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Rapporto Cer Internazionalizzazione dell'economia

Il Rapporto del Centro Europa Ricerche 3/2012 è stato presentato il 9 aprile 2013. Pubblichiamo un abstract del capitolo dedicato ai nuovi mercati di consumo.

Redistribuzione della domanda e dell’offerta globale

Nel decennio 2000-2010 i BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) hanno aumentato la propria quota nella produzione industriale globale dal 13 al 30 per cento. La Cina è salita al secondo posto per dimensione del Pil dopo gli Stati Uniti e alla fine del decennio in corso tra i primi dieci paesi figureranno stabilmente l’India, la Corea del Sud e la Russia.

A livello internazionale è già in corso da tempo, dietro la spinta delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), una riorganizzazione produttiva che ha generato ristrutturazioni in tutti i maggiori paesi avanzati, unitamente a fenomeni di frammentazione e rilocalizzazione internazionale dei processi produttivi.

Questa fase di transizione verso nuovi equilibri economici mondiali è destinata a generare nuovi rischi per le economie più avanzate per l’allargarsi della competizione internazionale, ma anche grandi opportunità, dal momento che i paesi emergenti sono destinati a divenire sempre di più mercati di sbocco dalle enormi potenzialità.

Le nuove frontiere del business internazionale

Negli ultimi 12 anni le aree più dinamiche in termini di crescita del Pil sono state i paesi emergenti, in particolare:

  • il gruppo degli E6 (BRIC, ovvero Cina, India, Russia, Brasile più Corea e Messico) con una crescita media del 6,2 per cento
  • i paesi della CSI all’esclusione della Russia (Azerbaijan, Bielorussia, Kazakistan, Ucraina ) col 9,2 per cento
  • il resto dell’Europa Centro Orientale col 6 per cento
  • il resto dell’Asia col 5,3 per cento.

Il gruppo degli emergenti inclusi nel raggruppamento E6, unitamente ai paesi dell’America Latina, hanno inoltre dimostrato una maggiore capacità di resistenza agli shock esterni rispetto alle economie avanzate nel periodo più recente. Il Fondo monetario internazionale attribuisce questa capacità non solo ai fondamentali macroeconomici di tali paesi, pur importanti, ma anche alle scelte di politica economica finalizzate alla stabilizzazione macroeconomica fatte da tali paesi nell’ultimo decennio.

I paesi G7 alla metà del decennio scorso coprivano intorno al 45 per cento del mercato globale con appena il 10 per cento della popolazione mondiale; alla fine del prossimo decennio la quota sui consumi mondiali delle economie emergenti più sviluppate (Cina, India, Russia, Brasile, Sud Corea, Messico) arriverà a eguagliare il peso dei paesi oggi più avanzati.

Il successo di percorsi di sviluppo dei BRIC tenderà a estendersi anche ad altri paesi emergenti, in primo luogo in Asia, ma con nuovi ingressi in questo gruppo, magari meno scontati, di alcune economie in ascesa, ad esempio, nel continente Africano.

I PRINCIPALI MERCATI DI CONSUMO MONDIALI
(quote sul mercato mondiale; per cento; miliardi di dollari reali USA in PPP)

Fonte: elaborazioni su dati EIU

Negli ultimi anni si è verificato un rafforzamento della presenza di un certo numero di imprese italiane, soprattutto quelle di media dimensione, sui mercati internazionali. Non soltanto attraverso le esportazioni, ma anche con attività distributive e produttive realizzate tramite investimenti diretti o accordi di collaborazione con imprese straniere.

Il problema è che il gruppo di imprese di successo, per quanto in crescita, non è abbastanza numeroso per compensare le performance negative di quell’elevatissimo numero di piccole e piccolissime unità che sono troppo fragili e sottocapitalizzate per affrontare positivamente le nuove sfide dei mercati globali.

Di qui la necessità di rinnovate strategie di internazionalizzazione per la nostra economia e le nostre imprese, che consentano di sfruttare pienamente la crescita dei nuovi spazi nei mercati emergenti e siano in grado di fronteggiare allo stesso tempo la contemporanea stagnazione dei consumi in tutta l’area più avanzata, in particolare nell’eurozona.

Nel periodo che va dal 1999 al 2011 le esportazioni verso il complesso dei paesi emergenti sono aumentate in termini relativi di 12,6 punti percentuali, in particolar modo a favore degli E6 (dal 4,1 al 9 per cento) e dei paesi del centro-est Europa (+5,2 punti percentuali).

Simmetricamente, il peso dell’export verso l’area euro si è ridotto più di 8 punti percentuali e di circa 3 punti verso i restanti paesi europei, al pari di quanto avvenuto verso gli Stati Uniti.

Riduzioni più marcate si sono verificate dal lato delle importazioni, con un incremento della quota degli E6 di circa 9 punti mentre il centro-est europeo è aumentato di 4,4 punti.

Un utile confronto è con quanto avvenuto nella composizione del commercio estero della Germania nello stesso periodo. La Germania ha fatto registrare un più accentuato riorientamento del proprio export verso i mercati emergenti (+15 punti percentuali), in particolare verso gli E6 (+9 punti percentuali) - tra questi la Cina - e un minore aumento della penetrazione delle importazioni provenienti dai paesi emergenti (+14 punti).

Molto pronunciato, allo stesso tempo, è l’aumento del peso dei quattro maggiori paesi dell’Europa dell’est, sul fronte sia dell’export sia dell’import tedeschi, a conferma degli intensi processi di delocalizzazione e frammentazione internazionale della produzione attuati dalle imprese tedesche verso quell’area.

L’Italia appare, da un lato, aver sfruttato meno della Germania - mediante l’incremento dell’export - le potenzialità dei nuovi sbocchi di mercato e, dall’altro, aver subito di più, attraverso l’aumento delle importazioni, la concorrenza dei prodotti provenienti dall’area emergente.