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Confindustria: "Scenari industriali" giugno 2012

Nella graduatoria 2011 dei Paesi con il sistema manifatturiero più forte la Cina è prima, seguita da USA, Giappone e Germania. Avanzano Corea del Sud, Brasile, India, Russia e Indonesia. L'Italia scivola in ottava posizione.

Accelerano i Paesi emergenti nell’occupare quote di produzione e commercio globali. Tra il 2007 e il 2011 Cina, India e Indonesia hanno conquistato 8,7 punti percentuali di quota di manifattura: dal 18% al 26,7%. La Cina, con +7,7 punti al 21,7%, è in vetta alla classifica da un triennio, avendo scalzato gli USA (14,5% nel 2011).

Tre paesi avanzati reggono l’urto: il Giappone, sempre terzo (con il 9,4%), la Corea del Sud (+2 posizioni e quinta, con la produzione tornata ai livelli pre-crisi) e l’Australia (sebbene sia marginale e solo diciottesima, +3 posti). Sono tutti collocati nell’area a più alto ritmo di espansione o vicino ad essa e ciò consente loro di partecipare alla crescente integrazione tra i sistemi produttivi locali.

L’UE 15 cala dal 27,1% al 21,0%; nell’insieme resta la seconda potenza industriale mondiale. L’Italia arretra (dal 4,5% al 3,3%) e diventa ottava.

L’Italia soffre la ricaduta recessiva, il feroce credit crunch e la bassa redditività. Gli eventi sismici di maggio hanno colpito un’area ad altissima vocazione manifatturiera e cruciale per lo sviluppo industriale del Paese, rendendolo se possibile ancora più impegnativo.

Cala la competitività italiana misurata su prezzi e CLUP. Ma il Paese si difende mutando la specializzazione merceologica: i beni legati alla moda sono passati dal 21,5% dell’export nel 1991 al 13,9% nel 2011; mentre i prodotti con maggior intensità tecnologica ed economie di scala sono saliti dal 60,8% al 66,9%. Inoltre, c’è stato il riposizionamento sui mercati esteri:

  • l’UE è scesa dal 61,4% dell’export italiano nel 2000 al 55,6% nel 2011
  • i paesi emergenti non-UE sono saliti dal 21,3% al 29,3%.

L’importanza strategica del manifatturiero

La crisi ha fatto riscoprire, da parte di studiosi e policy maker, il ruolo centrale del manufacturing nel generare benessere sostenibile. Il manifatturiero è il settore che spende di più in R&S e più innova; ha perciò una dinamica della produttività superiore; diffonde le nuove tecnologie al resto dell’economia incorporandole nei beni da esso prodotti; paga retribuzioni più elevate; è cruciale per pareggiare i conti con il resto del mondo.

Il ritorno alla crescita economica passa quindi per il rilancio del manifatturiero anche attraverso politiche industriali che ne esaltino il ruolo di motore dell'innovazione. La politica industriale deve puntare a innalzare la capacità di innovare, leva principale della competitività di un sistema-paese.

Poiché l’innovazione è il risultato di un fitto intreccio di relazioni e di scambi di informazioni tra molti attori (imprese, università, centri di ricerca governativi e non), occorre potenziare le condizioni istituzionali che favoriscono l’identificazione e l’adozione di tecnologie e modelli organizzativi nuovi.

In tutti i paesi c’è una particolare attenzione alle PMI, che soffrono di fallimento del mercato ma che sono, in molti casi, più innovative e con maggiore potenziale di crescita. L’evidenza empirica conferma l’efficacia degli interventi a loro sostegno.

In Italia la quota delle imprese che svolgono attività innovativa non è inferiore a quella dei principali concorrenti avanzati, però si fa poca spesa in R&S e anche il numero di brevetti per abitante è inferiore, meno della metà di quello tedesco.

Lo straordinario successo ottenuto dai contratti di rete prova l’importanza anche in Italia della connessione e della condivisione per sfruttare le complementarietà e le sinergie nel perseguire obiettivi comuni. Il maggior tasso di collaborazione aiuta a diffondere le strategie che per molte imprese si sono rivelate vincenti.

La diffusione delle best-practice costituisce un importante contributo all’innalzamento delle potenzialità di crescita del Paese. Anche su di essa dovrebbe far leva la politica industriale.

Tre sono i tratti principali che identificano le imprese dotate dei mezzi umani e finanziari per lo sviluppo:

  • l’aumento dell’integrazione verticale, che è la via maestra della crescita stessa
  • la riduzione della quota sui costi dei servizi acquistati esternamente, cioè dell’outsourcing
  • la ricerca di nuovi sbocchi sui mercati esteri.

Le aziende che crescono aumentano l’integrazione verticale e le esportazioni e ottengono una redditività relativamente migliore.

Le imprese italiane, comunque, dimostrano una grande flessibilità e prontezza nell’adattare i modelli di business ai mutamenti delle condizioni di mercato. La struttura competitiva e organizzativa viene rivista frequentemente in base alle dinamiche della domanda e alle proprie conoscenze e competenze gestionali per fronteggiarle.

Le imprese possono indirizzarsi verso il downgrading: adottano un assetto più semplice riducendo o eliminando la struttura commerciale; abbandonando marchi di prodotto o presìdi dei mercati esteri; semplificando la gamma di prodotti e/o le fasi di produzione.

L’impresa opta per il riposizionamento all’ingiù con l’obiettivo di non soccombere quando le nuove condizioni del mercato impongono l’uso di leve troppo complesse per la sua capacità organizzativa e le sue conoscenze.

In senso inverso, l’upgrading mette le imprese su sentieri di crescita vera e propria, anzitutto nell’organizzazione, nella strategia e nella gamma dei prodotti e processi e, come conseguenza, nella dimensione.

Fonte: Confindustria