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La competitività dell'agroalimentare italiano

Il Check up 2012 di Ismea fornisce un quadro aggiornato delle tendenze economiche e dei principali indicatori di competitività del settore agricolo e alimentare italiano. Focus settore vini e Federazione Russa.

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Nel 2011 l’Italia ha registrato oltre 30 miliardi di euro di esportazioni agroalimentari, a fronte di oltre 40 miliardi di euro di importazioni, con un disavanzo di oltre 10 miliardi di euro.

L’export italiano di prodotti agroalimentari è cresciuto dell’8,5% nel 2011, trainato soprattutto dalla domanda extra-Ue, e del 5,1% medio annuo nel periodo 2001-2011, più di quanto registrato dall’intero export italiano (+2,9%).

L’Italia è tra i paesi comunitari con i più alti tassi di crescita medi annui delle esportazioni, accanto a Polonia, che ha beneficiato dell’ingresso nell’Unione europea dal 2004, Germania, Spagna e Paesi Bassi. Anche le importazioni tuttavia sono sensibilmente aumentate (+3,7% in media nel decennio).

Per il 2012, in presenza di un rallentamento della crescita e del commercio mondiale, i primi cinque mesi evidenziano un minore dinamismo delle esportazioni italiane agroalimentari, oltre che una flessione dell’import conseguente alla debole domanda interna.

L’attuale e progressiva debolezza dell’euro potrebbe favorire le esportazioni italiane verso i paesi terzi. In questo senso, non può che pesare negativamente il fatto che meno di un terzo delle nostre esportazioni ha una destinazione extra-Ue, con un ruolo di punta dei mercati tradizionali, come Stati Uniti e Svizzera.

Negli ultimi 10 anni le aree di destinazione dell’export italiano sono rimaste pressoché le stesse (tra il 2001 e il 2011 l’export comunitario è aumentato del 5% medio annuo, quello extra-Ue del 5,4% medio annuo).

  • I principali paesi clienti (Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Svizzera, Spagna, Austria), hanno perso parte del loro peso, continuando tuttavia a ricevere il 59% del prodotto italiano (nel 2001 ricevevano complessivamente il 67%).
  • Hanno invece aumentato il loro peso relativo altri paesi clienti quali la Cina, la Romania, la Russia, la Repubblica Ceca, la Polonia, l’Austria e i Paesi Bassi. Si tratta tuttavia di mercati ancora piuttosto marginali per l’Italia (ricevono una percentuale delle esportazioni italiane compresa tra il 3,6% dei Paesi Bassi e lo 0,6% della Cina).

Al di là della soddisfazione per la recente buona dinamica delle esportazioni agroalimentari, è corretto sottolineare la bassa propensione all’export dell’agroalimentare, nel confronto con altri paesi. L’Italia, infatti, presenta un’incidenza delle esportazioni sulla produzione agricola e sul fatturato dell’industria alimentare rispettivamente dell’11,4% e del 17,8%, inferiore sia rispetto alla media comunitaria, sia a quella dei principali competitor (Spagna, Francia e Germania).

1 Scambi mondiali di prodotti agroalimentari

Le esportazioni mondiali di prodotti agroalimentari sono piuttosto concentrate, con i primi 10 paesi che nel 2010 detenevano una quota di mercato in valore di oltre il 50%. Leader di mercato sono gli Stati Uniti con un export agroalimentare pari a oltre il 10% del totale; l’Italia risulta decima con il 3,3%.

Dal 2000 al 2010, la quota di mercato dell’Italia risulta in contrazione, così come quella di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Canada, Spagna e Belgio.

Lo scenario internazionale è profondamente mutato per l’affacciarsi sui mercati internazionali di:

  • nuovi consumatori (Cina fra tutti)
  • nuovi importanti paesi produttori il cui ruolo si è rafforzato, a scapito delle quote di mercato dei tradizionali paesi esportatori (oltre alla Germania, sono risultate in espansione le esportazioni e le quote di mercato di Brasile, Argentina e Cina).

Le esportazioni agroalimentari dell’UE verso i paesi terzi nel 2011 hanno superato i 100 miliardi di euro e hanno registrato un incremento del 16,5% rispetto all’anno precedente (+15,9% per i prodotti agricoli e +16,6% per quelli trasformati). A trainare l’export agroalimentare comunitario è stato soprattutto il settore agricolo (+11,9% medio annuo) che tuttavia rappresenta solo il 21,3% del totale.

Nello stesso periodo sono aumentate anche le importazioni dai paesi extracomunitari (+6% medio annuo) producendo un disavanzo di 17 miliardi di euro nel 2011.

Indice del vantaggio comparato rivelato

L’indice del vantaggio comparato rivelato di Balassa (RCA, revealed comparative advantage), esprime la specializzazione di un paese nelle esportazioni agroalimentari e quindi rileva se il paese ha un vantaggio comparato nel mercato internazionale. Tra i maggiori esportatori mondiali:

  • Argentina, Brasile e Paesi Bassi hanno un alto livello di specializzazione nell’export agroalimentare (indice RCA maggiore o uguale a 2)
  • Italia, Stati Uniti, Francia, Spagna, Canada e Belgio presentano un livello intermedio (indice RCA tra 1 e 2)
  • Germania, Cina e Regno Unito indice RCA inferiore a 1.

Da segnalare il Brasile che ha registrato un incremento della quota di mercato di quasi 2 punti percentuali tra il 2000-2002 e il 2008-2010 e un aumento del proprio livello di specializzazione, delineando un rafforzamento della posizione competitiva per i prodotti agroalimentari. Situazione simile, anche se con un incremento più contenuto della quota di mercato, è stata registrata per l’Argentina.

L’Italia ha leggermente aumentato il proprio livello di specializzazione (passando da una bassa a una media specializzazione) ma ha perso quote di mercato, così come Stati Uniti, Spagna e Canada.

Principali importatori di prodotti agroalimentari

Tra il 2001 e il 2011 hanno aumentato di più le importazioni di prodotti agroalimentari i Paesi extra Ue, in particolare:

  • la Cina (+17% medio annuo)
  • la Federazione Russa (+11,9%)
  • l’India (+13,6%).

I principali paesi importatori di prodotti agroalimentari, esclusa l’Italia, rimangono tuttavia gli Stati Uniti, cui seguono la Germania, il Giappone, la Cina, i Paesi Bassi, il Regno Unito, la Francia, il Belgio, la Spagna, la Russia e il Canada.

2 Interscambio commerciale italiano

Tra i gruppi di prodotto agroalimentari, quelli per cui l’Italia ha presentato nel 2011 un livello di export nettamente superiore all’import sono stati: “bevande alcoliche e non alcoliche e aceto” (che comprende il vino), “pasta, pane e prodotti della pasticceria e biscotteria” e “preparazioni di ortaggi, legumi e frutta”.

Quelli per cui, invece, è stata particolarmente deficitaria sono stati: “animali vivi”, “tabacchi”, “pesci, molluschi e crostacei freschi, congelati, secchi, salati e affumicati”, “zucchero e prodotti a base di zucchero”, “cereali”, “panelli, farine e mangimi”, “semi e frutti oleosi”, “carni fresche, congelate, conservate, stagionate, secche e salate”, “grassi e oli animali o vegetali” e “latte e derivati, uova, miele”.

Nel 2011, tra i principali prodotti esportati, è aumentato in misura più consistente l’export di caffè, mele e pere fresche, formaggi e latticini, succhi di frutta, carni bovine fresche, acqueviti e vini e mosti (soprattutto spumanti e vini sfusi).

Al contrario, hanno subito una contrazione delle esportazioni alcuni prodotti ortofrutticoli freschi quali: albicocche, ciliegie, prugne, pesche e nettarine, agrumi e kiwi tra la frutta e pomodori, cavoli, cavolfiori, cavoli ricci, cavoli rapa e simili, lattughe e cicorie tra gli ortaggi.
Stabili o in crescita più contenuta sono risultate le esportazioni degli altri prodotti dell’agroalimentare.

Relativamente alle importazioni sono aumentate moltissimo quelle di caffè (+44,1%), di cerali (+40,9%), in particolare di mais (+65%), di zucchero e prodotti a base di zucchero (+36,9%), anche in relazione al forte aumento dei prezzi internazionali.

Consistente è stato anche l’incremento delle importazioni di molluschi, cacao in grani, latte e crema di latte, formaggi e latticini, preparazioni e conserve di pesce. L’import di alcuni tipi di ortaggi, di acqueviti e liquori, di fiori, di animali vivi e di tabacchi è, invece, risultato in contrazione.
Le importazioni degli altri principali prodotti sono, invece, aumentate in misura contenuta.

L’eccellenza dell’agroalimentare nazionale

I prodotti tipici del made in Italy maggiormente esportati sono:

  • vini e spumanti, che costituiscono il 22% del made in Italy agroalimentare
  • frutta fresca e secca
  • preparazioni di ortaggi, legumi e frutta
  • pasta
  • formaggi e latticini.

Tassi di crescita a due cifre sono stati registrati nel 2011 per:

  • formaggi e latticini (+15,1%), in particolare formaggi grana e parmigiano (+20,6%)
  • vini e spumanti (+12,4%), soprattutto spumanti (+23,2%)
  • succhi di frutta e agrumi (+12,7%).

In aumento anche le esportazioni di frutta fresca e secca, prodotti della panetteria, biscotteria e pasticceria, pasta, olio d’oliva, prodotti dolciari a base di cacao, preparazioni e conserve suine, aceti e vermouth.

Tra i prodotti del made in Italy solo gli ortaggi freschi hanno registrato una consistente riduzione delle esportazioni (-10,1%), seguiti da una modesta contrazione delle esportazioni di riso semilavorato e lavorato (-3,4%). Sostanzialmente stabile l’export delle conserve di pomodoro.

Scambi internazionali di vino

L’Italia è uno dei principali esportatori mondiali di vino, se si considera che nel 2011 detiene una quota di mercato del 19,4% in valore, preceduta solo dalla Francia, ed è il primo esportatore in volume con il 23,5% delle esportazioni complessive.

Si sono affermati negli ultimi 10 anni nuovi paesi competitor che pur detenendo quote di mercato di piccole dimensioni sono cresciuti velocemente. È il caso, ad esempio, della Nuova Zelanda che ha visto crescere le sue esportazioni in valore del 19,7% medio annuo tra il 2001 e il 2011 raggiungendo una quota di mercato del 2,8%. Da segnalare anche Argentina e Regno Unito, con un incremento medio annuo delle esportazioni rispettivamente del 12,9% e del 12,4%, raggiungendo entrambi i paesi una quota di mercato del 2,7%.

L’analisi dell’indice del vantaggio comparato rivelato di Balassa (RCA) mette in evidenza come tra i maggiori esportatori mondiali Italia, Portogallo, Francia Cile, Sudafrica, Spagna e Australia hanno un alto livello di specializzazione nell’export di vino (indice RCA maggiore o uguale a 2), in crescita nell’ultimo decennio (tranne in Francia e in Portogallo).

La Nuova Zelanda presenta un livello intermedio (indice RCA tra 1 e 2), seppure in netta crescita. Germania, Stati Uniti, Regno Unito e Argentina registrano invece un livello basso.

  • Nel corso del decennio, in corrispondenza ad un aumento del livello di specializzazione nell’export del vino diversi paesi hanno mostrato un corrispondente incremento della quota di mercato: è il caso della Nuova Zelanda, del Sud Africa, del Regno Unito, dell’Italia, del Cile, della Spagna e dell’Argentina.
  • Portogallo, Australia e Francia hanno invece registrato una riduzione della quota di mercato in corrispondenza a un livello di specializzazione stabile (come nel caso dell’Australia).

La Nuova Zelanda, l’Argentina e il Sud Africa sono i tre paesi che stanno aumentando di più le loro esportazioni in due importanti mercati: quello statunitense e quello cinese.

  • Nel mercato statunitense l’Italia è il principale fornitore, ma è cresciuta poco negli ultimi dieci anni, nonostante la Francia, principale competitor, abbia perso quote di mercato.
  • Nel mercato cinese invece l’Italia detiene una quota di solo il 6,5% (la Francia quasi il 52%) ed è cresciuta di meno rispetto ai competitor, nonostante le importazioni cinesi in valore di vino e mosti siano aumentate esponenzialmente (quasi +40% medio annuo tra il 2001 e il 2011).

Focus Federazione Russa

La Russia è un mercato di sbocco particolarmente interessante per l’Italia, vista la relativa vicinanza geografica rispetto ad altri paesi in espansione e la rapida crescita delle sue importazioni agroalimentari.

I principali prodotti agroalimentari importati dalla Russia sono le carni (in particolare carni bovine congelate e carni suine fresche e congelate), la frutta (soprattutto gli agrumi), gli ortaggi, le bevande (soprattutto acqueviti e liquori e vini), il pesce, i formaggi e lo zucchero. Tra i principali prodotti importati dalla Russia quelli per cui l’Italia detiene una quota di mercato considerevole sono:

  • i vini (28,9% in valore) per i quali l’import dall’Italia è in forte espansione con una crescita del 36,5% medio annuo tra il 2006 e il 2011, a fronte del +7,7% medio annuo delle importazioni complessive
  • il caffè (9,3% in valore) per il quale l’import dall’Italia cresce consistentemente (+21,5% medio annuo tra il 2006 e il 2011), ma in misura inferiore rispetto alle importazioni complessive (+32,2% medio annuo)
  • la cioccolata e altre preparazioni alimentari contenenti cacao (5,6% in valore) per cui l’import dall’Italia è in forte espansione (+23,2% medio annuo tra il 2006 e il 2011) e in misura maggiore rispetto alle importazioni complessive (+17,6% medio annuo)
  • le mele e pere fresche (5,1% in valore) per le quali l’import dall’Italia è in forte espansione (+22,7% medio annuo tra il 2006 e il 2011) e in misura maggiore rispetto alle importazioni complessive (+15,2% medio annuo).

3 L’agricoltura italiana a confronto con l’Ue

Nel 2011, secondo i conti economici dell’agricoltura pubblicati da Eurostat, il reddito agricolo italiano per unità di lavoro (indicatore A) è aumentato in misura più marcata rispetto al dato medio comunitario (+11% sul 2010 al netto dell’inflazione, contro il +6,8%).

Il reddito è migliorato per un netto aumento del valore della produzione agricola, che ha compensato l’incremento dei costi di produzione. Tuttavia, il 2011 è stato un anno positivo per l’agricoltura italiana solo sul versante dei prezzi dei prodotti agricoli, mentre la produzione in volume è risultata praticamente ferma.

A confronto con l’Italia, l’agricoltura dell’UE 27 è apparsa molto più dinamica. Innanzitutto, il reddito agricolo è cresciuto nel 2011 non solo per un aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, ma anche per una crescita, seppure lieve, dei volumi di produzione. Stesse dinamiche, seppure meno intense, per l’UE 15.

Inoltre, nonostante il calo dell’occupazione (le unità di lavoro totali a tempo pieno sono diminuite del 2,7% nell’UE 27 e del 2,1% nell’UE 15, più che in Italia), la produttività del lavoro è sensibilmente cresciuta (rispettivamente +6,7% e +5,9%, contro il +1,5% dell’Italia), determinando un aumento del valore aggiunto agricolo che a prezzi reali ha toccato il +3,8% sul 2010.

Fra i paesi che si collocano ai primi posti nell’Unione europea per livello del valore aggiunto, quasi tutti hanno registrato incrementi in termini reali più marcati di quello italiano; fra tutti spicca il +13,6% della Romania, ma anche il +7,8% del Regno Unito. Va segnalato, inoltre, il +3,7% della Francia, il +4,9% della Spagna e il +5,2% della Germania. In forte contrazione il valore aggiunto agricolo polacco (-11%).

Dal 2003 al 2011, il valore aggiunto agricolo italiano, al netto della componente prezzi, è cresciuto meno (+0,6%) di quello di altri importanti paesi europei (+0,9% in Germania e +1,2% in Francia); al contempo si è contratto meno nel periodo 2006-2011 (-0,2%) rispetto, per esempio, a quello tedesco (che segna un -1,8%). L’Italia, in ogni caso, si conferma al secondo posto, dopo la Francia, per livello del valore aggiunto agricolo corrente.

Anche la produttività del lavoro agricolo è cresciuta meno in Italia (+1,2% in media ogni anno tra il 2006 e il 2011, contro il +2,2% dell’UE 15 e il +3,3% dell’UE 27). Resta un gap significativo fra il nostro paese, all’ottavo posto nel 2011 per livello di produttività del lavoro agricolo, e importanti paesi europei (Paesi Bassi, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito).

Sul fronte dei volumi prodotti, l’Italia registra un +0,3% in media ogni anno nel periodo 2003-2011; a livello di UE 15 e UE 27 è andata leggermente meglio con un +0,4% e un +0,6%. Ma il differenziale di crescita è più evidente sul fronte del valore della produzione, poiché in Italia l’aumento a valori correnti non si discosta dallo 0,2%, mentre +1% e +1,6% sono i tassi medi di crescita riscontrati rispettivamente nell’UE15 e nell’UE 27.

Il censimento ha contato nel 2010 poco più di 1,6 milioni tra aziende agricole e zootecniche. I dati divulgati dall’Istat per il 2011 indicano una produzione di beni e servizi dell’agricoltura di 48,7 miliardi di euro, che raggiunge i 49,2 se si prendono in esame anche le attività secondarie.

Per effetto dell’incremento dei prezzi, il valore corrente della produzione agricola è stato spinto in alto soprattutto dai cereali (+38,9%); in sensibile crescita anche le carni (+10,8%) e il latte (+10,3%). Da segnalare, sul fronte opposto, il -6,7% della frutta e il -5,7% dei fiori e piante da vaso.

Nell’Unione europea, l’Italia mostra una discreta specializzazione nelle coltivazioni tradizionali italiane: agrumi, uva da tavola e vino, olio di oliva, frutta, agrumi, ortaggi e riso. In gran parte, quindi, la specializzazione agricola italiana si concentra su prodotti che con l’internazionalizzazione delle economie e l’aumento degli scambi mondiali sono sempre più soggetti alla concorrenza estera (si pensi ai paesi del bacino del Mediterraneo per la frutta e gli agrumi).

Il valore della produzione delle colture per le quali il nostro paese mostra una specializzazione ha avuto negli ultimi cinque anni una performance in alcuni casi positiva (per riso, frutta, agrumi e vino), in altri negativa (per ortaggi, uva e olio di oliva), ma sempre peggiore rispetto alla media europea.

4 L’industria alimentare italiana a confronto con l’Ue

Nel 2011, la contrazione della domanda interna nonostante la tenuta di quella estera ha determinato un calo dell’attività produttiva delle industrie alimentari, delle bevande e del tabacco all’interno di un settore manifatturiero praticamente fermo. Dopo il deciso recupero del 2010, l’indice grezzo per l’industria alimentare ha accusato nel 2011 una flessione su base annua dell’1,9%; anche l’indice corretto ha mostrato un decremento marcato, pari all’1,2%.

La debolezza dell’industria alimentare italiana si è inserita in un quadro europeo che, invece, ha visto crescere la produzione nel 2011 (+2% l’indice corretto nell’UE 27, +1,3% in Germania, +3,9% in Francia, +6,3% nel Regno Unito) all’interno di un settore manifatturiero che ha evidenziato un incremento addirittura più marcato (+4,7%).

Sul lungo periodo, la produzione dell’industria alimentare italiana ha tuttavia mostrato una dinamica positiva, con un tasso di crescita medio annuo dal 2001 al 2011 dello 0,7%, rispetto al -1,8% segnato in parallelo dell’intero settore manifatturiero.

Anche l’export alimentare ha registrato un andamento interessante (+5,6% in valore in media ogni anno), crescendo di più rispetto alle esportazioni agricole (+3,5%) e soprattutto rispetto all’export totale del paese (+2,9%).

Con oltre 24 miliardi di euro, le esportazioni delle industrie alimentari, delle bevande e del tabacco hanno rappresentato nel 2011 oltre l’80% del totale export agroalimentare italiano, circa il 18% del fatturato, secondo Eurostat, un dato in crescita ma sensibilmente inferiore alla media comunitaria (25%) e ai principali paesi competitor, come Francia (20%) e Germania (24%).

Enrico Forzato

Fonte: Ismea