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Le opportunità per le imprese italiane sui mercati esteri nel 2010-2011

Dallo studio ICE - Prometeia “Evoluzione del commercio con l’estero per aree e settori” riportiamo alcune riflessioni sulle sfide competitive che attendono il made in Italy.

A fronte di un commercio mondiale che dovrebbe tornare a crescere nel biennio 2010-’11 a tassi attorno al 6% a prezzi costanti, per le esportazioni italiane ci si attende una dinamica più contenuta (attorno al 3%, sempre a prezzi costanti e in media d’anno).

Ciò sarà effetto sia della minor vivacità della domanda sui mercati tradizionali di sbocco per buona parte del 2010, sia dell’inasprimento delle pressioni competitive causato dalla contrazione dei mercati mondiali.
Sia a prezzi costanti che in euro correnti, infatti, il livello del commercio mondiale di manufatti a fine 2011 sarà inferiore ai valori registrati nel 2008.

Nell’analizzare le previsioni del commercio mondiale a livello settoriale, occorre considerare due elementi:

  1. la crescita attesa nel biennio 2010-’11
  2. la capacità di recupero dai livelli di minimo toccati nel corso 2009.

Relativamente al primo fattore, secondo le previsioni sperimenteranno la maggior intensità della ripresa l’elettronica, i mezzi di trasporto e la metallurgia, grazie al rilancio dell’attività manifatturiera e degli investimenti, anche in infrastrutture, su scala mondiale.

Subito dopo vengono i settori dei beni strumentali, per i quali le prospettive di recupero sono in parte frenate dal problema della sovracapacità produttiva, che potrebbe limitare il processo di accumulo di nuovo capitale.

Infine, un minor slancio è atteso per i settori dei beni di consumo e per quelli legati al ciclo delle costruzioni, penalizzati sia da una strutturale minor ciclicità della domanda, sia dal permanere di condizioni di mercato non particolarmente brillanti in molti dei paesi più avanzati.

Diverse invece sono le considerazioni relative alla capacità dei singoli settori di recuperare i livelli pre-crisi degli scambi. In particolare, i beni intermedi e quelli strumentali, insieme ai mezzi di trasporto, potrebbero mostrare il maggior ritardo in questo processo, sia per una componente di prezzo  che non dovrebbe recuperare i livelli elevati del 2008, sia perché la fase di redistribuzione dei potenziali produttivi a livello mondiale, tuttora in corso, potrebbe frenare soprattutto nella parte iniziale del prossimo biennio il pieno recupero dei livelli di attività industriali e, come già sottolineato, il processo di accumulazione di nuovo capitale.

Uno degli elementi che caratterizzano i mercati più promettenti nel biennio di previsione è senza dubbio la loro distanza dall’Italia: significative prospettive di crescita iniziano a registrarsi oltre i 3mila chilometri. Questo elemento potrebbe essere un freno allo sviluppo delle esportazioni delle imprese manifatturiere italiane, che per la loro dimensione media trovano maggiori difficoltà rispetto ai più attrezzati concorrenti esteri nell’accedere a mercati tanto lontani (come è dimostrato anche dal peso marginale che questi tuttora rivestono per il nostro export).

Le distanze intercontinentali non rappresentano però un ostacolo solo per le aziende italiane. Lo sviluppo del commercio su scala globale, così come avvenuto con forza nell’ultimo decennio, ha infatti privilegiato la strada della creazione di poli produttivi su scala continentale, in modo da rendere meno problematico l’approvvigionamento dei diversi mercati.

Se in America Latina tale processo è frenato dalla frammentazione dei singoli paesi in diverse aggregazioni di natura politica ed economica (Patto Andino, Mercosur), e dall’ancora insufficiente grado di sviluppo delle strutture produttive e dei mercati interni in molte nazioni, in Asia si sta registrando una crescita dell’integrazione commerciale molto forte, per di più senza vincoli formali alla politica monetaria né precisi standard produttivi o di mercato tra i singoli paesi.

Un altro aspetto rilevante che caratterizza i paesi a maggior potenziale è costituito dalla velocità con la quale al loro interno si sta creando una nuova classe di consumatori in grado di accedere al mercato con un potere d’acquisto pari a quello dei cittadini dei paesi avanzati.
Secondo stime di Confindustria su dati del FMI, entro il 2020 la popolazione mondiale con un reddito pro capite superiore ai 30 mila dollari aumenterà di circa 170 milioni di individui, di cui solo un terzo nei paesi avanzati e per la restante parte in quelli emergenti.
I BRIC innanzitutto, ma anche Turchia, Indonesia, Sud Africa, Polonia e tanti altri vedranno crescere a ritmi sostenuti il bacino di potenziali acquirenti di beni di consumo di fascia qualitativa medio-alta.

Appare dunque chiaro come le imprese italiane debbano velocemente affiancare alle strategie sul prodotto anche quelle di adeguamento delle strutture produttive e distributive.
La riqualificazione dell’offerta, gli investimenti sui marchi e su altri fattori immateriali hanno finora consentito alle nostre imprese di spuntare premium price su gran parte dei mercati e sottrarsi almeno in parte a una concorrenza basata prevalentemente su fattori di prezzo. Tuttavia, questa strada non appare percorribile da tutto il tessuto manifatturiero italiano, che dovrà quindi adottare nuove e più complesse strategie per l’internazionalizzazione.

Le pressioni dei nuovi produttori non saranno limitate ai settori dei beni di consumo, ma sono destinate ad aumentare anche in comparti ritenuti fino a pochi anni fa poco aggredibili, principalmente per l’elevato contenuto di innovazione, complessità tecnologica e know how di interi sistemi industriali - e non solo di singole imprese (si pensi ai distretti italiani) - su cui si basa la competitività internazionale.
Sempre più le economie emergenti con forte specializzazione manifatturiera, dopo aver raggiunto la leadership mondiale nei settori dei beni a minor intensità tecnologica (gran parte di quelli del Made in Italy tradizionale), stanno guadagnando vantaggi competitivi anche in comparti caratterizzati da maggior contenuto innovativo e complessità dei processi produttivi, sia per effetto dell’accumulo di IDE provenienti dalle economie mature, sia per un’ormai autonoma capacità di sviluppo industriale.

In particolare, per l’Italia questo si sta traducendo in una crescita della concorrenza dei produttori emergenti in molti settori dell’elettrotecnica, negli ultimi anni il comparto maggiormente competitivo del nostro export.
Anche in questo caso, come già sottolineato per il Made in Italy tradizionale, appare difficile che le sole strategie basate sulla qualità dei prodotti e delle lavorazioni intermedie (l’ampio sistema della subfornitura italiana) possano fare da baluardo all’avanzata dei nuovi concorrenti, data la velocità con la quale questi ultimi stanno progredendo dal punto di vista delle capacità e delle tecnologie produttive.

“Le opportunità per le imprese italiane sui mercati esteri nel biennio 2010-2011” (n. 8 febbraio 2010)