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Banca d’Italia: Relazione annuale sul 2011

Banca d’Italia ha pubblicato la Relazione annuale sul 2011 che contiene informazioni su: Stati Uniti, Giappone, Cina, India, Brasile e Russia.

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Nel 2011 l’economia mondiale ha rallentato. Il prodotto è cresciuto del 3,9 per cento, dal 5,3 dell’anno precedente. Il divario tra i ritmi di sviluppo delle principali aree si è accentuato: quello delle economie avanzate si è dimezzato (all’1,6 per cento), mentre quello dei paesi emergenti e in via di sviluppo si è ridotto in misura assai più contenuta (al 6,2), fornendo il contributo principale alla crescita mondiale.

La fase di debolezza congiunturale è proseguita nel primo trimestre del 2012, più accentuata in Europa, meno negli Stati Uniti e nelle economie emergenti.

Le differenze nella dinamica dell’attività economica si sono fatte più acute anche tra i paesi avanzati. Negli Stati Uniti la crescita, molto modesta nella prima parte dell’anno, ha ripreso vigore nella seconda; in Giappone è divenuta negativa, risentendo dei gravi danni alla struttura produttiva causati dal terremoto che ha colpito il paese nel marzo del 2011.

Nei paesi emergenti e in via di sviluppo, dove l’espansione ha continuato a essere sostenuta principalmente dalla domanda interna, l’attività economica ha subito un rallentamento diffuso nella seconda metà del 2011. In paesi come la Cina, l’India e soprattutto il Brasile, che nel 2010 avevano sperimentato una ripresa assai rapida e dove la capacità produttiva era tornata su un livello prossimo al pieno utilizzo, la decelerazione ha riflesso principalmente gli effetti delle politiche restrittive messe in atto nella prima metà dell’anno in risposta alle pressioni inflazionistiche.

A questo fattore si è aggiunto, verso la fine del 2011, l’indebolimento della domanda estera, in particolare quella dell’area dell’euro. In Russia l’attività economica ha beneficiato degli accresciuti proventi delle esportazioni dovuti agli elevati prezzi del petrolio.

Le banche centrali delle maggiori economie avanzate, in un clima di incertezza connessa con le tensioni sui mercati del debito sovrano dei paesi dell’area dell’euro, hanno accentuato l’orientamento espansivo delle politiche monetarie. Le misure non convenzionali sono state rafforzate e prolungate nel tempo; i tassi di riferimento sono rimasti su livelli eccezionalmente bassi negli Stati Uniti e in Giappone, mentre sono tornati a scendere, nello scorcio dell’anno, nell’area dell’euro.

Nella seconda metà del 2011, in seguito al deteriorarsi del quadro congiunturale globale e all’attenuarsi delle tensioni inflazionistiche interne, le banche centrali dei principali paesi emergenti hanno avviato un graduale allentamento delle condizioni monetarie; è invece proseguita l’azione di consolidamento dei bilanci pubblici avviata nel 2010 per rientrare dalle misure di stimolo adottate durante la crisi globale.

L’economia statunitense

Negli Stati Uniti nel 2011 il prodotto è aumentato dell’1,7 per cento. La crescita, assai modesta nel primo trimestre, si è in seguito rafforzata per l’accelerazione dei consumi privati, degli investimenti non residenziali e, nello scorcio dell’anno, per la dinamica delle scorte. Nel terzo trimestre il livello del PIL ha superato il picco raggiunto prima della crisi.

I consumi sono aumentati del 2,2 per cento, un ritmo superiore a quello del reddito reale disponibile (1,3 per cento). Il saggio di risparmio nella media dell’anno è così sceso al 4,7 per cento, dal 5,3 del 2010. Le famiglie hanno tuttavia continuato a ridurre il proprio indebitamento, portandolo al 105,4 per cento del reddito disponibile, un valore inferiore di quasi 20 punti percentuali rispetto alla fine del 2007, quando si è avviata la fase di riduzione della leva finanziaria.

Gli investimenti produttivi sono cresciuti dell’8,8 per cento, ma in rapporto al PIL rimangono ancora inferiori ai valori massimi del 2008. Quelli residenziali hanno continuato a contrarsi (dell’1,3 per cento), anche se a un ritmo notevolmente più basso rispetto a quello degli ultimi anni.

La produttività oraria è aumentata solo lievemente dopo un biennio di forti guadagni; il più marcato incremento dei compensi per ora lavorata ha così determinato un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto (pari al 2,0 per cento).

Nell’ultimo biennio sono state complessivamente recuperate 2,9 milioni di posizioni lavorative, appena un terzo di quelle perdute nei due anni precedenti. Il tasso di disoccupazione si è ridotto di quasi un punto percentuale, portandosi in dicembre all’8,5 per cento, anche per effetto di un calo della partecipazione alla forza lavoro.

Secondo stime preliminari, nel primo trimestre del 2012 il PIL ha continuato a crescere, sebbene a un ritmo inferiore rispetto a quello del trimestre precedente (2,2 per cento in ragione d’anno, da 3,0). La decelerazione è stata determinata da una caduta degli investimenti produttivi e da un minor contributo delle scorte, in parte compensati dall’accelerazione dei consumi e delle esportazioni.

L’inflazione, misurata dalla variazione sui dodici mesi dell’indice dei prezzi al consumo, è aumentata fino a raggiungere un picco del 3,9 per cento in settembre, per poi diminuire gradualmente fino al 2,3 nell’aprile di quest’anno. In un contesto di aspettative di inflazione stabili, per contrastare la debolezza del mercato del lavoro, la Riserva federale, pur mantenendo il tasso di riferimento in un intervallo compreso tra lo 0,0 e lo 0,25 per cento, ha reso più espansiva la politica monetaria (il tasso di riferimento dovrebbe rimanere su livelli eccezionalmente bassi fino all’ultima parte del 2014).

Lo scorso agosto, dopo una fase di stallo durata diverse settimane, l’Amministrazione e il Congresso hanno raggiunto un accordo sull’aumento del valore massimo del debito pubblico (Budget Control Act of 2011), in mancanza del quale gli Stati Uniti non sarebbero stati in grado di onorare i propri impegni finanziari. In dicembre il Congresso ha approvato l’estensione, fino alla fine del 2012, di alcune misure temporanee di stimolo che erano in scadenza: la riduzione dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori e l’estensione dei sussidi di disoccupazione.

L’economia giapponese

In Giappone lo scorso anno il PIL si è ridotto dello 0,7 per cento. Gli eventi calamitosi del marzo 2011 hanno provocato gravi danni al sistema produttivo. L’attività economica ha risentito soprattutto delle difficoltà di fornitura di beni intermedi e di energia elettrica, che hanno contribuito al calo delle esportazioni e delle scorte, nonché all’aumento delle importazioni.

I consumi privati e gli investimenti, fortemente ridimensionatisi dopo il terremoto, hanno recuperato vigore nella seconda metà dell’anno, con l’avvio dell’attività di ricostruzione. Le condizioni del mercato del lavoro sono lievemente migliorate. Lo scorso dicembre il tasso di disoccupazione era pari al 4,5 per cento, quattro decimi di punto in meno rispetto alla fine del 2010.

Nel primo trimestre dell’anno in corso l’accelerazione del prodotto, al 4,1 per cento in ragione d’anno, ha beneficiato del buon andamento dei consumi delle famiglie e della dinamica delle scorte.

Le tendenze deflazionistiche si sono attenuate nel 2011 rispetto al biennio precedente. Calcolata sulla base dell’indice complessivo dei prezzi al consumo, l’inflazione nei primi mesi del 2012 si collocava su livelli lievemente positivi.

La Banca del Giappone ha mantenuto il tasso di riferimento di politica monetaria in un intervallo compreso tra lo 0,0 e lo 0,1 per cento e ha ampliato a più riprese, tra il marzo 2011 e lo scorso aprile, il programma volto a erogare finanziamenti a tre e a sei mesi e ad acquistare titoli di Stato e strumenti finanziari emessi dal settore privato (Asset Purchase Program). In aprile la durata del programma è stata estesa sino a giugno del 2013 e la sua composizione è stata modificata aumentando la quota destinata all’acquisto di titoli pubblici.

Nel marzo di quest’anno la Banca del Giappone ha inoltre incrementato di 2.000 miliardi di yen (a 5.500 miliardi) i fondi disponibili per il programma di prestiti agevolati alle banche commerciali (Growth-Supporting Funding Facility), varato nel giugno del 2010 con l’obiettivo di finanziare investimenti nei settori a più alto potenziale di crescita; nel contempo, ha reso meno stringenti le condizioni per accedere a tali prestiti e ha esteso di due anni, sino al marzo del 2014, la durata del programma.

Le principali economie emergenti: Cina, India, Brasile e Russia

Cina

Nel 2011 il prodotto è cresciuto del 9,2 per cento, ritmo inferiore rispetto a quello registrato nel 2010 (10,4). Mentre i consumi hanno continuato a mostrare una dinamica sostenuta, investimenti ed esportazioni hanno rallentato nella seconda metà dell’anno. La debolezza di queste due componenti della domanda si è protratta anche nel primo trimestre di quest’anno, contribuendo a un’ulteriore decelerazione del prodotto (all’8,1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2011).

L’accumulazione di capitale ha risentito del rallentamento degli investimenti pubblici in infrastrutture e di più tese condizioni finanziarie. Come già nel 2009 il contributo delle esportazioni nette alla crescita del prodotto è stato leggermente negativo (per 0,5 punti percentuali), riflettendo un rallentamento delle esportazioni più forte di quello delle importazioni. Ciò ha comportato una riduzione dell’avanzo di parte corrente.

Se da un lato l’ultima crisi globale ha contribuito a ridurre la dipendenza della crescita economica dalle esportazioni, dall’altro permane uno squilibrio di natura interna dovuto all’eccessivo peso degli investimenti sulla domanda. Lo sviluppo dei consumi è stato a lungo inibito da politiche economiche che hanno favorito il risparmio e l’accumulazione di capitale, a scapito della crescita del potere d’acquisto delle famiglie e della spesa sociale.

Per tutta la prima metà del 2011 le pressioni inflazionistiche sono rimaste elevate, sospinte dai prezzi dei prodotti alimentari, su cui hanno inciso non solo la crescita delle quotazioni internazionali, ma anche le strozzature dell’offerta sul mercato interno. In luglio l’indice dei prezzi al consumo ha raggiunto un picco del 6,5 per cento sul periodo corrispondente, per poi scendere gradualmente fino al 4,1 in dicembre. Nella media del 2011, l’inflazione si è attestata al 5,4 per cento, nettamente al di sopra dell’obiettivo fissato dalle autorità (4 per cento).

India

La crescita del PIL è scesa al 7,1 per cento (dall’8,5 nel 2010). Il rallentamento nel corso del 2011 è stato più intenso nel comparto manifatturiero e nel settore delle costruzioni, più esposti al peggioramento delle condizioni finanziarie. Dal lato della domanda, si è azzerato il contributo alla crescita dell’accumulazione di capitale fisso, mentre la dinamica dei consumi delle famiglie è rimasta robusta.

L’inflazione, misurata dall’indice dei prezzi all’ingrosso, è rimasta elevata (9,5 per cento nella media dell’anno), sospinta dai prezzi delle materie prime, soprattutto energetiche e alimentari, su cui ha pesato il sensibile deprezzamento della rupia indiana. Nello scorcio dell’anno le pressioni si sono attenuate, beneficiando del netto rallentamento dei prezzi degli alimentari. Nondimeno, lo scorso aprile l’inflazione all’ingrosso si collocava al 7,2 per cento sui dodici mesi, un valore ancora superiore alla soglia di stabilità dei prezzi definita dalla Banca centrale (inferiore al 6 per cento). L’inflazione rilevata dal nuovo indice dei prezzi al consumo, che include anche le aree rurali e risente in misura preponderante dell’andamento dei prezzi dei beni alimentari, si collocava nello stesso mese al 10,4 per cento (dal 12 nel 2010).

Per contrastare le pressioni inflazionistiche la Banca centrale indiana ha proseguito l’azione restrittiva avviata nel 2010 con ripetuti rialzi del tasso di rifinanziamento, divenuto il principale tasso di politica monetaria (per un totale di 450 punti base, fino all’8,5 per cento) e del coefficiente di riserva bancaria obbligatoria (per 100 punti base, al 6 per cento).

All’inizio del 2012, in risposta al deterioramento del quadro congiunturale e alle tensioni sul mercato della liquidità, la Banca centrale ha modificato l’intonazione della politica monetaria, abbassando il coefficiente di riserva obbligatoria di 125 punti base e, nello scorso aprile, riducendo di 50 punti base il tasso di interesse.

Le condizioni delle finanze pubbliche indiane rimangono più fragili rispetto a quelle delle altre principali economie emergenti. Nel 2011 il disavanzo del settore pubblico consolidato si è attestato su un livello elevato, pari all’8,7 per cento del PIL, riflettendo la difficoltà di contenere la spesa, in particolare quella destinata ai sussidi al consumo di beni alimentari ed energetici (pari al 2,4 per cento del PIL).

Brasile

Dopo la forte ripresa registrata nel 2010 (7,5 per cento), lo scorso anno il PIL ha bruscamente rallentato, con un aumento di appena il 2,7 per cento. A fronte della netta decelerazione di investimenti ed esportazioni, la dinamica dei consumi delle famiglie è rimasta robusta, grazie al basso tasso di disoccupazione e alla forte espansione del credito bancario nella prima metà dell’anno.

Dal lato dell’offerta, l’industria ha registrato una decelerazione particolarmente marcata, con una contrazione media del valore aggiunto pari al 2,5 per cento in ragione d’anno negli ultimi tre trimestri del 2011.

Sulla debolezza del settore industriale incidono, oltre a effetti ciclici legati all’apprezzamento del cambio e al rallentamento della domanda interna ed esterna, fattori strutturali. La bassa dinamica degli investimenti e della produttività, a fronte di una crescita salariale più elevata rispetto ai principali partner commerciali, rende difatti il settore manifatturiero scarsamente competitivo.

Tra il 2008 e il 2011 il peso di questo comparto si è ridotto, passando dal 17,0 al 14,6 per cento del PIL. Al fine di contrastare tali tendenze, nel 2011 e all’inizio di quest’anno, il governo ha varato due pacchetti di misure a sostegno dei settori più vulnerabili (automobilistico, della plastica, tessile e abbigliamento) che includono tagli al costo del lavoro, prestiti agevolati, incentivi fiscali per gli investimenti in innovazione, nonché alcune misure di natura protezionistica.

Secondo le stime del governo, i due pacchetti dovrebbero mettere in campo risorse pari a circa il 2 per cento del PIL, di cui meno di un terzo graverebbe direttamente sul bilancio pubblico.

Nella prima parte del 2011 le autorità monetarie hanno proseguito l’azione restrittiva avviata nella primavera del 2010, innalzando il tasso di riferimento Selic per complessivi 225 punti base, fino al 12,5 per cento, e rafforzando le politiche macroprudenziali volte a contenere la crescita del credito alle famiglie. Sono state altresì intensificate le misure finalizzate a contenere la crescita dell’indebitamento a breve sull’estero, che aveva contribuito a un’eccessiva espansione della liquidità.

Tali interventi hanno favorito un’attenuazione delle pressioni inflazionistiche: dal picco del 7,3 per cento raggiunto alla fine del terzo trimestre, la variazione tendenziale dei prezzi al consumo è ridiscesa entro l’intervallo‑obiettivo prefissato dalle autorità monetarie (4,5 ± 2 per cento).

Con l’indebolirsi dell’attività economica, la Banca centrale ha poi invertito il segno della propria azione, riducendo il tasso di riferimento per complessivi 350 punti base, fino al 9 per cento, valore minimo degli ultimi due anni.

Russia

Nel 2011 il PIL è aumentato del 4,3 per cento, sostenuto dalla domanda interna che ha beneficiato degli accresciuti ricavi da esportazioni di prodotti energetici. L’inflazione al consumo, dopo aver raggiunto il 9,4 per cento a metà del 2011, è ridiscesa fino al 3,6 lo scorso aprile; al netto delle componenti più volatili rimane tuttavia più elevata (5,3 per cento).

Dopo aver adottato graduali misure restrittive nella prima metà del 2011, in dicembre le autorità monetarie hanno abbassato il tasso di interesse di riferimento all’8 per cento.

Il saldo di bilancio del settore pubblico consolidato ha registrato un avanzo (1,6 per cento del PIL), grazie alle elevate entrate fiscali derivanti dal settore energetico. La dipendenza da tali entrate, tuttavia, costituisce un elemento di vulnerabilità delle finanze pubbliche, rendendo l’equilibrio di bilancio fortemente soggetto alle fluttuazioni del prezzo del petrolio.

Fonte: Banca d'Italia (31 maggio 2012)


Paese: Italia