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Rapporto Unioncamere 2009

Secondo il Rapporto Unioncamere, 36 province italiane (che rappresentano circa il 60% del Pil) sono particolarmente esposte agli effetti negativi della crisi in atto. Le altre 67 hanno invece un modello di sviluppo che le protegge maggiormente dalla congiuntura internazionale negativa.

Da un punto di vista dei trend congiunturali, la situazione italiana vede da un lato le province “trainanti” e, dall’altro, un consistente gruppo di province (soprattutto acicliche) che potremmo definire “neutrali” rispetto alla determinazione del ciclo economico nazionale.

La dicotomia italiana

L’Istituto Guglielmo Tagliacarne, in base agli andamenti osservati a partire dal 1995, ha suddiviso le 103 province italiane in due gruppi:

  • il primo a “forte” impatto del cambiamento del ciclo economico
  • il secondo a “medio-basso” impatto.

Ipotizzando uno scenario in cui le tendenze del primo trimestre vedranno una prosecuzione fino a fine 2009, 36 province su 103 risulterebbero fortemente condizionate dalla congiuntura negativa:

  • le principali aree metropolitane del Paese (Milano, Roma, Bologna, Torino, Napoli)
  • gran parte delle province industriali ed esportatrici del Nord-Est e della Lombardia
  • sette province del Mezzogiorno (Crotone, Caserta, Teramo, Avellino, Messina, Isernia e Taranto).

Queste 36 province hanno registrato, a partire dal 1995, una stretta correlazione con l’andamento del PIL nazionale (tasso di correlazione superiore a 0,6, con punte di 0,91 per la provincia di Venezia e 0,94 per la provincia di Prato, considerando che la correlazione massima è pari a 1).

Inoltre in queste province il settore manifatturiero ha un peso prevalente nella formazione del PIL rispetto al resto d’Italia, con una conseguente forte propensione alle esportazioni (circa la metà del PIL di molte province di questo gruppo proviene dalle esportazioni). È quindi notevole l’esposizione di questo cluster di province agli andamenti dello scenario internazionale.

Infine nelle province di questo primo gruppo l’economia di derivazione pubblica - anticiclica in quanto la spesa pubblica tende a crescere nei periodi di recessione - rappresenta in media solo circa l’11-15% del PIL, contro il 15,5% della media nazionale.

Le altre 67 province, prevalentemente di media-piccola dimensione economica, subiranno invece un impatto negativo medio-basso:

  • per una significativa specializzazione nella filiera agroalimentare (notoriamente a-ciclica, in quanto la domanda di beni alimentari è sostanzialmente rigida)
  • per una bassa apertura verso l’estero (le esportazioni sono pro-cicliche e si espandono al crescere del PIL estero)
  • e, in alcuni casi, per una importante presenza di economia pubblica.

In questo secondo raggruppamento (che produce circa il 40% del PIL) sono rappresentate in particolare:

  • le province del Mezzogiorno
  • le piccole province del Centro-Nord.

Si tratta di un gruppo di territori che ha conosciuto, mediamente, un modello di sviluppo più conservativo e chiuso nel proprio perimetro. Un percorso di crescita caratterizzato da un’elevata presenza della filiera agroalimentare e da attività terziarie (anche turistiche) e, soprattutto, di matrice pubblica, con un valore aggiunto del totale dei servizi superiore al 75% (contro il 71,4% in Italia).

Le province appartenenti a questo cluster avranno quindi un impatto recessivo “mitigato” dal fatto che l’economia di mercato, aperta verso l’estero, ha un peso minore rispetto a quella pubblica e chiusa sul mercato interno. È il caso della maggior parte delle province del Mezzogiorno (l’economia pubblica supera qui il 20-25%, e con l’indotto arriva a rappresentare circa il 50% del PIL totale, come ad esempio a Palermo e nella gran parte delle province siciliane e calabresi) e di alcune piccole province del Centro (come ad esempio Siena, Grosseto e Viterbo) e del Nord (come Bolzano e Novara).

Il paradosso è rappresentato dal fatto che le economie locali appartenenti a questo gruppo beneficiano di un modello di sviluppo che nei periodi di espansione non consente loro di conseguire performance in linea o al di sopra della media nazionale, ma nei periodi di crisi le protegge.

Fonte: Centro Studi Unioncamere, Rapporto Unioncamere 2009