondo l’Organizzazione Mondiale per il Turismo delle Nazioni Unite (UNWTO), nel 2011 il turismo verso l’Europa meridionale e mediterranea ha avuto un aumento del 8,8% rispetto all’anno precedente e le prospettive future appaiono caratterizzate da buoni livelli di crescita. Parte del turismo verrà attratto direttamente dalla Serbia. Tuttavia, le autorità serbe stanno puntando a fare della Serbia un hub di passaggio anche per il turismo diretto ad altri paesi dell’area balcanica, dell’Europa orientale e del Mediterraneo orientale, Turchia compresa.

L'agriturismo è uno dei comparti che ha maggiori potenzialità di sviluppo e sul quale le autorità nazionali stanno cercando di investire anche per sostenere l'economia rurale e stimolare la creazione di nuove opportunità. Esso può beneficiare di alcuni strumenti di supporto tra i quali va considerato il progetto “Sustainable Tourism for Rural Development” che beneficia di 4 milioni di dollari statunitensi forniti dal fondo internazionale MDGD (Millennium Development Goals Achievement Fund) per la diversificazione dell'economia rurale serba attraverso l'incentivazione allo sviluppo dell’artigianato locale e del turismo.

Con forti potenzialità di sviluppo anche le località termali. In Serbia vi sono circa 300 fonti termali e minerali, alcune delle quali sono riconosciute tra le migliori in Europa per la ricchezza delle acque. Oltre a Vrnjačka Banja, che attrae la maggior parte di visitatori, vi sono circa una decina di altre località che puntano a crescere rivolgendosi a una clientela di fascia alta.

Paese: Serbia