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Crediti ambientali a bassa emissione: opportunità e rischi del mercato cinese

I Paesi in via di sviluppo, pur essendo tra i più inquinanti a causa dell'obsolescenza degli impianti, sono esentati dall'obbligo di rispettare i target del Protocollo di Kyoto. Nonostante ciò, questi Paesi sono chiamati a svolgere un ruolo essenziale nella lotta al cambiamento climatico, grazie ai progetti CDM.

Il protocollo di Kyoto

Con questo accordo internazionale i paesi OCSE industrializzati si sono impegnati a ridurre, entro il 2012, i livelli di emissione di gas serra (ritenuti i principali responsabili del fenomeno di surriscaldamento del pianeta) rispetto ai valori rilevati nel 1990.

Per raggiungere questo risultato, il Protocollo prevede i seguenti strumenti:

  1. adozione di politiche interne agli Stati industrializzati, finalizzate a convertire gli impianti produttivi esistenti
  2. creazione di sistemi naturali in grado di "consumare" il CO2 emesso dagli impianti produttivi inquinanti (ad esempio tramite la riforestazione)
  3. utilizzazione dei meccanismi "flessibili".

Il terzo strumento si distingue in due opzioni. La prima (joint implementation) coinvolge due Paesi industrializzati. La seconda (clean development mechanism) ha come protagonisti un Paese industrializzato e uno in via di sviluppo. Fatta eccezione per questo elemento, il funzionamento è identico nei due casi.

Un Paese industrializzato progetta e finanzia la realizzazione di un impianto pulito in un Paese in via di sviluppo (ad esempio, produzione di biogas utilizzando lo smaltimento dei rifiuti di una discarica). Il progetto deve essere approvato da una commissione istituita presso le Nazioni Unite nonché dagli organi di controllo del Paese "ospite".

L'autorizzazione dipende da alcuni fattori che, pur con le peculiarità delle normative dei singoli Stati, si possono così sintetizzare.

  • Il progetto deve contribuire alla riduzione delle emissioni di gas serra (addizionalità) e la differenza tra le emissioni realizzate da un impianto standard e quelle prodotte dall'impianto CDM generano i "crediti a bassa emissione" CER (credit emission reduction). Ogni tonnellata di emissione di CO2 non immessa nella atmosfera corrisponde a un CER.
  • La realizzazione del progetto non deve limitarsi a migliorare la qualità dell'ambiente ma deve, nel contempo, creare opportunità di lavoro per i nativi, contribuendo alla crescita sostenibile del Paese nonché allo sviluppo dell'economia.

Il caso Cina

Ottenute le autorizzazioni, il Paese ospite – per quanto riguarda la Cina – deve concludere un accordo di cooperazione (mediante una joint venture) con un partner locale.
A differenza di quanto accade in altri Paesi in via di sviluppo (in cui la normativa locale ammette che il progetto sia interamente realizzato da una società a capitale straniero appositamente costituita dal Paese finanziatore), in Cina è obbligatorio l'accordo tra un socio cinese e l'azienda straniera.

Non solo: la legge cinese (CDM Measures approvate nel 2005) stabilisce che solo il socio cinese possa assumere il ruolo di "project developer" (legittimato a conferire con le autorità cinesi e decidere in ordine alla concreta realizzazione del progetto).

Spesso l'impianto CDM non viene venduto al socio cinese bensì attribuito allo stesso come "advanced payment". Per quale motivo?
A latere dell'accordo avente ad oggetto la realizzazione dell'impianto CDM, l'azienda straniera e quella cinese concludono un contratto (detto ERPA, acronimo di Emissions Reduction Purchase Agreement) in virtù del quale il socio cinese (project developer) si impegna a vendere all'azienda straniera tutti i CERs che saranno generati dal costruendo impianto, senza ricevere alcun corrispettivo in cambio.

Esempio

Supponiamo che l'azienda straniera Alfa progetti la costruzione di un impianto che genera biogas attraverso lo smaltimento dei rifiuti di una discarica di Chongqing gestita dalla società Beta. Il progetto prevede che durante la vita dell'impianto sarà possibile ridurre di una certa percentuale la quantità di CO2 emessa nell'atmosfera.

Tale requisito – essenziale per ottenere l'autorizzazione dagli organi competenti – è altresì importante dal punto di vista della "redditività" dell'operazione per l'azienda straniera.

La società Alfa, ottenuta l'approvazione del progetto dalle Nazioni Unite e dagli organi di controllo cinesi, costituisce una joint venture con Beta avente ad oggetto l'installazione e la messa in opera dell'impianto CDM.
Alfa e Beta sottoscrivono nel contempo un ERPA, in virtù del quale Beta si impegna a vendere ad Alfa tutti i CERs generati dall'impianto. Alfa non pagherà alcun prezzo, in quanto cederà, senza corrispettivo, a Beta l'impianto.

I vantaggi per Alfa

Al momento della progettazione dell'impianto, Alfa deve essere in grado di prevedere la quantità di CO2 non emessa nell'aria perché questo valore, rispetto alle maggiori emissioni prodotte da un impianto standard (cioè non CDM) rappresenterà i CERs.

Ogni tonnellata di CO2 "non emessa" corrisponde ad un CER; ciascun CER ha un valore che varia a seconda del Paese in cui è prodotto. Così un CER prodotto in Cina (o in altro Paese in via di sviluppo) ha un valore che oscilla tra i 7 ed i 10 euro. Lo stesso CER però può essere venduto sul mercato europeo a un prezzo più alto (generalmente compreso tra 12 e 18 euro).

Alfa può utilizzare i CERs prodotti in Cina per:

  • ridurre i livelli di emissione di CO2 del proprio Paese (mettendosi in regola con il Protocollo di Kyoto)
  • o, qualora sia già in regola, potrà vendere i CERs sul mercato europeo, guadagnando sulla differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita.

I vantaggi per Beta

L'impianto CDM realizzato migliora la qualità dell'ambiente e nel contempo arricchisce la practice cinese (ad oggi gli impianti produttivi cinesi sono in gran parte ancora obsoleti ed inquinanti).
Inoltre la realizzazione di un progetto CDM in genere crea un indotto (attività collegate alla "produzione pulita") che genera opportunità di lavoro per la manodopera locale.

Opportunità per le aziende italiane

Le aziende italiane vantano nel campo della tecnologia pulita un expertise di cui la Cina è carente. Dal momento che la crescita sostenibile rappresenta una delle priorità indicate nell'ultimo piano quinquennale di sviluppo, i progetti CDM proposti da aziende straniere sono visti con particolare interesse.

Il Governo cinese per attrarre gli investimenti stranieri nelle energie rinnovabili fa ampio uso dello strumento dell'agevolazione / esenzione fiscale. Alle aziende estere che investano o realizzino progetti in questi settori è infatti assicurata:

  • un'esenzione fiscale per due anni (assimilabile alla tax holiday, abrogata dalla riforma fiscale cinese del marzo 2007)
  • sussidi e ulteriori agevolazioni (ad esempio l'energia elettrica prodotta da un impianto CDM finanziato da una società straniera è soggetta ad una aliquota IVA – valued added tax – ridotta rispetto a quella normalmente applicabile).

Le possibilità di "lucrare" sulla differenza di prezzo tra il CERs prodotto in Cina e quello venduto sul mercato europeo, unitamente agli incentivi fiscali rappresentano vantaggi tali da bilanciare ampiamente le criticità rappresentate.

Avv. Giampaolo Naronte


Paese: Cina
Settore: Energie, ambiente