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L’Italia nell’economia internazionale nel 2007

L'economia mondiale continua ad attraversare una fase di espansione vigorosa e diffusa, trainata soprattutto dalla forza dello sviluppo asiatico. La crescita della produzione e degli scambi, pur se in lieve rallentamento, è risultata nel 2005 comunque superiore alla media degli ultimi anni. Gli investimenti diretti esteri (IDE) hanno fatto registrare una notevole accelerazione.

Scambi e investimenti internazionali

Le prospettive per l'anno in corso restano favorevoli, malgrado l'azione frenante esercitata dal rincaro delle materie prime e le incertezze suscitate dall'accentuarsi degli squilibri nelle bilance dei pagamenti.

I prezzi dei prodotti energetici e delle materie prime non agricole sono aumentati di oltre due terzi nell'ultimo biennio, soprattutto per l'eccesso di domanda generato dalla rapidità della crescita nei paesi emergenti. Ne sono derivati mutamenti di ampie proporzioni nelle ragioni di scambio e nella distribuzione settoriale e geografica dei flussi commerciali.

Tuttavia, diversamente dal passato, gli effetti di questi cambiamenti sulla crescita e sull'inflazione sono rimasti finora limitati.
L'esperienza maturata all'epoca delle prime crisi petrolifere ha indotto una riduzione dell'intensità energetica dei consumi e dei processi produttivi, ha migliorato la capacità dei mercati finanziari di gestire la volatilità dei prezzi, ha reso più accorte le politiche macroeconomiche. L'inflazione è stata frenata anche dall'abbondanza di manufatti a basso prezzo resa disponibile dallo sviluppo dei paesi emergenti e dalla crescente integrazione internazionale.

Gli squilibri nei saldi correnti di bilancia dei pagamenti si sono ulteriormente approfonditi. In particolare, all'ulteriore dilatazione del disavanzo statunitense, dovuta anche alla persistente vivacità della domanda interna, ha fatto riscontro un nuovo ampio incremento del saldo positivo della Cina.
In questo paese la straordinaria rapidità della crescita produttiva, essendo trainata essenzialmente dalle esportazioni di manufatti, non si è ancora tradotta – malgrado il rincaro delle materie prime importate – in un deterioramento del conto corrente, diversamente da quanto è accaduto in altri paesi emergenti come l'India.

In generale, i mutamenti dei prezzi relativi si sono riflessi in ampi squilibri commerciali tra i paesi importatori ed esportatori di materie prime. I tassi di cambio non si sono mossi nella misura richiesta per poter contribuire a correggerli. Ad esempio, la valuta cinese, sottoposta ancora al controllo delle autorità monetarie, si è apprezzata solo marginalmente.
D'altra parte negli ultimi anni i saldi correnti sono apparsi poco sensibili all'azione equilibratrice dei tassi di cambio.

Gli squilibri commerciali hanno dato luogo ad ampi trasferimenti internazionali di reddito in favore di paesi caratterizzati da una propensione all'importazione relativamente limitata. Ciò può aiutare a capire perché il rapporto tra la crescita del commercio e della produzione mondiale appaia da qualche anno, e in particolare nel 2005, inferiore al consueto.
Vi contribuisce anche il rallentamento, rispetto ai ritmi straordinari degli anni novanta, della crescita di settori ad alta intensità di scambi internazionali come i prodotti per l'informatica e le telecomunicazioni.

Il centro propulsore della crescita degli scambi internazionali è ormai saldamente collocato in Asia. All'espansione impetuosa delle importazioni di Cina e India si è associata la solida ripresa di quelle del Giappone, ma tutta l'Asia sud-orientale è tornata a ritmi molto sostenuti di incremento del commercio, anche per effetto della sempre più intensa integrazione produttiva intra-regionale.

Il rincaro delle materie prime ha inoltre accresciuto il potere d'acquisto dei paesi produttori, in Africa, America Latina, Europa orientale e Medio Oriente, e ciò si è tradotto in un aumento del loro peso sulle importazioni mondiali.
Malgrado la loro propensione alla spesa, come già accennato, resti relativamente bassa, in alcuni di essi (Russia, America Latina) gli acquisti di prodotti esteri sono aumentati considerevolmente.

Anche gli Stati Uniti hanno continuato a dare un rilevante apporto alla crescita delle importazioni mondiali, sebbene inferiore al loro potenziale. Il contributo dell'Unione Europea è rimasto invece modesto, nonostante gli impulsi positivi generati dall'allargamento.

Le quote di mercato dei principali paesi esportatori hanno risentito in misura limitata delle oscillazioni dei tassi di cambio reali, essendo state influenzate anche dai mutamenti nella composizione geografica e settoriale della domanda e nella distribuzione internazionale delle attività produttive. In particolare, il rincaro delle materie prime ha fatto aumentare le quote di esportazioni mondiali detenute dai paesi che le producono. Hanno inoltre continuato a rafforzarsi le posizioni della Cina e di altri paesi emergenti, non soltanto per la competitività delle loro imprese locali, ma soprattutto per gli ingenti investimenti esteri nel settore manifatturiero e per le altre forme di frammentazione internazionale delle attività produttive.

La ripresa degli afflussi di IDE è stata nel 2005 più rapida nei paesi sviluppati che in quelli emergenti e si è concentrata in operazioni di fusione e acquisizione, mentre il numero degli investimenti in nuovi impianti (green field) è diminuito, soprattutto in America Latina. Tra le novità di questa ripresa c'è la crescente capacità di alcuni paesi emergenti, in particolare l'India, di attrarre IDE in attività terziarie ad alto contenuto di lavoro qualificato.

Un altro segno importante dei cambiamenti in corso nella geografia economica mondiale è il crescente protagonismo di multinazionali originarie di paesi emergenti (Cina, India, Medio Oriente e America Latina), che cercano di acquisire capacità produttiva, risorse e quote di mercato nei paesi sviluppati, soprattutto in settori come la siderurgia, l'energia e i servizi di trasporto.

La posizione dell'Italia

Mentre nell'area dell'euro l'ultimo biennio è stato contrassegnato da una sia pur moderata crescita dell'attività produttiva, in Italia la fase di ristagno iniziata nel 2001 si è aggravata, anche perché la componente estera della domanda è tornata a dare un contributo negativo. Nell'anno in corso si intravedono segni di recupero e il divario con la media dell'area dell'euro, che l'anno scorso era tornato ad ampliarsi, potrebbe ridursi.

La stagnazione dell'attività economica non ha impedito un ulteriore ampliamento del disavanzo corrente dell'Italia nel 2005, dovuto principalmente al rincaro delle materie prime. È peggiorato anche il saldo dei servizi, ma si è attenuato il deficit dei redditi da capitale.

Malgrado il lieve deprezzamento reale subito dall'euro rispetto alla media delle altre valute, il volume delle esportazioni italiane è diminuito e la loro quota di mercato mondiale ha subito un'ulteriore flessione, a prezzi costanti e correnti.
Il successo dei paesi emergenti spiega solo in parte questo cedimento, che si è manifestato anche rispetto agli altri paesi dell'area dell'euro.

È invece leggermente salita la quota dell'Italia sulle esportazioni mondiali di servizi, che tuttavia aveva subito nel decennio precedente una flessione ancora più marcata di quella della quota mercantile.

I pochi dati disponibili sul 2006 fanno intravedere una ripresa delle esportazioni. Il grado di penetrazione delle importazioni, già aumentato nel 2005, appare destinato a salire ulteriormente, alimentato dalla stessa ripresa delle esportazioni.
Queste ultime sono infatti una delle componenti della domanda a più alta intensità di input importati, anche per effetto dei processi di frammentazione internazionale della produzione.

Anche nel 2005 i valori unitari delle esportazioni italiane sono cresciuti più dei prezzi alla produzione sul mercato interno. In presenza di un lieve indebolimento dell'euro in termini effettivi rispetto al 2004, questa apparente strategia di discriminazione di prezzo potrebbe sembrare meno anomala che negli anni precedenti.

Nel medio periodo resta tuttavia il problema di spiegare la forte crescita dei valori unitari delle esportazioni italiane, malgrado l'apprezzamento dell'euro e la pressione competitiva dei paesi emergenti.
Nella misura in cui i valori unitari riflettono i prezzi, tale anomalia potrebbe spiegarsi con un maggior potere di mercato di alcune imprese italiane, basato su fattori qualitativi di competitività, in un contesto in cui la dinamica della domanda estera, assai superiore a quella della domanda interna, potrebbe aver attenuato la necessità di difendere le quote di mercato comprimendo i profitti.

Una parte delle imprese italiane sta spostando con successo le proprie esportazioni verso fasce qualitative superiori, meno vulnerabili alla concorrenza dei paesi emergenti.
Altre produzioni, a più basso valore unitario, vengono probabilmente dislocate all'estero, tramite IDE o altre forme di internazionalizzazione.

Infine si può ipotizzare che la liberalizzazione degli scambi stia determinando la fuoriuscita dai mercati esteri delle imprese più vulnerabili alla concorrenza dei paesi emergenti, ovvero un processo virtuoso di selezione delle imprese più produttive e innovative, con conseguente innalzamento del valore medio delle esportazioni.

La contropartita di questo innalzamento dei valori unitari, anche rispetto agli altri paesi dell'area dell'euro, è una riduzione delle quantità relative e dunque della quota di mercato delle esportazioni italiane.

All'indebolimento dell'economia italiana sui mercati internazionali concorre anche la sua scarsa capacità di attrarre investimenti dall'estero.
Il problema non riguarda tanto gli IDE motivati dalla ricerca di manodopera a basso costo, sui quali l'Italia non può competere con i paesi emergenti e che hanno un ruolo decisivo nel successo delle loro esportazioni. Lo scarso interesse delle multinazionali per il sistema italiano si estende anche agli IDE finalizzati a migliorare l'accesso ai mercati europei, o a quelli suscitati dall'obiettivo di assorbire conoscenze tecnologiche.

Le ragioni di questo problema sono molte e tendono a coincidere con l'insieme di fattori strutturali che frenano anche l'accumulazione di capitale interna. Tuttavia, un ruolo specifico spetta alle barriere protezioniste, che anche in Italia limitano gli investimenti dall'estero, soprattutto nel settore dei servizi.

Aree e principali paesi

Il deterioramento del saldo commerciale dell'Italia nel 2005 si è manifestato soprattutto verso le aree da cui essa importa materie prime (Nordafrica, Medio Oriente, Europa orientale), nonché nei confronti dell'Asia.
Sono invece migliorati leggermente i saldi con le Americhe e con l'Unione Europea, malgrado il peggioramento di quelli con la Germania e con i nuovi paesi membri.

Sulle importazioni italiane continua a crescere l'incidenza, oltre che dei fornitori di materie prime (Africa, Medio Oriente, Russia), dell'Asia e dei nuovi paesi membri dell'Unione Europea.

La dinamica delle esportazioni italiane è stata molto differenziata per aree, con tassi di crescita elevati in America Latina, Medio Oriente, Europa orientale, Asia centro-meridionale e Africa sub-sahariana, discreti in America settentrionale ma assai modesti nell'Unione Europea e in Asia orientale.

La flessione delle quote di mercato è stata invece generalizzata (tra i principali paesi fa eccezione la Russia, dove la quota è rimasta invariata), e particolarmente forte nell'Unione Europea, in Medio Oriente e in Nordafrica. Occorre comunque rilevare che perdite analoghe hanno subito nelle diverse aree anche i maggiori tra i paesi più industrializzati, a vantaggio sia della Cina e dei nuovi concorrenti che dei produttori di materie prime.

Le partecipazioni italiane in imprese estere appaiono fortemente concentrate nell'Unione Europea a 15.
La crescita più marcata del fatturato si è avuta però in Europa centro-orientale e in Asia orientale, dove le forniture delle imprese partecipate sono presumibilmente rivolte non soltanto ai mercati locali, ma anche e forse soprattutto a quelli dei paesi sviluppati, con possibili effetti di sostituzione delle esportazioni italiane; del resto, gli acquisti da queste filiali, inclusi quelli effettuati dalle case madri, possono aver contribuito al sostenuto incremento delle importazioni dalle stesse aree.

Le multinazionali presenti in Italia provengono prevalentemente da altri paesi sviluppati (Europa occidentale, Nordamerica, Giappone).
Tuttavia, è aumentato considerevolmente il fatturato realizzato in Italia da multinazionali dei paesi emergenti dell'Asia orientale, a conferma della loro recente capacità di espansione.

I settori

Nel 2005, come già nell'anno precedente, il peggioramento del disavanzo commerciale dell'Italia è dipeso essenzialmente dal dilatarsi del deficit energetico, che ha superato i 40 miliardi di euro.
Nel complesso, le variazioni dei saldi settoriali sembrano configurare la ricerca di nuovi assetti nel modello di specializzazione internazionale dell'economia italiana.

Data la crisi nelle produzioni manifatturiere tradizionali e nel turismo, in corso da molti anni, i vantaggi comparati si concentrano sempre di più nella meccanica strumentale, mentre sembra attenuarsi leggermente la debolezza commerciale in alcuni settori dell'industria e del terziario a forti economie di scala e ad alta intensità di conoscenze.

La stagnazione dell'attività produttiva si è tradotta in una caduta delle quantità importate, particolarmente forte nei derivati del petrolio, nella meccanica, nella metallurgia e in altri settori che producono beni intermedi.

Sono invece aumentate considerevolmente le importazioni di beni di consumo per la persona e soprattutto per la casa . È ragionevole ipotizzare che si tratti in qualche misura di produzioni realizzate da affiliate estere di imprese italiane, o da imprese straniere ad esse legate da accordi di collaborazione industriale.

Va inoltre sottolineato che l'aumento delle importazioni di prodotti tessili e dell'abbigliamento (2,9 per cento) è risultato in media annua assai inferiore a quanto poteva far pensare il clamore suscitato dai primi effetti dello smantellamento dell'Accordo Multifibre, anche in conseguenza delle misure di protezione temporanea adottate dall'Unione Europea.

La flessione delle quantità esportate ha coinvolto quasi tutti i settori e in particolare l'abbigliamento, gli elettrodomestici, i mobili e le calzature. In controtendenza, sono aumentate le esportazioni di prodotti alimentari, farmaceutici, derivati del petrolio e di altri settori caratterizzati da una maggiore incidenza di grandi imprese (tubi in ferro e acciaio e una parte dell'industria elettronica).

Anche nel 2005 i valori medi unitari delle esportazioni italiane sono cresciuti in misura maggiore dei prezzi alla produzione. Il fenomeno è particolarmente evidente nel cuoio-calzature e nel tessile-abbigliamento, ma si presenta anche in altri settori e in particolare nelle industrie meccaniche ed elettroniche.

Diversamente da quanto era accaduto negli ultimi anni, la dinamica sostenuta dei valori unitari delle esportazioni non è stata però sufficiente a compensare le perdite che ne sono derivate in termini di quantità relative.
Di conseguenza, le quote di mercato dell'Italia sulle esportazioni mondiali, valutate a prezzi correnti, hanno subito nel 2005 nuove pesanti flessioni.

Con qualche eccezione, si può nel complesso affermare che negli ultimi anni le quote di mercato delle esportazioni italiane hanno subito i cedimenti più vistosi nei prodotti finiti tipici del made in Italy, mentre si sono consolidate nei beni intermedi e nei beni d'investimento legati a tali produzioni. Segno anche questo di un'evoluzione del modello di specializzazione delle esportazioni che passa attraverso lo spostamento all'estero di alcune fasi dei processi produttivi.

Nei settori di punta del made in Italy, infatti, le vendite delle affiliate estere di imprese italiane sono aumentate negli ultimi anni più rapidamente delle esportazioni, avvalorando l'ipotesi che in qualche misura le imprese italiane abbiano sostituito le une alle altre.
Non si tratterebbe tanto di una sostituzione diretta sui mercati nei quali sono stati realizzati investimenti esteri, dove anzi potrebbero prevalere rapporti di complementarità con le esportazioni di beni intermedi e d'investimento, quanto dei casi in cui gli investimenti sono stati realizzati in paesi emergenti usati come "piattaforma di esportazione" per i mercati dei paesi sviluppati, che prima venivano serviti direttamente dall'Italia.

Da sottolineare anche i cambiamenti in corso nel settore dei servizi, dove il peggioramento del saldo, dovuto essenzialmente al turismo, si è accompagnato a un guadagno di quota sulle esportazioni mondiali. Vi hanno contribuito soprattutto i servizi alle imprese, inclusi quelli tra imprese collegate, presumibilmente associati a processi di frammentazione internazionale delle attività produttive.

Il recupero della Lombardia

Nel 2005 il contributo del Mezzogiorno e dell'Italia nord-occidentale alle esportazioni nazionali è aumentato in misura significativa. Il guadagno del Mezzogiorno è integralmente riconducibile alle regioni insulari che, essendo specializzate nella raffinazione dei prodotti petroliferi, hanno beneficiato del forte rincaro del greggio sui mercati internazionali.

Il miglioramento dell'Italia nord occidentale è scaturito prevalentemente dal recupero della Lombardia, sia in alcuni settori tradizionali (calzature e mobili), sia nella chimica e nell'elettronica. Anche nelle esportazioni di servizi la Lombardia ha ulteriormente accresciuto la sua quota sul totale nazionale.

La cosiddetta "terza Italia", che include il Nord-Est e il Centro, appare invece in difficoltà. In particolare, le forti perdite subite nell'ultimo quinquennio dal Veneto e dalla Toscana nei beni di consumo tradizionali e dal Lazio nella chimica e nell'elettronica non sono state completamente compensate dall'avanzata dell'Emilia Romagna, basata soprattutto sui successi conseguiti negli autoveicoli e nella meccanica, inclusi gli elettrodomestici.

Il cedimento del Veneto potrebbe essere stato favorito anche dagli intensi processi di delocalizzazione produttiva, nella misura in cui le produzioni realizzate all'estero dalle imprese venete (o per loro conto) abbiano sostituito flussi di esportazioni che partivano dalla regione.

I distretti industriali

Dopo una fase in cui, nella seconda metà degli anni novanta, le province a più elevata incidenza di distretti avevano conseguito risultati migliori delle altre nelle esportazioni, frenando la flessione della quota italiana sui mercati mondiali, nell'ultimo quinquennio la tendenza si è invertita e le aree distrettuali appaiono in difficoltà.

A guardar bene, la crisi è concentrata soprattutto nei distretti che producono beni di consumo tradizionali per la persona, mentre nel sistema dei prodotti per l'abitazione le aree distrettuali hanno avuto prestazioni migliori delle altre, pur non essendo riuscite a impedire il cedimento delle quote italiane.

D'altro canto nei prodotti alimentari e nella meccanica i distretti sono apparsi determinanti per consentire il sia pur lieve incremento di tali quote. Nelle aree distrettuali emergono peraltro segni evidenti delle trasformazioni in corso nel modello di specializzazione internazionale dell'industria italiana.

Molti distretti importanti hanno ridimensionato le loro attività nei beni di consumo finali e tendono a concentrarsi sempre di più nei corrispondenti beni d'investimento. Questa metamorfosi si realizza anche tramite lo spostamento all'estero delle produzioni non più sostenibili in Italia.

Con poche eccezioni, resta però modesta la capacità delle aree distrettuali di attrarre investimenti dall'estero. Ciò dipende probabilmente dal fatto che:

  • gli IDE in entrata tendono a concentrarsi su operazioni di dimensioni relativamente elevate rispetto alla taglia media delle imprese distrettuali, e in settori diversi da quelli in cui esse sono specializzate
  • i vantaggi competitivi dei distretti sono basati su un insieme di fattori socioeconomici fortemente radicati nei sistemi locali e difficili da cogliere per un soggetto esterno.

Non è dunque un caso che negli ultimi anni le partecipazioni estere in imprese italiane si siano sviluppate maggiormente in aree come la Lombardia, il Lazio e l'Italia insulare, nelle quali i distretti hanno un peso minore e sono relativamente più importanti i settori a forti economie di scala.

Le imprese

A partire dal 1998 il numero delle imprese esportatrici italiane è sempre aumentato, anche in presenza di andamenti poco brillanti del valore delle loro vendite all'estero. Il 2005 in particolare ha fatto registrare un aumento degli esportatori vicino al 5 per cento, il tasso di crescita massimo da almeno un decennio.

La base imprenditoriale delle esportazioni italiane tende dunque ad ampliarsi, riflettendo la crescente integrazione dei mercati internazionali. Al tempo stesso emergono segni di un suo consolidamento dimensionale.

I dati sul valore delle esportazioni per classi di fatturato estero delle imprese confermano nel 2005 la tendenza di lungo periodo alla riduzione del peso delle piccole imprese.
Fra il 1996 e il 2004, ultimo anno per cui sono disponibili statistiche per classi di addetti, la quota delle imprese con meno di 50 occupati sulle esportazioni italiane è scesa di oltre tre punti percentuali.

Le due classi delle imprese piccole e medie sono invece accomunate dall'andamento crescente delle rispettive quote sull'internazionalizzazione produttiva dell'economia italiana tra il 2000 e il 2004.
Negli ultimi due anni le aziende più grandi (con almeno 5.000 addetti), pur restando preponderanti, hanno nettamente ridotto il numero dei loro occupati all'estero, segno di una prevalenza delle operazioni di ristrutturazione rispetto alle nuove iniziative.

Le imprese minori adottano inoltre in misura rilevante forme di internazionalizzazione intermedie, che non implicano partecipazioni azionarie, ma si basano su accordi di collaborazione industriale con partner stranieri. Seppure ancora approssimative, le stime disponibili su questi fenomeni ne rivelano una crescente diffusione nei settori di specializzazione del made in Italy.

Lo sviluppo delle piccole multinazionali sembra principalmente una risposta a problemi di competitività sui mercati internazionali. Le imprese con meno di 50 addetti hanno infatti perso quote sulle esportazioni italiane in tutte le principali aree, mentre hanno guadagnato in termini di internazionalizzazione produttiva in regioni dove gli insediamenti sono più direttamente legati a logiche di contenimento dei costi, come l'Asia orientale e i paesi del Mediterraneo.

Le altre classi dimensionali di imprese hanno invece rafforzato la loro quota sulle esportazioni sia nei paesi sviluppati (in particolare in America del Nord per le medie imprese), sia nelle aree emergenti (Asia orientale e Africa settentrionale per le grandi).

Riguardo all'internazionalizzazione produttiva, le medie imprese hanno mantenuto una forte presenza relativa in Europa centrale e orientale, ma hanno assunto maggior peso anche nei paesi dell'Unione Europea a 15, grazie a un aumento delle iniziative finalizzate a migliorare l'accesso ai mercati.

In ogni modo, il grado di diversificazione geografica delle attività internazionali delle imprese italiane è aumentato, sia nelle esportazioni che nelle partecipazioni in imprese estere.

Dal punto di vista settoriale, sono emerse tendenze differenziate. La dinamica degli investimenti esteri delle piccole imprese, cresciuti in particolare nei settori tipici del made in Italy, è interpretabile come una possibile risposta ai loro problemi di competitività.

Le medie imprese hanno invece aumentato più significativamente la loro quota sugli addetti di partecipate italiane all'estero nei comparti a media e alta tecnologia, dove i processi di ristrutturazione dei grandi gruppi industriali italiani hanno determinato un forte indebolimento della loro presenza estera.

Considerazioni conclusive

L'economia italiana, ancora in fase di ristagno, ha risentito del mutamento dei prezzi delle materie prime con un peggioramento del disavanzo commerciale e con una nuova flessione della quota sul valore delle esportazioni mondiali di merci, più ampia di quella comunque registrata nei manufatti.

Anche in termini quantitativi, la crisi delle esportazioni italiane sembra essersi approfondita nel 2005: a fronte di una dinamica molto sostenuta della domanda mondiale, esse sono diminuite, malgrado il sia pur lieve deprezzamento reale dell'euro rispetto alla media delle altre valute.

Le ragioni di questo declino, iniziato alla metà degli anni novanta, sono riconducibili solo in parte ai problemi di competitività derivanti dall'andamento dei cambi e della produttività.
Più precisamente, il fatto che in Italia il rendimento totale dei fattori si sia addirittura ridotto negli ultimi anni è grave non tanto per le sue conseguenze sulla competitività di prezzo delle imprese, quanto per il suo significato strutturale.
Si tratta infatti di un chiaro indicatore del divario che si è creato, rispetto agli altri paesi sviluppati, nel capitale di conoscenze tecniche e competenze umane, su cui si basano oggi la crescita economica e il progresso sociale.

A questo ritardo possono essere ricondotte anche alcune delle caratteristiche fondamentali del modello di specializzazione dell'economia italiana, che hanno origini antiche e ne limitano la capacità di integrarsi con successo nei mercati internazionali.
La "inefficienza dinamica" del modello di specializzazione internazionale dell'economia italiana, ovvero la sua concentrazione in prodotti a domanda poco elastica rispetto al reddito mondiale , è la ragione principale che limita la crescita delle sue esportazioni, almeno rispetto a quelle degli altri paesi sviluppati.

Le ridotte dimensioni di molte imprese italiane concorrono a limitarne la capacità di insediarsi nei mercati internazionali in posizioni di forza nei confronti dei grandi intermediari commerciali.

Per il resto la caduta delle quote di esportazioni dell'Italia e degli altri paesi sviluppati riflette naturalmente l'espansione dei paesi emergenti, e in particolare della Cina. Si tratta, in questo caso, di una tendenza irreversibile dell'epoca in cui viviamo, che conduce il sistema economico mondiale verso una più equa distribuzione dei redditi tra i paesi.

Da questo punto di vista, anche i recenti cambiamenti nei prezzi delle materie prime rispetto ai manufatti possono essere letti come un meccanismo di trasferimento internazionale, che diffonde i benefici della crescita asiatica verso altre aree in via di sviluppo.
Restano aperti grandi interrogativi sulla distribuzione del reddito all'interno dei paesi e sulla sostenibilità ambientale della crescita in corso, ma nel complesso la maggiore integrazione economica internazionale contribuisce a migliorare il sistema globale.

I cambiamenti in corso nella distribuzione mondiale delle attività produttive non sono tanto il frutto di processi di sviluppo endogeno nei paesi emergenti, quanto il risultato della forte espansione degli investimenti internazionali.

Le multinazionali grandi e piccole, frammentando in varie forme le proprie attività produttive tra diversi paesi, concorrono a modificare anche la geografia degli scambi.
Alcuni paesi sviluppati subiscono poco le conseguenze negative di questi processi, perché riescono a compensare la perdita di attività ad alta intensità di lavoro non qualificato, con l'attrazione di investimenti orientati a migliorare l'accesso ai mercati, o ad assorbire risorse tecnologiche e competenze umane.

L'Italia purtroppo conferma anche su questo terreno un ritardo notevole. La sua scarsa capacità di attrarre investimenti dall'estero è un'immagine sintetica dei suoi problemi strutturali, antichi e recenti, che frenano anche l'accumulazione interna di capitale, non consentendo la valorizzazione delle grandi risorse umane e imprenditoriali di cui il paese dispone.

Questi problemi si manifestano più intensamente nel Mezzogiorno e riguardano, come è noto da molto tempo, il sistema scolastico e universitario, gli incentivi per la ricerca, le infrastrutture, i servizi pubblici e privati, la qualità e la trasparenza delle regolamentazioni, la certezza del diritto, la sicurezza delle imprese, una distribuzione delle imposte che penalizza gli investimenti produttivi a vantaggio delle rendite finanziarie.

Volendo sintetizzarli, si può affermare che il sistema italiano soffre simultaneamente di un deficit di concorrenza, che non consente la selezione e lo sviluppo delle sue migliori energie imprenditoriali, e di un intervento pubblico inadeguato alle proprie funzioni.

Emergono comunque segni di trasformazione positivi dal sistema economico italiano, a testimonianza della sua vitalità:

  • le strategie di prezzo e qualità di alcune imprese esportatrici sembrano orientarsi nella direzione più appropriata per valorizzare il proprio potere di mercato e sottrarsi alla pressione competitiva dei paesi a bassi salari
  • la struttura dimensionale delle imprese tende ad aumentare e crescono gli esportatori e il grado di diversificazione geografica delle loro vendite
  • cresce la capacità delle piccole e medie imprese di produrre sui mercati esteri, investendo o stringendo accordi di collaborazione con imprese straniere
  • accanto a tanti distretti industriali in crisi, ne emergono alcuni capaci di differenziare le proprie produzioni e aprirsi maggiormente ai mercati internazionali, grazie al ruolo di guida svolto da imprese locali di medie dimensioni
  • il modello di specializzazione delle esportazioni si modifica, sia pure con gradualità, verso un ridimensionamento dei vantaggi comparati tradizionali e un relativo rafforzamento di quelli nella meccanica strumentale, nonché un'attenuazione di alcune delle sue debolezze nei settori dominati dalle grandi imprese.

Questi segnali positivi, benché importanti, non sono ancora riusciti a invertire le tendenze negative degli ultimi anni. Occorre dunque incoraggiarli e integrarli:

  • con politiche incisive di aumento della competitività dei mercati, volte a selezionare le imprese migliori
  • con un intervento pubblico più efficace per innalzare l'efficienza del sistema in cui esse operano.