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Cartelli tra imprese: multe fino al 10% del fatturato globale

Autore: Riela Stefano

Alcuni accordi tra imprese (stabilire insieme i prezzi da applicare o le quantità da offrire, dividersi i mercati di sbocco, ecc.) sono  vietati in quanto non generano alcuna efficienza per gli operatori economici coinvolti, se non la possibilità di aumentare i profitti oltre un livello legittimo a danno dei consumatori. 

La libertà economica è alla base del funzionamento del mercato interno europeo. Quando libertà è sinonimo di azione indipendente delle imprese, allora ecco creare il presupposto di un equilibrio concorrenziale che tanto favorisce i consumatori. Quando la libertà si declina nella possibilità di stringere accordi, ecco emergere  un beneficio per i consumatori grazie, per esempio, a contratti di distribuzione tra chi produce e chi vende, a partnership tra imprese dello stesso settore che uniscono le proprie risorse per nuove attività di ricerca e sviluppo oppure per aumentare l’efficienza produttiva.

Tuttavia alcuni accordi sono considerati vietati in quanto non generano alcuna efficienza per le imprese coinvolte se non la possibilità di aumentare i loro profitti oltre un livello legittimo a danno dei consumatori.  Si tratta dei cartelli con cui le imprese di un mercato decidono di rinunciare alla loro azione indipendente, e quindi concorrenziale, tipicamente per stabilire i prezzi da applicare o le quantità da offrire, oppure per dividersi i mercati di sbocco. Mentre gli accordi con effetti positivi sono leciti, e quindi ben circostanziati e firmati dalle parti coinvolte, nel caso dei cartelli le parti evitano di lasciare tracce delle loro turpi decisioni.

Le imprese coinvolte in un cartello, infatti, possono essere multate fino al 10% del fatturato complessivo (mondiale per tutti i prodotti venduti). Ma se senza alcun accordo scritto, il leader di mercato alza i prezzi e gli altri concorrenti decidono di seguirlo, ecco che il cartello prende forma in maniera del tutto silenziosa alle orecchie dei consumatori e della Commissione Europea.

Un semplice aumento di prezzo può insospettire la Commissione, l’istituzione incaricata di sorvegliare sul processo concorrenziale nel mercato interno ed eventualmente di multare le imprese di un cartello.
Ma dietro un aumento di prezzo che interessa tutto un settore non vi è necessariamente un cartello; potrebbe infatti trattarsi di un mero aumento del costo delle materie prime. E se la Commissione dovesse multare le imprese senza prove, in appello è scontata la cancellazione della sanzione da parte della Corte.

A supporto della Commissione interviene un sistema adottato con successo oltreoceano e non solo. Se l’impresa parte di un cartello ha paura di essere multata, allora può “bussare alla porta della Commissione”, pentirsi e invocare clemenza. Questa potrà essere concessa all’impresa pentita solo se le informazioni sul cartello sono tali da diventare prove inoppugnabili per sanzionare le altre imprese coinvolte.

Una multa ridotta che, in funzione della qualità delle informazioni fornite e del ruolo giocato dall’impresa pentita, può arrivare fino a zero, è un forte destabilizzatore di cartelli. Ovvero, prima di entrare a far parte di un cartello, un’impresa deve mettere su un piatto della bilancia i maggiori profitti derivanti da prezzi più elevati, e sull’altro piatto il rischio di un controllo da parte della Commissione. Quest’ultimo rischio diventa elevato con l’incentivo che i miei concorrenti/partner avrebbero nell’entrare nel cartello, pentirsi e farmi pagare il massimo della multa.

In Europa e in Italia

Dal 1990 ad oggi, ci sono stati 93 casi di cartelli perseguiti nell’UE con 681 imprese coinvolte soprattutto in settori concentrati e ben protetti da barriere all’entrata (es. energia e chimica). Dei 17,1 miliardi di euro inflitti dalla Commissione, dopo l’intervento della Corte, il valore netto delle multe è sceso a quasi 15,9 miliardi. L’impennata del quinquennio 2005-2009 in cui si sono avute 33 decisioni da parte della Commissione è sicuramente dovuta all’efficacia del programma di clemenza.

  1. La Commissione Europea ha inflitto multe per un totale di 131,5 milioni di euro a cinque gruppi – Bridgestone, Dunlop Oil & Marine/Continental, Trelleborg, Parker ITR e Manuli – per avere partecipato, tra il 1986 e il 2007, a un cartello relativo ai tubi marini utilizzati per caricare e scaricare petrolio greggio dalle navi per il trasporto dagli impianti di produzione.  I partecipanti al cartello fissavano i prezzi dei tubi marini, si ripartivano gli appalti e i mercati e si scambiavano informazioni sensibili sotto il profilo commerciale. Yokohama ha beneficiate del programma di clemenza e non ha ricevuto alcuna ammenda: pur avendo partecipato al cartello, ne ha rivelato per prima l’esistenza alla Commissione.
  2. L’Autorità Antitrust italiana ha comminato multe per 76 milioni di euro nel settore delle spedizioni internazionali. Nessun contratto siglato tra le 20 imprese operanti nel settore (ma oltre 5 anni di incontri e scambi di email compromettenti). Un cartello che ha fatto aumentare i prezzi di quasi il 50% dal marzo 2002 al dicembre 2006. Una lezione dura per  le 19 imprese multate. Tutte tranne una. La Schenker, controllata dalla tedesca Deutsche Bahn, si è pentita e ha fornito elementi utili sul modus operandi del cartello permettendo inoltre di organizzare efficaci accertamenti ispettivi presso le altre imprese.

Stefano Riela

Coordinatore Scientifico del corso NIBI “Politica della concorrenza nell'Unione Europea”