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Scheda Paese Turchia

  • Secondo il report di Heritage Foundation, il punteggio della libertà economica della Turchia è di 64, migliore rispetto al 2011, quando il Paese si collocava al 67° posto. Nella regione europea la Turchia si classifica 30° su 43 paesi e il suo punteggio è superiore alla media mondiale.
  • La Turchia chiude il 2012 con un Pil in crescita positiva, sia pure su tassi contenuti (attorno al 2%). Tuttavia, la decisione,  in novembre, da parte di Fitch Ibca di riportare il rating del Paese, per la prima volta dopo 15 anni, in area “investment” grade è di buon auspicio per una possibile accelerazione nel  2013.

La Turchia è uno dei paesi a maggiore potenzialità per quanto riguarda l'internazionalizzazione delle imprese ed il commercio.

Un fattore chiave del successo della Turchia è da ricercare nella stabilità politica garantita dal Primo Ministro Erdogan e dal suo partito AKP. Nonostante il partito di maggioranza sia di ispirazione islamista, il Governo è riuscito a limitare al minimo le tensioni all'interno della società e in particolare con le frange nazionaliste e laiche.

Trasparency International (la maggiore istituzione privata al mondo per il calcolo della corruzione reale e percepita) colloca la Turchia al 61° posto su 182 per livello di corruzione. Date le diverse condizioni del paese, le fratture sociali e l'elevato tasso di crescita che ha coinvolto il paese è possibile affermare che la Turchia può essere percepita come un paese nel quale la corruzione non è uno dei maggiori impedimenti alla possibilità di svolgere business. Per fare un paragone con l'Italia il nostro paese si trova in posizioni vicine ma peggiori rispetto alla Turchia, vale a dire al 69° posto a livello globale.

Dal punto di vista economico la Turchia continua a crescere nonostante la crisi dei debiti sovrani europei ed in generale la crisi economica globale.

Il mercato interno tiene e numerosi sono i settori che trainano il paese in espansione. Automotive, tessile abbigliamento e gioielleria sono i settori a maggiore sviluppo e potenzialità per le imprese italiane e lombarde.

Il clima per l'Italia appare sempre più favorevole soprattutto grazie alla crescita dell'interscambio commerciale, alla qualità della penetrazione economica italiana in Turchia e al potenziale livello di investimento di Ankara in Italia.

(Informazioni aggiornate a maggio 2012)

La Turchia ha una popolazione di circa 75 milioni di abitanti. La popolazione che vive sulle coste, compresa la maggiore città del paese Istanbul, raggiunge livelli di ricchezza e di sviluppo maggiori rispetto alle regioni interne del paese, contraddistinte in particolare da un territorio montuoso e in molti casi aspro.

Le condizioni sociali e culturali del paese sono molto diverse da regione a regione. La popolazione costiera e le stesse città che si affacciano sul Mediterraneo hanno sviluppato una società più aperta e per molti aspetti occidentalizzata in paragone alle regioni dell'interno, più direttamente legate alle tradizioni, al mondo agricolo e con minori prospettive economiche.

La famiglia è molto importante in Turchia, come anche le discendenze. Sebbene si tratti di un paese prevalentemente islamico, il radicalismo è tenuto sotto stretto controllo e rari sono i casi di fanatismo. Tuttavia si tratta di un paese strettamente legato alla tradizione islamica e da molti anni anche la politica è dominata da partiti di diretta ispirazione islamica.

Le maggiori tensioni sociali riguardano principalmente il confronto tra islamici e nazionalisti laici, la forte presenza in Turchia di una minoranza curda che rivendica maggiore autonomia ed in generale la presenza in Turchia di altre minoranze nazionali tra le quali è importante citare gli Armeni, che accusano la Turchia di aver praticato nel 1915 un vero e proprio genocidio.
Tali contrasti di carattere sociale non rappresentano di per sé un vincolo al business in Turchia, ma alcuni interlocutori potrebbero non gradire prese di posizione di carattere politico o etnico opposte al loro credo.

Il livello di redistribuzione del reddito tra la popolazione è considerato medio con valori comparabili a quello della Russia e migliori rispetto alla Cina o agli stessi Stati Uniti. L'Indice di Sviluppo Umano (indice che cerca di calcolare il benessere della popolazione oltre la ricchezza pro-capite) mostra un livello paragonabile ai paesi dell'Europa dell'Est o dei Balcani.

Il rischio di una crisi politica è moderato. Un pacchetto di riforme istituzionali è stato approvato con referendum nel 2010 e revisionato dai due massimi organi giurisdizionali, Corte Costituzionale e Consiglio Supremo dei Giudici e dei Pubblici Ministeri. Le riforme costituzionali hanno aumentato il controllo civile delle forze armate, la cui fama è stata messa in dubbio da sospettati complotti per destabilizzare il governo e la percezione che la morte di molti soldati per combattere i militanti del PKK poteva essere evitata.
 
La questione curda continua a rappresentare una minaccia alla stabilità politica e sociale, anche in prospettiva di una adesione all’UE. Durante le elezioni del giugno del 2011 ci sono stati diversi violenti scontri tra curdi e forze di sicurezza avvenuti nel sud est della regione.

L'economia turca, nonostante la crisi globale e soprattutto la crisi dei debiti sovrani di molti paesi europei, ha continuato a crescere significativamente nel 2011. Lo scorso anno il PIL turco è cresciuto del 7,8% e si stima che per il 2012 il paese potrà crescere al 2,5%.

Il contesto economico è gradualmente diventato più snello ed efficiente. Il settore privato è in crescita, anche se lo Stato rimane fortemente coinvolto nell’economia. Il settore bancario è riuscito a resistere alla crisi relativamente bene. Il regime normativo vigente in Turchia, nonostante alcuni miglioramenti, rimane pesante e non incentiva l’attività imprenditoriale.

L'economia turca, sebbene costantemente minacciata dall'aggravarsi delle condizioni economiche degli altri paesi industrializzati, sta continuando a consolidarsi. Politiche di spesa pubblica moderate e una forte attenzione al mercato rafforzano i fattori positivi soprattutto nel medio e lungo periodo. Esistono ancora delle problematiche legate al processo di privatizzazione del settore della produzione elettrica ed energetica in generale e per per quanto riguarda il settore bancario.

Nell'anno 2012 il Governo ha annunciato importanti riforme per quanto riguarda il mercato interno, prima fra tutte una più equa politica fiscale e al contempo una semplificazione per quanto riguarda le procedure.

Nell'agenda del Governo continua ad essere presente un importante piano per la costruzione di infrastrutture in tutto il paese attraverso collaborazioni tra pubblico e privato.

Il tasso di sconto continua ad essere attorno al 5,75% e l'inflazione è in diminuzione passando da circa il 10% del 2011 ad una stima del 7,5% nel 2012 ed un 6,5% per il 2013.

L'economia turca si divide in termini di peso sul PIL con un 9,2% proveniente dall'agricoltura (nonostante il settore rappresenti ancora il 40% dell’occupazione), un 26,9% proveniente dall'industria e un 63,9% proveniente dai servizi.

Un aggressivo programma di privatizzazione ha ridotto il coinvolgimento dello Stato nel settore industriale, banche, trasporti e comunicazione. Tuttavia ancora il 40% dell'economia nazionale dipende direttamente dallo Stato.

La Turchia è uno dei maggiori paesi industrializzati al mondo e fa parte del G20, l'organizzazione che raccoglie i 20 paesi più industrializzati. La Turchia è un produttore di minerali e ha un'intesa attività di produzione di metalli per l'industria siderurgica e l'industria pesante quale quella metalmeccanica (automobili, treni e navi).

Uno dei settori su cui si basa l'industria nazionale è quello tessile con particolari produzioni nel settore lanifero e cotonifero. Esiste anche una produzione di fibre sintetiche, ma poco sviluppata.

L'industria del cemento ha una rilevanza in tutto il paese riuscendo ad essere totalmente autonomo rispetto alle importazioni. La Turchia è autonoma per la produzione anche di numerosi prodotti industriali fondamentali per lo sviluppo dei suoi settori chiave quali il petrolchimico, l'industria alimentare e quello dei fertilizzanti.

Un altro punto di forza del paese riguarda il settore dell'artigianato di qualità che si basa su una forte produzione di marmi e legname.

Per le importanti realtà culturali, artistiche e religiose del paese il settore turistico continua ad essere uno dei settori trainanti dell'economia turca.

Aprire un'azienda

Grazie alla promulgazione della legge sugli investimenti esteri diretti del 5 giugno 2003 tutte le forme societarie sono aperte agli stranieri. Gli stranieri di solito optano per la società anonima AS oppure a responsabilità limitata LS. Organizzarsi in questa forma è più conveniente per le vendite e le imprese di distribuzione, mentre le banche e le compagnie di assicurazione sono tenute ad assumere la forma di AS.

Il Ministero del Commercio e dell’Industria ha introdotto nuovi requisiti minimi di capitale: 50.000 tl per le AS e 5.000 tl per il modello LS.
 
La Turchia ha promulgato una nuova imposta societaria nel giugno 2006 riducendo la base dell’aliquota dell’imposta sulle società dal 30% al 20% e aumentando la ritenuta sugli utili distribuiti dal 10% al 15%. Il risultato è stata una riduzione complessiva dell’onore fiscale dal 37% al 32%.

Mercato del lavoro

La Turchia ha un grande potenziale di lavoratori non qualificati e semi qualificati. La crescita annuale della popolazione ha subito un rallentamento negli ultimi anni, ma è comunque alta secondo gli standard dell’OCSE e corrisponde a un tasso dell’1,2% nel 2010.
Circa 1,3 milioni di studenti hanno studiato presso la scuola secondaria professionale o la scuola tecnica con circa 1,4 milioni di studenti iscritti all’università.
 
Il tasso di disoccupazione nel Paese è sceso del 2,6% arrivando all’11,9% nel gennaio del 2011. L’assenza di lavoro e un fiorente mercato nero dell’economia hanno fatto in modo che non ci siano cifre esatte: i tassi di disoccupazione attuali sono molto probabilmente superiori rispetto a quelli registrati dai dati ufficiali. Secondo le statistiche, nel mese di gennaio 2011 il 40,9% della forza lavoro stava lavorando nell’economia sommersa.
La disoccupazione giovanile rimane alta e sempre nel mese di gennaio dello scorso anno era del 22% per i giovani compresi fra i 15 anni e 24 anni.
 
La rapida crescita economica nel corso degli anni ‘90 ha prodotto un aumento dei salari e a volte scarsità di figure professionali preparate. È infatti difficile trovare dirigenti che parlino una lingua europea importante come il tedesco o il francese, oltre che l’inglese.
Ad un altro livello ci sono invece i dirigenti turchi qualificati che rispondono ai requisiti internazionali: molte aziende straniere hanno sostituito i loro manager espatriati con cittadini turchi, la cui remunerazione tende ad essere molto meno costosa di quella dei loro colleghi stranieri.
 
Il quadro giuridico principale di riferimento è il diritto del lavoro del maggio 2003. La legge 2821 del 1983 comprende le attività sindacali, mentre la legge 2822 del 1983 si occupa della contrattazione collettiva, scioperi e serrate. Una caratteristica insolita della legge 2821 e della legge 2822 è che le aziende devono contrattare con la leadership nazionale dei sindacati piuttosto che con i rappresentanti di fabbrica.
 
L’applicazione delle leggi sulla sicurezza dei lavoratori è debole, in particolare nel settore delle costruzioni che è scarsamente regolamentato e di piccoli impianti industriali. La legge 4857 viete ogni tipo di discriminazione, nelle remunerazioni, sul posto di lavoro, sula base di sesso, razza, religione, lingua.
Nonostante le pesanti multe per l’uso illegale di manodopera straniera, il numero degli stranieri che lavoravano in Turchia a metà del 2011 era notevole. Le stime variano molto ma si parla di centinaia di migliaia di lavoratori. Molti vengono dall’est Europa e dalla ex Repubbliche Sovietiche, tipicamente impiegati nel settore delle costruzioni, piccoli impianti industriali e turismo.

Sistema bancario

Attualmente secondo la legislazione turca non è necessario ottenere dei permessi per poter investire in Turchia. Tuttavia il sistema creditizio straniero, le banche in particolare, qualora volessero stabilire delle filiali nel paese devono ottenere permessi particolari da parte del Directorate-General for Foreign Investments (GDFI). Le banche italiane presenti in Turchia ed in particolare ad Istanbul sono Monte dei Paschi di Siena, Intesa San Paolo, BNL-BNP ed Unicredit attraverso la sua controllata Yapi Ve Kredi Bakasi.
Per quanto riguarda il credito locale e le informazioni relative ai soggetti ed ai prestiti che possono essere forniti alla piccola e media impresa vi sono due uffici: il Credit Bureau of Turkey (KKB) ed il Credit Registry presso la Banca Centrale. Il primo registro è detenuto dalle prime 10 banche turche e veicola informazioni di 28 istituti di credito.
Per quanto riguarda le garanzie al credito in Turchia queste vengono fornite esclusivamente dal Credit Guarantee Fund dedicato principalmente alle PMI.

Proprietà intellettuale

Limitati sono stati i progressi fatti nel settore del diritto della proprietà intellettuale. Alcuni sforzi sono stati fatti nel dialogo con le autorità: la prima riunione sul tema fra i rappresentanti di Turchia e UE si è svolta solo nel maggio 2011. Per quanto riguarda i diritti d’autore, l’adozione del disegno di legge sulle opere intellettuali ed artistiche è ancora carente.
 
La Direzione generale per i diritti d’autore (DGCC) e il Ministero della Cultura e del Turismo (MoCT) hanno proseguito gli studi tecnici per migliorare prevedibilità, qualità, trasparenza e procedure di registrazione.
Il monitoraggio sulla pirateria è migliorato come risultato di una formazione organizzata dal Moct (Ministero degli Interni), la Commissione anti pirateria e la magistratura. Le commissioni anti pirateria e la magistratura stanno lavorando in modo efficiente e le unità di polizia hanno condotto operazioni di successo nella lotta contro la pirateria.

 

L’accordo di unione doganale con l’Unione Europea siglato nel gennaio del 1996 ha rafforzato la partnership commerciale che prevede la libera circolazione di beni extra-agricoli e servizi, l'abolizione delle tariffe esterne comuni e delle misure di protezione, l'armonizzazione legislativa, la cooperazione finanziaria ed istituzionale.

La Turchia dispone di speciali accordi bilaterali con alcuni paesi, soprattutto in Europa orientale e nel mondo islamico: quello più importante è sicuramente quello con la Russia per la fornitura di gas naturale, in vigore dal 1987.
 
La Turchia ha una serie di zone di libero scambio, tutte regolate dalla legge 3218 e dal decreto 564, modificato nel febbraio del 2004 dalla legge 5084 sulle modifiche a varie leggi relative agli investimenti e agli incentivi all’occupazione.
Gli investimenti in queste zone sono stati resi molto attraenti, consentendo lo stoccaggio e la trasformazione delle merci senza l’applicazione di alcun regime doganale.
 
Le vendite provenienti dalle zone di libero scambio verso la Turchia sono consentite. I beni che vengono trasportati nelle zone di libero scambio dall’estero sono soggetti ad un prelievo dello 0,1% del rapporto CIF (cost insurance and freight), mentre le merci che entrano in Turchia dalle zone del libero scambio sono soggette ad un prelievo dello 0,9% del loro valore FOB (free on board).

La Turchia ha nell'Unione Europea il maggiore partner commerciale a livello regionale, rappresentando il 39% delle sue importazioni ed il 46% del suo export.

A livello regionale l'asse principale, escludendo la UE, rimane la Russia con la quale intrattiene rapporti bilaterali il cui centro economico è costituito dall'importazione da parte di Ankara di gas naturale. Quasi il 70% di quanto la Turchia spende per il gas russo viene poi re-investito in beni e servizi turchi verso il mercato russo creando così una solidità commerciale molto favorevole ad Ankara.

A livello regionale la maggiore iniziativa che potrebbe portare ad un veloce e proficuo incremento del commercio è la Black Sea Economic Cooperation (BSEC), la cooperazione economica per il Mar Nero creata nel 1992 e che potrebbe avere nei prossimi anni un rilancio proprio grazie ai buoni rapporti tra Ankara e Mosca, i due maggiori contraenti dell'iniziativa.

La Turchia è al centro di consistenti flussi commerciali: l’industria dei trasporti vale un giro d’affari di circa 600 miliardi di dollari.

La prima scelta per gli esportatori è la via marittima: il 48% dell’export negli ultimi anni è passato attraverso il mare, mentre la via terrestre rappresenta il 43%. Considerato che la Turchia è in una posizione strategica rispetto all’Europa, le distanze permettono anche il trasporto via terra (ad esempio, Istanbul – Berlino sono 1750 chilometri, Istanbul – Mosca 1750, Istanbul - Madrid 2740). La scelta del mezzo aereo invece è ridotta all’11%.

 L’industria dei trasporti turca è in fase di implementazione e l’obiettivo è quello di diversificare al massimo i canali, migliorando la struttura delle ferrovie.

Bilancia commerciale

La bilancia commerciale della Turchia è negli ultimi anni sempre stata negativa con una prevalenza delle importazioni rispetto alle esportazioni. Nel 2011 le importazioni hanno ampiamente superato il 26% del PIL e le esportazioni non hanno raggiunto il 18%.

I maggiori partner commerciali per quanto riguarda le importazioni sono costituiti dalla Russia con 21 Mld di dollari, la Germania con 17 Mld di dollari, la Cina con 17 Mld di dollari, gli Stati Uniti con 12 Mld di dollari e l'Italia con 10 Mld di dollari.
Per quanto riguarda i paesi verso i quali la Turchia esporta si tratta della Germania con 11 Mld di dollari, il Regno Unito con 7 Mld di dollari, l'Italia con 6 Mld di dollari, come anche Francia ed Iraq.
 
I principali settori di esportazione della Turchia sono il tessile e l'abbigliamento con un valore di 21 Mld di dollari, veicoli a motore per 14 Mld di dollari e metalli di base per altrettanti 14 Mld di dollari.
I principali prodotti di importazione sono invece i prodotti chimici per un valore di 27 Mld di dollari, gas e petrolio per 21 Mld di dollari, veicoli a motore per 15 Mld di dollari.
 
Le relazioni commerciali con l'Unione Europea sono particolarmente sviluppate sia per quanto riguarda l'import sia per quanto riguarda l'export. La UE costituisce il 39% dell'import della Turchia ed il 46% dell'export con particolare riferimento ai seguenti settori: prodotti tessili e dell'abbigliamento, autoveicoli e metallurgia per le esportazioni. Mentre per le importazioni i settori sono: prodotti chimici, macchinari ed autoveicoli e prodotti metallurgici.
 
Per quanto riguarda i rapporti con l'Italia i settori dell'import e dell'export rimangono identici a quelli ricercati anche negli altri paesi paesi europei. In particolare la Turchia esporta in Italia prodotti tessili e dell'abbigliamento per circa 1,3 Mld di dollari, prodotti metallurgici per un valore di oltre 500 Mln di dollari e autoveicoli per 1,8 Mld di dollari.
La Turchia importa dall'Italia principalmente prodotti derivati dalla trasformazione del petrolio per 950 Mln di dollari, 1 Mld di dollari di prodotti chimici, 2 Mld di dollari in macchinari e 1 Mld di dollari in autoveicoli.
 
La Lombardia esporta in Turchia oltre 2,5 Mld di dollari e importa circa 1,6 Mld di dollari. In particolare la Lombardia esporta macchinari per oltre 500 Mln di dollari e prodotti chimici per quasi 250 Mln di dollari. La Lombardia importa prodotti della siderurgia per un controvalore di quasi 300 Mln di dollari, 165 Mln di dollari di veicoli, 111 Mln di dollari di abbigliamento.

Investimenti esteri

La Turchia dà priorità agli IDE in praticamente tutti i settori compresi quello bancario, l’agricoltura e le miniere. Gli stranieri possono commerciare in questi settori, partecipare a partenariati, comprare azioni e stabilire uffici. La normativa per gli investimenti è stata semplificata nel corso degli anni diventando progressivamente più semplice e liberale. Nel giugno 2003 la legge 4875 sugli IDE ha ultimato le formalità per facilitare gli investimenti. Fatta eccezione per le banche estere, le aziende possono presentare le domande alla Direzione generale per gli investimenti esteri.
Secondo la legge sugli investimenti esteri 4875 agli investitori stranieri viene richiesto di presentare alla Direzione generale le informazioni statistiche annuali sulle loro attività.
 
I primi anni del 21° secolo hanno visto un boom di investimenti esteri grazie alla forte crescita economica e alla stabilità politica dopo le elezioni del 2002.
Dopo aver toccato il fondo nel 2009 gli investimenti stranieri in Turchia si sono rialzati nel 2010 e la crescita è proseguita nel corso del 2011 e continuerà anche nel 2012. Gli investimenti esteri diretti nel 2010 erano pari a 9,7 miliardi di dollari, con un aumento rispetto agli 8,4 miliardi del 2009. Le previsioni statistiche suggeriscono che entro il 2012 i flussi ammonteranno a 17,5 miliardi.
 
I regimi per gli investimenti nel paese comprendono la parità di diritti e obblighi per gli investitori stranieri. Sono state rimosse quasi tutte le restrizioni e i requisiti imposti agli investitori stranieri concedendo loro lo stesso status giuridico di una società di proprietà turca ai sensi del Codice Commerciale Turco.
 
Gli investitori esteri possono trasferire liberamente profitti, tasse e royalties e rimpatriare capitale. Essi hanno anche l’accesso ai regimi di incentivazione sulla stessa base delle imprese locali.
Il governo ha liberalizzato le regole di esplorazione di petrolio e ridotto i controlli sulle importazioni per rendere più attraenti le possibilità di joint venture. Sebbene quasi tutti i settori in Turchia siano aperti agli investimenti esteri, il commercio dei beni immobili e l’attività di pesca rimangono chiusi al commercio.

Zone di libero scambio

La Turchia ha una serie di zone di libero scambio, tutte regolate dalla legge 3218 e dal decreto 564, modificato nel febbraio del 2004 dalla legge 5084 sulle modifiche a varie leggi relative agli investimenti e agli incentivi all’occupazione.
Gli investimenti in queste zone sono stati resi molto attraenti, consentendo lo stoccaggio e la trasformazione delle merci senza l’applicazione di alcun regime doganale.
 
Le vendite provenienti dalle zone di libero scambio verso la Turchia sono consentite. I beni che vengono trasportati nelle zone di libero scambio dall’estero sono soggetti ad un prelievo dello 0,1% del rapporto CIF (cost insurance and freight), mentre le merci che entrano in Turchia dalle zone del libero scambio sono soggette ad un prelievo dello 0,9% del loro valore FOB (free on board).

 

Automotive

Il settore dell’automotive in Turchia costituisce uno dei comparti industriali a maggiore crescita e sviluppo. La Turchia risulta essere il sesto produttore europeo di veicoli ed il 16° a livello globale. In Europa soltanto Germania, Francia, Spagna, Regno Unito e Russia producono più vetture. Per quanto riguarda invece i veicoli commerciali la Turchia in Europa continua ad essere al primo posto e l’ottavo al mondo.

La svolta produttiva nel settore automotive è apparsa nel 1996 al momento della stipula degli accordi di unione doganale con l’Unione Europea quando un elevato numero di case produttrici di automobili ha deciso di delocalizzare in Turchia una parte della produzione per la vendita dei prodotti finiti sul mercato interno ed internazionale. Le motivazioni dell’ascesa del mercato sono date principalmente dalla possibilità di esportare beni finiti nel mondo.

Oltre alla grande capacità di produzione e di esportazione, tuttavia, la Turchia possiede una forte capacità attrattiva per quanto riguarda l’import con un valore in termini di unità importate pari a 465.000 unità contro le 763.000 esportate. La Turchia attualmente possiede circa 15 grandi case produttrici di autoveicoli. E' importante ricordare che i primi 5 attori nazionali e internazionali, Oyak Renault, Tofas, Ford Otosan, Toyota e Hyundai Assan producono oltre il 90% dell'intero parco dei veicoli in Turchia.

La principale via per poter penetrare un mercato a forte espansione e particolarmente votato all’export è quella dell’investimento in stabilimenti produttivi in loco ed in particolare nelle aree economiche speciali dove più forti sono i vantaggi competitivi in termini fiscali e di salari.
 
Il mercato turco dell’automotive, infatti, è ancora adesso sotto l’attenzione di importanti gruppi produttivi, in particolare cinesi, che nel corso degli scorsi due anni hanno deciso di produrre in Turchia per dedicarsi all’export soprattutto in Europa e nel Medio Oriente, i due principali mercati dell’export turco. I maggiori operatori cinesi sono Dong Feng Motors (DFM) e la DFM-Zhengzhou Nissan (ZNA) che rispettivamente hanno finanziato progetti per la produzione in Turchia di autoveicoli per un ammontare di 500 mln di dollari per una produzione che insieme potrebbe raggiungere le 50.000 unità.
 
Per le imprese italiane, di fronte ad un potenziale calo della produzione e dell’import-export del settore automotive in Turchia, è fondamentale puntare sulle richieste maggiormente in espansione e sulle quali è possibile dare un reale valore aggiunto.
In particolare la crescita tra il 2009 ed il 2010, gli ultimi dati disponibili, maggiormente sensibile si è registrata nella produzione e vendita di camion di media potenza con un incremento anno per anno del 176%. Ma ancor più dei camion di medie dimensioni sono stati i camion dalle dimensioni light a registrare in anno oltre il 300% di crescita nelle vendite. Si tratta di dati significativi per le imprese specializzate italiane se si aggiunge il fatto che un incremento di oltre 100% lo hanno ottenuto anche i veicoli quali i trattori agricoli. Questi sotto-settori sono ampiamente coperti dalle aziende lombarde e italiane costituendo un ottimo elemento per entrare in un mercato altamente competitivo ma potenzialmente molto ampio.
 
Le prospettive del mercato automotive sono strettamente legate nei prossimi anni all’andamento delle prospettive economiche dell’Europa. La contrazione dell’economia nella gran parte dei paesi importatori di autoveicoli ha contratto in parte la capacità produttiva e di export della Turchia. Tuttavia anche il Primo Ministro turco Erdogan ha più volte manifestato il forte interesse a creare in Turchia un marchio automobilistico a livello internazionale e a garantire sostegno dello Stato alla produzione del settore fino a farlo diventare il maggiore comparto produttivo del paese al di sopra dei comparti artigianali del tessile, dell’abbigliamento, dei tappeti e della filatura messi insieme.
 
Il futuro imprenditoriale per le imprese italiane potrebbe essere quello della fornitura di pezzi di ricambio, macchinari per la produzione di automobili e veicoli commerciali, autobus e trattori. Oppure fornire progettazione di qualità alle aziende che si stanno sviluppando localmente e che fino ad ora non hanno avuto la possibilità di investire in tecnologia e ricerca.

Tessile abbigliamento

Il settore tessile continua ad essere il maggiore settore economico del paese. Attualmente contribuisce al 10% del PIL e impiega circa 2,5 mln di persone e attraverso l'indotto complessivamente occupa circa 9 mln di persone. Delle 180.000 aziende tessili e dell'abbigliamento, 2.000 sono di grandi dimensioni con oltre 150 dipendenti e con fatturati che superano i 15 mln di dollari.
Il 60% dell'intera produzione viene esportata. A livello globale per quanto riguarda l'abbigliamento la Turchia è il 6° produttore ed il secondo per quanto riguarda l'export verso la UE dopo la Cina, mentre per quanto riguarda il tessile è alla decima posizione mondiale. Verso la UE, la Turchia controlla circa il 6,4% dell'export.
 
Il mercato del tessile e dell'abbigliamento in Turchia potrebbe perdere quote di mercato nell'export mondiale in termini assoluti. Sarà quindi necessaria una ristrutturazione dell'intero settore ed in particolare un sostanziale accorpamento delle numerose aziende locali. Una contrazione delle esportazioni causate dall'ingresso di prodotti di basso costo provenienti da Cina ed India consentirà alle aziende italiane la possibilità di acquisire aziende turche a prezzi vantaggiosi.
 
Con la combinazione del fattore materia prima (la Turchia è uno dei maggiori produttori di cotone al mondo), della specializzazione della manodopera nel settore, della competitività del costo del lavoro e della vicinanza con i mercati europei e mediorientali, è possibile la penetrazione del mercato su livelli qualitativi di produzione più elevati di quelli attuali. Infatti le imprese italiane avranno la possibilità di delocalizzare e di entrare nel mercato interno turco in forte crescita con produzioni di confezioni di alto valore di design e di qualità del prodotto.
 
Attualmente esistono nel paese circa 294 imprese straniere nel settore tessile e dell'abbigliamento. Queste aziende hanno operato attraverso il canale della delocalizzazione per la produzione di beni per l'export negli Usa e nella UE ma anche verso il mercato russo altamente in espansione e alla ricerca di capi di abbigliamento di fattura occidentale e di marca.
 
Contemporaneamente le aziende straniere in Turchia hanno aperto numerosi negozi e department store nei centri commerciali al fine di conquistare anche le quote di mercato interne. Nonostante il periodo di crisi le grandi aziende del settore continuano a puntare sulla Turchia sia come paese produttore per l'export sia come mercato interno.
 
E' importante ricordare che la Turchia ha adottato la gran parte della legislazione in materia ambientale per la produzione di materia prima e di prodotti manufatti appositamente certificati per l'esportazione nei paesi occidentali.
I dati statistici e le proiezioni parlano di un potenziale calo dell'export del tessile e dell'abbigliamento turco per una percentuale pari al 30% del totale e per un controvalore di 2,5 Mld di dollari. Questo dato colpisce prevalentemente il settore del tessile e dell'abbigliamento di fascia bassa costringendo le aziende a ricollocarsi su segmenti produttivi di maggiore livello di prezzo e di prestigio in termini di marchio.
 
La scommessa delle grandi aziende occidentali e detentrici di grandi marchi è quella di continuare a scommettere sul mercato interno e dell'export di gamma medio alta. L'Italia è tra i primi paesi a poter sfruttare la Turchia dato che già adesso detiene il record delle importazioni per quanto riguarda l'abbigliamento.

Gioielleria

Il mercato turco della gioielleria è il terzo al mondo dopo quello degli Stati Uniti e dell'India. Nonostante un incremento del costo del lavoro in Turchia che rischia di danneggiare il settore per quanto riguarda l'export, attualmente esistono circa 10.000 produttori artigiani di cui oltre 4.000 risiedono nelle antiche botteghe di Istanbul. Il settore occupa circa 750.000 persone e altre 400.000 lavorano nelle oltre 100.000 gioiellerie del paese.
 
Il 73% dell'oro che viene importato in Turchia viene utilizzato per la gioielleria. I dati sull'importazione dell'oro parlano certamente di una caduta sensibile e della necessità di una ristrutturazione del settore. Il settore dei gioielli, tuttavia, continua a rimanere a livello globale per la Turchia una delle principali attività produttive e dell'export.
 
La sempre maggiore capacità di ricchezza dei Turchi e la scelta del gioiello come bene di consumo costituisce un'ottima combinazione di fattori per la penetrazione del mercato. Le grandi città e le più importanti fiere del settore sono i luoghi dove presentare le proprie proposte che tuttavia devono interpretare prevalentemente il gusto locale che potrebbe essere non corrispondente a quello occidentale.
 
La Turchia è infatti un paese mediorientale, prevalentemente, dove i gusti potrebbero essere più simili a quelli orientali che europei. Produrre in loco per il consumo locale è sempre una scelta, ma è fondamentale avere degli artigiani e dei creatori di linee e stili locali per evitare di proporre oggetti fuori dal mercato.
 
Le imprese italiane della gioielleria dovrebbero guardare con attenzione al mercato locale. Infatti i dati dimostrano che la Turchia sta erodendo direttamente le importanti quote di mercato della produzione e dell'esportazione dell'oro e dei gioielli italiani. Si tratta di una crescita, quella turca, che è cominciata da almeno 17 anni a seguito della liberalizzazione nell'importazione dell'oro nel paese e della conseguente crescita della raffinazione, della nascita di un mercato regolamentato e grazie all'applicazione di investimenti finanziari secondari nei derivati.
 
La gioielleria è certamente il frutto della cultura di un paese, ma è anche un'industria che potrebbe avere una forte espansione se adattata alle diverse realtà regionali. La crescita del mercato turco a scapito della produzione italiana dovrebbe mettere in evidenza che è la Turchia il paese verso il quale le imprese italiane dovrebbe adottare una strategia aggressiva di penetrazione del mercato.
 
Le prospettive del settore sono decisamente rosee per quanto riguarda la gioielleria in Turchia. La crisi ha certamente contratto una parte considerevole delle esportazioni, ma vi sono due fattori fondamentali che rendono il mercato turco decisamente resistente e dalle potenzialità positive.
Il primo elemento riguarda il fatto che nonostante la riduzione delle importazioni di oro il settore è cresciuto dando un chiaro segnale che esiste internamente un mercato che continua ad acquistare gioielli. Il motivo è da ricercare nella cultura del paese che per un elevato numero di occasioni sociali, feste e rituali considera fondamentale regalare un gioiello come segno di partecipazione.
 
In secondo luogo non si è ancora espresso pienamente l'uso, a causa di un'economia ancora pienamente da sviluppare, dell'investimento finanziario nei preziosi e nei suoi derivati.
Quando nei prossimi anni la ricchezza del paese sarà cresciuta ulteriormente, i gioielli, l'oro ed i preziosi diverranno certamente un mercato di investimento contribuendo ad una crescita ulteriore del settore.
Paese: Turchia