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Il nuovo colonialismo

Il caso Cina

Nel 2006 la Cina è stato il sesto investitore nelle economie emergenti. La strategia di Pechino prevede:

  • l’acquisizione di know how, tecnologia e marchi dai paesi più avanzati
  • l’approvvigionamento di materie prime e di energia dall’Africa e dal Sud America
  • il controllo dei punti logisitici strategici per il commercio internazionale (porti in America Centrale e hub per le merci nell’Est Europa)
  • la costruzione di zone franche al di fuori della Grande Muraglia.

Africa

Dalla fine del 2005 Pechino ha investito in Africa quasi 7 miliardi di dollari.
Finanzia la costruzione di grandi opere infrastrutturali (ferrovie, porti, autostrade), concede prestiti a tassi agevolati a molti governi locali e, ai più poveri, cancella il debito.
Sta anche cercando di creare 5 Zone Speciali di investimento che dovrebbero offrire agevolazioni alle imprese straniere che avvieranno nell’area nuove iniziative.

L’Africa detiene un decimo delle risorse mondiali di petrolio (e ancora molte potrebbero essere scoperte). La Cina è la terza destinazione del petrolio del Gabon (dopo USA e Francia), assorbe il 25% di quello angolano e il 60% di quello sudanese.

Nelle miniere dello Zambia Pechino investirà in tre anni 800 milioni di dollari (14% del Pil del Paese).

Ecuador e Messico

Il più grande operatore mondiale di terminal container Hutchinson Port Holdings gestirà in Ecuador il porto di Manta per 30 anni. Nel secondo porto del Paese, vicino al Canale di Panama, transita il 10% del traffico merci dell’Ecuador. I cinesi investiranno 480 milioni di dollari per costruire una mega piattaforma logistica.

Lo stesso operatore ha investito in Messico 244 milioni di dollari per potenziare il porto di Lazaro Cardenas che consente di effettuare le operazioni di scarico in un solo giorno (contro i 4 giorni di Los Angeles).

Europa dell’Est

In Moldavia, avamposto europeo affacciato sull’Asia, Shan Lian International Group ha costruito il primo mall del paese e a Budapest l’Asia center, con una superficie di 125mila mq., smista il traffico europeo dei prodotti cinesi di qualità. E altri hub analoghi sono attivi in Polonia e in Romania.

Infine a Manga, in Pakistan, sorgerà un polo industriale per l’elettronica. La prima Zona Economica speciale che Pechino realizza all’estero. Su questa piattaforma produttiva la Cina riverserà tecnologie per far ripartire prodotti finiti verso il resto del mondo.

Il caso Madagascar

Alcuni Paesi asiatici ed europei con disponibilità di capitali, ma scarsità di terra coltivabile, hanno iniziato ad affittare terreni agricoli in Africa. Il caso più recente ed eclatante riguarda la Corea del Sud e il Madagascar.

Daewoo Logistics, la filiale agroalimentare della multinazionale sudcoreana, ha concluso con il governo del Madagascar un accordo che prevede l’affitto di due zone distinte dell’isola fino al 2108.

Sull’area, grande quasi quanto la metà del Belgio, verranno coltivati olio di palma e mais. La Corea del Sud punta così a ridurre del 50% le attuali importazioni di mais dagli Stati Uniti.

L’accordo non prevede il versamento di somme di denaro per l’affitto. Daewoo, che già controlla 50.000 ettari di mais in Indonesia, investirà 6 miliardi di dollari nei prossimi venticinque anni e garantirà la costruzione delle infrastrutture necessarie.

Di fronte a questa corsa alle terre agricole nei Paesi meno sviluppati la Fao ha pubblicato di recente un documento che mette in guardia contro il rischio di un neocolonialismo agricolo.

Enrico Forzato