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Cioccolato: la Corte di Giustizia UE condanna l’Italia

Il 25 Novembre 2010 la Corte di Giustizia UE ha accolto il ricorso presentato dalla Commissione europea contro l’Italia per non aver rispettato due direttive europee relative ai prodotti di cacao e cioccolato destinati all’alimentazione umana ed al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti l’etichettatura, la presentazione dei prodotti alimentari e la relativa pubblicità.   

La Corte di Giustizia ha ritenuto fondate le censure mosse dalla Commissione nel ricorso per inadempimento proposto il 30 gennaio 2009 ai sensi dell’art. 226 CE (causa C-47/09).

1. Disposizioni prescritte dalle direttive europee

La direttiva 2000/36/CE è finalizzata a:

  • stabilire regole comuni per l’aggiunta dei grassi vegetali diversi dal burro di cacao nei prodotti di cacao e cioccolato
  • realizzare un’armonizzazione delle denominazioni di vendita.

Riguardo al primo punto, l’articolo 2 della direttiva disciplina l’aggiunta di grassi vegetali diversi dal burro di cacao (elencati nell’Allegato II della stessa) ai prodotti di cioccolato (elencati, a loro volta, al punto A paragrafi 3, 4, 5, 6, 8, e 9 dell’Allegato I). Tale aggiunta non può superare il 5% del prodotto finito, dopo la sottrazione del peso totale delle altre sostanze commestibili impiegate.

Tali prodotti, contenenti grassi vegetali diversi dal burro di cacao, dovranno recare, nella loro etichettatura, la menzione “contiene altri grassi vegetali oltre al burro di cacao”.

L’articolo 3 della direttiva in esame prevede invece l’armonizzazione delle denominazioni di vendita: per designare i prodotti di cui all’Allegato I, nell’ambito del commercio, devono essere utilizzate le denominazioni di vendita in esso riportate (ad esempio, “Cioccolato al latte”, “Cioccolato bianco”). Di conseguenza, gli Stati membri non dovranno adottare diposizioni nazionali (art. 4).

Nella Direttiva 2000/13/CE vengono, invece, disciplinate le caratteristiche relative all’etichettatura dei prodotti alimentari in generale (art. 2, n. 1):

  • l’etichetta non deve indurre in errore il consumatore
  • deve fornire informazioni esatte circa le varie caratteristiche del prodotto (natura, qualità, composizione, modo di fabbricazione).

2. Legislazione italiana

La Repubblica italiana, nella sua legislazione di attuazione (D. lgs. 12 giugno 2003, n. 178) delle due direttive europee, aveva previsto alcuni criteri direttivi che urtavano contro i principi da esse enunciati. Tra essi, spicca quello relativo alla distinta indicazione sull’etichettatura:

  • se il bene è prodotto con aggiunta di grassi diversi dal burro di cacao, l’etichetta dovrà contenere la dizione “cioccolato”
  • se il bene è prodotto utilizzando esclusivamente burro di cacao l’etichetta dovrà contenere la dizione “cioccolato puro”.

Le previsioni della legge italiana, come è facile comprendere, non erano in linea con quelle esposte dalle direttive europee e ciò aveva determinato la reazione della Commissione europea. Quest’ultima sostiene che, oltre ad essere una denominazione ulteriore, la dizione “puro” si presta a trarre in errore il consumatore, poiché non è corretta, né imparziale, né obiettiva, e perciò ingannevole.

Un consumatore medio, infatti, innanzi a una simile denominazione di vendita, potrebbe porsi l’ovvia domanda sull’esistenza di un eventuale prodotto “impuro”. In tal senso, è facile che il consumatore sia indotto a pensare che esistano due diverse categorie di cioccolato.

3. Decisione della Corte di Giustizia

La Corte, accogliendo le posizioni della Commissione europea, afferma che l’eventuale aggiunta di aggettivi qualificativi riguardo i prodotti di cioccolato, per i quali le direttive europee hanno operato un’armonizzazione delle denominazioni di vendita, è vincolata alle specifiche condizioni ivi previste.

Esse non prevedono né la denominazione di vendita “cioccolato puro” né l’introduzione di una modifica delle denominazioni di vendita posta in essere da un legislatore nazionale. Consentendo una tale modifica nelle denominazioni di vendita, la legge italiana si poneva in contrasto con il sistema obbligatorio e tassativo delle denominazioni di vendita istituito dalle direttive.

Inoltre, mediante la dizione “cioccolato puro” era facile anche che il consumatore venisse indotto in errore e che il suo diritto a un’informazione corretta venisse leso.

Le conseguenze risultanti dalla sentenza pronunciata dalla Corte di Giustizia sono la condanna di quest’ultima alle spese, l’obbligo di immediata modifica delle proprie leggi interne e l’allineamento delle medesime con la statuizione di detta sentenza.

E’ dunque opportuno che gli operatori economici del settore in esame tengano conto delle indicazioni e prescrizioni comunitarie.

Elisabetta Mura