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Rapporto annuale Istat 2008

Riportiamo una sintesi del Rapporto annuale 2008 recentemente presentato dall’Istat. In particolare, abbiamo estrapolato gli aggiornamenti sulle dinamiche settoriali e le considerazioni sulla capacità di esportare delle imprese.

Il Pil mondiale, espresso in parità di potere d’acquisto, è aumentato nel 2008 del 3,2 per cento. Interrompendo una prolungata fase di espansione, la dinamica congiunturale ha rallentato nella prima parte dell’anno e dall’autunno è divenuta apertamente recessiva.
Il rallentamento è stato più accentuato per le economie avanzate, che nel complesso sono cresciute dell’1 per cento circa, mentre l’insieme delle economie emergenti ha mantenuto un ritmo di sviluppo elevato (6 per cento).

Nell’area Uem il peggioramento della congiuntura si è manifestato nella parte centrale del 2008, acutizzandosi poi nei mesi finali dell’anno. In termini congiunturali la fase di contrazione ciclica è iniziata nel secondo trimestre e ha assunto nel quarto un’intensità marcata. All’inizio del 2009 si è registrata una nuova caduta del Pil (-2,5 per cento).

Nel 2008 il prodotto interno lordo italiano ha registrato una flessione dell’1,0 per cento, con una inversione di tendenza rispetto alla seppur modesta espansione del biennio precedente (+2,0 per cento nel 2006 e +1,6 nel 2007). Poiché il peggioramento è giunto in anticipo rispetto a quello sperimentato nel complesso dell’Uem, il differenziale negativo di crescita del nostro Paese si è ulteriormente ampliato, portandosi a 1,8 punti percentuali.
La stima preliminare relativa al primo trimestre di quest’anno segnala un’ulteriore accelerazione della discesa (-2,4 per cento), che porta a un livello del prodotto inferiore del 5,9 per cento rispetto a quello di dodici mesi prima.

Alla contrazione dell’attività economica hanno contribuito tutte le componenti e, in particolare, il processo di accumulazione del capitale: gli investimenti si sono ridotti del 3,0 per cento in termini reali, a causa soprattutto dell’inversione di tendenza della componente degli impianti e macchinari, scesa del 5,3 per cento, e della spesa in costruzioni, diminuita dell’1,8 per cento.

Anche la spesa per consumi delle famiglie ha subito un calo dello 0,9 per cento dovuto, in primo luogo, alla contrazione della loro capacità d’acquisto, diminuita dello 0,7 per cento; l’aumento, seppure limitato, della propensione al risparmio ha ulteriormente frenato la dinamica della spesa.

Entrambi i flussi dell’interscambio di beni e servizi hanno registrato una forte diminuzione (importazioni -4,5 ed esportazioni -3,7 per cento).
La dinamica delle esportazioni di beni ha avuto profili differenti sui mercati Ue (dove la netta contrazione è iniziata prima) e non Ue. Le indicazioni relative ai primi due mesi dell’anno confermano la tendenza alla caduta, con un’ulteriore flessione congiunturale delle esportazioni del 7,7 per cento.
La bilancia commerciale al netto dell’energia è risultata nel 2008 in attivo di 45 miliardi di euro, in aumento rispetto al 2007 (+36 miliardi).

Dinamiche settoriali

Il calo dell’attività registrato nel 2008 ha riguardato tutti i principali settori, a eccezione di quello agricolo. Il secondo trimestre segna l’inizio della fase di recessione dell’attività industriale, divenuta via via più intensa nei trimestri successivi, sino a registrare flessioni superiori all’8 per cento nel quarto trimestre e prossime al 10 nel primo del 2009.

La flessione della produzione industriale ha riguardato tutti i settori di attività, ma è stata particolarmente intensa (-5,5 per cento in media annua al netto degli effetti di calendario) per i beni intermedi ed è stata ampia (-2,8 per cento) anche per i beni strumentali, che nel 2007 avevano mantenuto una dinamica vivace.
Il calo della produzione ha toccato con minore intensità la componente dei beni di consumo (-1,1 per cento), che ha beneficiato della relativa tenuta dei beni non durevoli.

La produzione di alcuni settori era già in difficoltà nella prima parte del 2008, soprattutto in alcuni comparti dell’industria pesante (chimica, materiali da costruzione, gomma e materie plastiche), ma anche in quelli del legno, della carta e della stampa. Un discorso a parte meritano gli apparecchi elettronici e di precisione, in lento declino già per tutto il 2007 e con una discesa che procede senza grandi accelerazioni.

In altri settori il calo è iniziato tra l’estate e l’inizio dell’autunno: sono quelli del made in Italy, sia nelle filiere più tradizionali (tessile-abbigliamento e pelli, cuoio e calzature) sia in quelle della metalmeccanica (prodotti in metallo, macchinari e attrezzature), ma soprattutto la produzione degli autoveicoli e dei mezzi di trasporto è risultata in caduta libera.

Tra i settori che tengono hanno rilievo la farmaceutica (che mantiene un profilo complessivamente positivo, con una moderata discesa soltanto negli ultimi mesi) e i prodotti alimentari (a testimonianza della tenuta dei consumi essenziali).

Riguardo ai servizi, nel commercio al dettaglio l’indice del valore delle vendite ha segnato nel 2008 un lieve calo (-0,3 per cento) misurato a prezzi correnti, che corrisponde a una caduta dei volumi venduti. Le quote di mercato si sono ulteriormente spostate a favore della distribuzione moderna (dove le vendite sono aumentate dell’1,6 per cento) rispetto a quella tradizionale (negli esercizi di piccola dimensione le vendite sono diminuite dell’1,7 per cento, dopo il risultato già negativo del 2007).
Anche il settore ricettivo ha registrato un risultato sfavorevole: con un’inversione di tendenza rispetto alla crescita del precedente triennio, i flussi di clienti sono diminuiti del 3 per cento circa, più per effetto della componente straniera che di quella nazionale.

Con riferimento all’export, si osservano in alcuni settori rallentamenti più diluiti nel tempo. Si tratta del tessile, in diminuzione tendenziale dei valori esportati dall’autunno del 2007, dell’elettronica, che aveva raggiunto il punto di massima espansione alla metà del 2006, degli apparecchi elettrici (in crescita fino alla primavera del 2008), degli altri prodotti manifatturieri (in diminuzione dall’autunno del 2007).

Per gran parte dei settori viene, invece, segnalata una caduta verticale molto rilevante tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. In altre parole, sono stati investiti da uno shock violentissimo e fortemente concentrato nel tempo, tra novembre e gennaio.
Si tratta del legno, dell’industria della raffinazione del petrolio, della chimica, della plastica, dei metalli, delle macchine, dei mezzi di trasporto. In generale, per questi settori, dopo il netto calo dei livelli di export si registra una sostanziale stabilizzazione delle vendite all’estero. Il settore alimentare e l’industria farmaceutica hanno tenuto anche in termini di esportazioni.

Poco prima dell’insorgere della crisi, le forti tensioni sui costi delle materie prime, dei beni energetici e degli alimentari, di origine esterna, avevano messo in difficoltà le imprese (facendo aumentare i prezzi alla produzione dei prodotti industriali venduti sul mercato interno o riducendo la loro redditività) e le famiglie, per il consistente aumento dei prezzi al consumo, che per alcuni comparti (alimentari, spese per la casa e trasporti) è stato davvero rilevante. La tendenza all’aumento si è interrotta alla fine dell’estate per poi diminuire rapidamente.

Profili territoriali nelle realtà produttive

Il settore privato dell’industria e dei servizi italiano è da tempo primo in Europa per numero di imprese e terzo per numero di addetti (dopo Germania e Regno Unito).

Le microimprese, che occupano meno di dieci addetti, sono il 95 per cento dei 4,5 milioni di imprese italiane e impiegano il 47 per cento dei circa 17 milioni di addetti.
Le imprese con dieci addetti e più danno lavoro all’altra metà (il 21 per cento nelle imprese piccole, fino a 49 addetti; il 13 nelle medie, da 50 a 249 addetti; il 18 per cento nelle grandi, con 250 addetti o più), ma realizzano i due terzi del valore aggiunto. Si conferma perciò l’estrema frammentazione del tessuto produttivo italiano.

La performance produttiva delle imprese italiane (misurata dal valore aggiunto per addetto) è inferiore a quella delle maggiori economie europee (42 mila euro per addetto rispetto a 50 mila). Nello stesso confronto, però, le imprese italiane beneficiano di un costo del lavoro per dipendente sensibilmente inferiore. Perciò, in termini di competitività (misurata dal rapporto tra produttività e costo del lavoro per dipendente) l’Italia mostra un minore divario rispetto ai maggiori paesi europei, soprattutto nell’industria.

Tuttavia, i risultati complessivi delle imprese italiane, e in particolare di quelle manifatturiere, non sono influenzati soltanto dalla maggior presenza di piccolissime imprese (i cui risultati in termini di produttività sono più bassi in tutti i paesi) ma anche dal fatto che le nostre microimprese conseguono risultati relativamente peggiori.

Soffermandosi ad analizzare le dinamiche della produttività e del fatturato, nell’ambito delle specializzazioni produttive dei 686 sistemi locali del lavoro, si mettono in luce per una crescita di entrambi gli indicatori superiore alla media
nazionale le aree urbane non specializzate e i sistemi dell’abbigliamento, dell’occhialeria, della fabbricazione di macchine, dell’agroalimentare, della produzione e lavorazione dei metalli, della chimica e del petrolio.
Particolarmente negative, all’opposto, le performance dei sistemi turistici e delle aree urbane a bassa specializzazione che, con i sistemi della filiera “pelli, cuoio e calzature”, si collocano al di sotto dei valori medi nazionali.

Gli altri gruppi di sistemi locali fanno riferimento a strategie miste di riorganizzazione dei processi e di riposizionamento sui mercati.

  • Da una parte, si collocano quelli che – pur dando un contributo positivo alla crescita del fatturato – hanno privilegiato la crescita occupazionale a scapito dei guadagni di produttività: si tratta di molte aree urbane, ma anche dei sistemi senza specializzazione e di quelli a vocazione agricola.
  • Dall’altra, quelli che hanno seguito un percorso opposto (perdita di terreno in termini di output, ma recuperi di produttività superiori alla media, a segnalare verosimilmente percorsi di ristrutturazione non ancora compiuti): molti sistemi del made in Italy (tessile, legno e mobili), ma anche della manifattura pesante (mezzi di trasporto e materiali da costruzione).

Capacità di esportare delle imprese

La crisi del commercio internazionale ha colpito il sistema delle imprese esportatrici. Le cadute dei livelli di vendite all’estero hanno interrotto una fase espansiva: nel 2007 per la prima volta la quota dell’Italia sulle esportazioni mondiali era tornata a crescere.

Nel primo bimestre 2009 il numero di operatori attivi all’export diminuisce di più di 5.500 unità (un calo del 7,1 per cento) rispetto allo stesso periodo del 2008, con una sostanziale stabilità del numero di operatori attivi sul mercato comunitario e una riduzione molto rilevante di quelli operanti sul mercato extra-Ue (circa 6.400 unità, una diminuzione del 9,3 per cento).

Un’analisi specifica si concentra su oltre 22 mila imprese attive all’esportazione dall’inizio del 2007 alla fine di febbraio 2009, che rappresentano circa il 90 per cento del valore totale delle esportazioni. Nel biennio in esame queste imprese registrano una perdita nel valore delle esportazioni (-22,5 per cento) più accentuata nel secondo anno (-29,4 per cento).

Le microimprese esportatrici (1-9 addetti) sono state caratterizzate per tutto il periodo da una dinamica meno negativa: si tratta comunque soltanto di 2.800 imprese, rappresentative dell’1,2 per cento delle esportazioni.

Le grandi imprese esportatrici hanno invece ridotto nettamente il loro contributo all’export totale, passato dal 56,8 al 52,1 per cento tra i primi mesi del 2007 e quelli del 2009.

La metà delle imprese esportatrici mostrava una caduta rilevante del livello di export (-12,5 per cento) già nell’anno precedente, in una fase ancora espansiva (nel complesso le esportazioni erano aumentate del 10 per cento).
D’altro canto, nonostante la crisi, circa 6.500 imprese (più di una impresa esportatrice su quattro) hanno registrato incrementi delle vendite all’estero nel primo bimestre 2009 (rispetto allo stesso periodo del 2008).

È importante approfondire l’analisi dei fattori che influiscono sulla probabilità di aumentare le esportazioni. Tra quelli che agiscono positivamente, vi è la capacità di modificare rapidamente l’orientamento geografico e la composizione merceologica delle esportazioni. Sotto il profilo settoriale, l’appartenenza ai comparti dell’alimentare, degli apparecchi medicali e degli altri mezzi di trasporto è associata all’aumento delle esportazioni, all’opposto di quanto accade per quelli degli autoveicoli e del legno.

Considerazioni conclusive

Molti degli elementi che rendono vulnerabile il nostro sistema erano presenti alla vigilia della recessione:

  • il prevalere della piccola e piccolissima dimensione aziendale
  • la relativa specializzazione manifatturiera
  • la scarsa capitalizzazione
  • strutture organizzative e modelli di comportamento poco propensi alla crescita e al rischio imprenditoriale
  • il persistere di mercati poco concorrenziali e di rendite di posizione.

E tuttavia, anche nelle fasi più difficili, si segnalano strategie e comportamenti virtuosi: un insieme consistente e agguerrito di imprese esportatrici con continuità (6.500) ha incrementato le vendite all’estero nel primo bimestre del 2009.

Tra le microimprese (1-9 addetti), tratto distintivo del sistema economico italiano, il piccolissimo nucleo di quelle che esportano (altre 2.800 imprese) è caratterizzato da una dinamica meno negativa della media.

Queste imprese, che rappresentano la parte più vitale e dinamica del nostro sistema produttivo, meritano di essere incoraggiate con aperture di credito e agevolazioni, indirizzate in particolare alle imprese che esportano; che fanno ricerca e sviluppo; che introducono innovazioni; che rafforzano il tessuto produttivo creando reti di imprese; che promuovono lo sviluppo del capitale umano attraverso politiche di assunzione di personale qualificato e di formazione continua.

Tuttavia non vi è dubbio che nel medio-lungo periodo soltanto consistenti investimenti per lo sviluppo del capitale umano e della ricerca del Paese potranno consentire di aumentare consistentemente lo sviluppo tecnologico e la produttività del nostro sistema produttivo.

Fonte: Istat (26 maggio 2009)