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L’Italia nell’economia internazionale 2008

La quota dell’Unione europea sulle esportazioni mondiali sembra aver interrotto la tendenza discendente che aveva caratterizzato il precedente triennio e si è assestata nel 2007 intorno al 16,5 per cento, mentre quelle di Stati Uniti e Giappone hanno continuato a scendere e quella della Cina ad aumentare.

Scambi e investimenti internazionali

La fase di espansione sostenuta che ha caratterizzato l’economia mondiale negli ultimi anni si è prolungata anche nel 2007, con un tasso del 3,7 per cento, solo marginalmente inferiore a quello dell’anno precedente.

La crescita si è mantenuta forte nelle aree emergenti, ma nei paesi avanzati ha mostrato segni di decelerazione, che si sono fatti più intensi negli ultimi mesi, combinandosi con una ripresa generalizzata dell’inflazione. Le prospettive per l’anno in corso sono quindi diventate molto incerte.

Il rallentamento degli scambi di beni e servizi è stato più marcato di quello della produzione. Il loro tasso di crescita in volume è sceso al 6,8 per cento, con un calo di oltre due punti rispetto al 2006.
Vi hanno contribuito l’aumento generalizzato dei costi di trasporto, dovuto anche al rincaro del petrolio, e il trasferimento di potere d’acquisto dai paesi sviluppati ai paesi produttori di materie prime, caratterizzati da una più limitata propensione all’importazione.

I flussi di investimenti diretti, con un incremento annuo stimato al 17,8 per cento, dovrebbero aver superato nel 2007 il livello record registrato nel 2000. Nella prima parte dell’anno, il buon andamento dei profitti aziendali ha favorito le operazioni di fusione e acquisizione.

La crisi finanziaria della seconda metà del 2007 non sembra averle frenate in misura significativa perché, se da un lato si è determinata una riduzione della liquidità nel sistema bancario, dall’altro si è avuta una forte iniezione di capitali derivante dall’accumulo di riserve dei paesi esportatori di materie prime e della Cina. Queste notevoli risorse hanno alimentato i cosiddetti fondi sovrani, che hanno manifestato un attivismo crescente nell’acquisizione di partecipazioni in imprese estere.

Stimolati dalla pressione della domanda, i rincari del petrolio (11 per cento) e di altre materie prime, in particolare dei metalli (17 per cento) e dei beni alimentari (15 per cento), contrariamente a quanto avvenuto negli anni precedenti, hanno iniziato nel corso del 2007 ad agire da fattore frenante sulla produzione e a spingere l’inflazione verso l’alto pressoché ovunque.

Il prezzo del petrolio, che aveva subito una flessione all’inizio dell’anno, ha ripreso a crescere molto rapidamente nei mesi successivi, tornando in termini reali (deflazionato con l’andamento dei prezzi al consumo nei principali paesi industriali) sui livelli record raggiunti dopo la seconda crisi petrolifera nel 1979.

Le ragioni di scambio dei paesi importatori di petrolio sono peggiorate, così come quelle dei paesi in via di sviluppo più dipendenti dalle importazioni di prodotti alimentari. Nel tentativo di calmierare i prezzi sul mercato
interno, alcuni paesi hanno adottato misure restrittive, ma l’unico effetto sembra esser stato quello di aumentare la volatilità dei corsi.

Nel 2007 il dollaro ha continuato a deprezzarsi. La tendenza all’apprezzamento dell’euro si è accentuata nella seconda metà dell’anno ed è proseguita nei primi mesi del 2008, soprattutto per il diverso orientamento della politica monetaria seguita dalla Banca centrale europea rispetto alla Federal Reserve.

Contrariamente a quanto avvenuto negli anni precedenti, e nonostante i rincari di alcune materie prime, il tasso di crescita degli scambi di beni (15 per cento in valore) è risultato nel 2007 inferiore a quello dei servizi (17,7
per cento).
La forte accelerazione di questi ultimi, pur in presenza di rilevanti barriere protettive, potrebbe essere ricollegata alla crescente frammentazione internazionale dei processi produttivi e allo sviluppo degli scambi di servizi
intermedi che ne consegue, grazie ai progressi nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione ICT.

Nel comparto industriale i settori più dinamici sono risultati la chimica, la metallurgia e la meccanica; debole, come già nel biennio precedente, è stata invece la crescita degli scambi nella maggior parte dei beni di consumo per la persona e nel settore dell’ICT.

L’incremento dell’attività economica, che stimola quello delle importazioni, è stato particolarmente elevato nelle aree emergenti. Anche nel 2007, come ormai da diversi anni, l’area che maggiormente ha contribuito alla dinamica degli scambi mondiali è stata l’Asia, con un tasso di crescita molto elevato in Cina e un’ulteriore intensificazione dei processi di integrazione regionale.

Il contributo dell’Asia alla crescita delle importazioni di merci è stato del 38 per cento in termini quantitativi, circa una volta e mezzo il suo peso nel 2006, mentre il suo apporto alla crescita delle esportazioni (58,5 per cento) è stato circa il doppio del peso.

L’Ue, e quest’anno soprattutto gli Stati Uniti, hanno invece frenato l’espansione degli scambi internazionali. La crescita delle esportazioni dei paesi in via di sviluppo produttori di materie prime è stata, in alcuni casi, rallentata dal loro rincaro: ad esempio, sono diminuite in Medio Oriente le quantità esportate.

Considerando il valore delle esportazioni, nonostante la buona tenuta dell’Unione europea – e al suo interno dell’area dell’euro – è continuata la tendenza al riequilibrio delle quote di mercato mondiale a favore dei paesi
emergenti,
avvantaggiati anche da esportazioni orientate verso mercati e settori più dinamici.

Nel 2007 la Cina (senza considerare Hong Kong) ha superato gli Stati Uniti e con una quota pari all’8,8 per cento è diventata il secondo esportatore mondiale, dietro la Germania (9,5 per cento).

Le importazioni di Cina e Russia sono aumentate a tassi del 21 per cento e del 36 per cento rispettivamente, anche se, nel suo insieme, la quota dell’Asia sul valore delle importazioni mondiali è leggermente scesa (dal 23,4 al 23,2 per cento). Per la prima volta da un decennio, infatti, l’incremento delle importazioni cinesi e coreane non è stato tale da controbilanciare il calo giapponese, accentuato dal deprezzamento dello yen.

Le importazioni degli Stati Uniti, al contrario degli anni precedenti, sono cresciute di appena il 5 per cento in valore, un tasso pari a circa un terzo della media mondiale.

Diversamente da quanto rilevato a proposito di produzione e scambi, si stima che la crescita dei flussi di investimenti diretti esteri sia stata nel 2007, per il terzo anno consecutivo, maggiore verso i paesi sviluppati che verso quelli emergenti.

Gli Stati Uniti si sono confermati come il principale paese di destinazione, anche grazie all’ulteriore deprezzamento del dollaro. Tuttavia, a seguito delle turbolenze finanziarie e con il peggioramento delle prospettive di crescita, nella seconda metà dell’anno gli Ide verso gli Stati Uniti si sono ridotti.

I capitali hanno altresì ripreso ad affluire in America Latina, dirigendosi soprattutto verso il Brasile, il Cile e il Messico, con investimenti greenfield nel settore primario.
L’Asia ha mantenuto il trend crescente degli ultimi anni.
Alcune economie emergenti (in particolare la Federazione Russa) hanno iniziato ad attrarre ingenti investimenti.
È infine continuato l’afflusso di Ide in Africa, dove lo stock di capitale estero ha superato 36 miliardi di dollari e si è concentrato nelle attività di estrazione delle materie prime.

La Cina ha utilizzato le ingenti riserve valutarie per ampliare i propri investimenti sia in Europa (ricerca di nuovi mercati e acquisizione di marchi e laboratori di R&S) che in Africa (acquisizione di materie prime), e anche il Brasile ha investito all’estero somme ingenti.

L’Unione Europea

Dal primo gennaio 2007, con l’entrata di Bulgaria e Romania, l’Unione consta di 27 membri (Ue-27). Sempre dal primo gennaio la Slovenia è entrata nell’area dell’euro, seguita all’inizio del 2008 da Cipro e Malta.

Considerata come un’area integrata, al netto delle transazioni intra-regionali, l’Ue-27 si conferma il primo esportatore mondiale e il primo investitore all’estero.

La geografia delle sue esportazioni è lentamente cambiata: si è ridotto il peso degli Stati Uniti, che tuttavia restano il principale mercato di sbocco, e sono contestualmente aumentati quelli dell’Europa orientale e della Cina.

Mutamenti analoghi si sono verificati nella distribuzione geografica delle importazioni. Dalla Cina proviene circa un sesto degli acquisti di manufatti. La Russia ha sorpassato la Norvegia ed è diventata il primo fornitore di minerali energetici.

La quota dell’Unione europea sulle esportazioni mondiali sembra aver interrotto la tendenza discendente che aveva caratterizzato il precedente triennio e si è assestata nel 2007 intorno al 16,5 per cento, mentre quelle di Stati Uniti e Giappone hanno continuato a scendere e quella della Cina ad aumentare.
Presumibilmente i diversi andamenti sono dovuti anche al fatto che le multinazionali statunitensi e giapponesi hanno spostato in Cina produzioni manifatturiere destinate all’esportazione in misura maggiore di quanto fatto
dalle imprese europee.

Il rialzo dei prezzi delle materie prime, di cui l’Ue-27 è importatrice netta, si è tradotto in un ampliamento del disavanzo commerciale (arrivato a 185 miliardi di euro), soprattutto nei confronti dei paesi dell’Europa centro-orientale e dell’Africa settentrionale.

I settori che hanno contribuito maggiormente al disavanzo, oltre alle materie prime, sono stati l’elettronica e l’abbigliamento.
I settori di specializzazione dell’Europa, anche dopo l’ulteriore allargamento, restano invece tutti quelli a contenuto tecnologico medioalto (come ad esempio, macchine ed apparecchi elettrici, autoveicoli e prodotti
chimici) e alcuni di quelli a più elevata intensità tecnologica (farmaceutica, aeromobili e veicoli spaziali).

Per quel che riguarda i servizi, l’Ue continua a guidare la graduatoria degli scambi mondiali, seguita dagli Stati Uniti. Insieme le due economie rappresentano circa il 50 per cento delle esportazioni e il 43 per cento delle
importazioni mondiali di servizi.

Fra i servizi, i suoi settori di specializzazione sono il finanziario, le assicurazioni e i trasporti, mentre i punti di debolezza si concentrano nelle royalties e licenze (con un saldo negativo in aumento), nel turismo e nei servizi culturali.

L’Unione europea si è confermata, anche nel 2007, come uno degli attori principali per i flussi di investimenti diretti in uscita e in entrata. I primi si dirigono soprattutto verso gli Stati Uniti, che sono anche il principale investitore estero nell’Ue.
Nell’ambito degli investimenti greenfield, l’Unione europea mantiene il primato come fonte e destinazione tra i paesi avanzati, anche se con numeri e valori molto inferiori rispetto ai paesi di più recente industrializzazione, in primis quelli dell’area asiatica.

L’Italia

La crescita dell’economia italiana ha subito un leggero rallentamento nel 2007, attestandosi all’1,5 per cento, ed è rimasta inferiore alla media dell’area dell’euro (2,6 per cento).
La decelerazione è stata particolarmente forte negli investimenti, mentre le esportazioni nette hanno fornito anche quest’anno un lieve contributo positivo.

Il disavanzo corrente della bilancia dei pagamenti si è ridimensionato, scendendo al 2,4 per cento del PIL.
Il forte miglioramento del saldo mercantile (FOB-FOB), tornato in surplus dopo sei anni di progressivo peggioramento, ha più che compensato la dilatazione dei disavanzi negli scambi di servizi e nei redditi.

Riflettendo l’indebolimento della domanda, la crescita delle importazioni di beni e servizi ha rallentato, passando dal 5,9 al 4,4 per cento in volume tra il 2006 e il 2007.

La crescita quantitativa delle esportazioni, frenata dal rallentamento della domanda estera, è risultata comunque inferiore sia all’aumento del commercio mondiale di beni e servizi (6,8 per cento), sia a quello delle esportazioni
dell’area dell’euro (6 per cento), anche se il divario si è attenuato rispetto agli ultimi anni.

Vi ha inciso negativamente la perdita di competitività dei prodotti italiani, dovuta all’apprezzamento dell’euro e alla dinamica dei costi relativi per unità di prodotto, che è stata sospinta verso l’alto dall’andamento della produttività del lavoro, ancora una volta inferiore alla media dell’area dell’euro.

Tuttavia, misurata a prezzi correnti, la quota dell’Italia sulle esportazioni mondiali di merci è aumentata leggermente nel 2007 (dal 3,5 al 3,6 per cento), interrompendo la tendenza declinante in corso da molti anni.
Non è la prima volta che ciò accade e anche nei casi precedenti (ad esempio nel 1996 e nel 2001) il fenomeno è coinciso con un sensibile apprezzamento della valuta, il cui impatto nominale sui prezzi relativi è risultato superiore agli effetti negativi di sostituzione sulle quantità, che sono presumibilmente ritardati, anche per via di strategie di prezzo compensative da parte delle imprese esportatrici.

Nel 2007 le quote italiane sulle esportazioni mondiali e dell’area dell’euro sono state sostenute da un effetto favorevole di composizione settoriale della domanda, senza il quale esse sarebbero rimaste invariate.
È infatti aumentato sensibilmente il peso sul commercio mondiale di settori come l’industria meccanica e i prodotti in metallo in cui l’Italia ha un vantaggio comparato.

Si tratta tuttavia di un’eccezione. Nell’arco dell’ultimo decennio gli effetti di composizione settoriale della domanda mondiale sono stati generalmente negativi, dato che l’industria italiana è specializzata prevalentemente in settori che tendono a perdere peso nel commercio mondiale.

La dinamica delle esportazioni è influenzata anche dalle strategie di mercato adottate dalle imprese. Le imprese italiane hanno reagito all’apprezzamento dell’euro adottando strategie di discriminazione di prezzo tra i diversi mercati: i prezzi delle esportazioni, in particolare nei paesi esterni all’area dell’euro, sono cresciuti meno di quelli praticati sul mercato interno, in modo da contenere la perdita di competitività che deriva dall’andamento del cambio.

Sono ancora troppo poche le imprese straniere presenti in Italia e anzi la capacità di attrazione del nostro sistema economico sembra calante. A partire dal 2002, è sceso progressivamente sia il numero di partecipazioni estere in imprese italiane, sia il numero dei loro addetti, passati da 943.000 a 853.000 unità.

Il Rapporto - chiuso con le informazioni disponibili al 26 giugno 2008 - è stato redatto da un gruppo di lavoro dell’Area Studi, Ricerche e Statistiche dell’ICE. Alla sua realizzazione hanno contribuito anche l’ISTAT e la Banca d’Italia.