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Conferimenti all’estero: cosa accade al termine del contratto?

Gli accordi sulla protezione degli investimenti consentono di rimpatriare il capitale e gli utili investiti all’estero. Ma se l’investitore italiano decide di terminare un contratto di joint venture, cosa accade agli impianti, ai macchinari e al know how conferiti?

La pratica di formare joint venture in cui il socio italiano contribuisce con conferimenti diversi dal denaro, è stata diffusamente adottata negli anni passati. Tali pratiche attualmente sono meno utilizzate in seguito ai mutamenti normativi e alla nascita di vari centri di ricerca tecnologica avanzata che stanno trasformando in concorrenti molti Paesi Emergenti.

Macchinari non sempre nuovi e tecnologie obsolete sono stati oggetto di conferimento sia in joint venture societarie sia in joint venture contrattuali (anche se, talvolta, le normative locali hanno posto limiti al valore e alla durata di questo tipo di conferimenti).

Ma cosa accade ai conferimenti diversi dal denaro quando l’investitore italiano decide di terminare il contratto? Non è sempre possibile ottenere fisicamente la restituzione di quanto conferito.

Joint venture di tipo societario

L’azienda italiana interessata a riutilizzare gli impianti conferiti, ad esempio perché vuole operare per proprio conto nello stesso Paese, si potrà vedere legittimamente negare la restituzione. Tale diniego è dovuto al fatto che con la costituzione della società di capitali i soci possiedono una quota del patrimonio di un soggetto terzo (la società) e che tale patrimonio è oggetto di valutazione variabile in base ai risultati dell’azienda.

Pertanto, in caso di recesso, il socio italiano avrà diritto solo alla liquidazione in denaro del valore attuale della sua partecipazione alla società calcolato tenendo conto dell’avviamento, della situazione di bilancio e del conseguente valore dei beni conferiti dai soci (valore soggetto ad ammortamento).
In particolare, quando la formula di joint venture prescelta sia stata di tipo societario appare quindi di difficile attuazione la restituzione di quanto conferito in natura.

Poco realistica appare anche la pretesa di veder restituire una tecnologia conferita in conto capitale: anche il know-how, infatti, una volta conferito alla società appartiene al patrimonio di quest’ultima e potrà essere oggetto di revisione della sua iniziale valutazione. Il suo valore residuo (il valore del know-how diminuisce con il passare del tempo e ha un’obsolescenza più o meno rapida) andrà ad aggiungersi alle stime delle altre voci patrimoniali e di bilancio che concorrono a formare il valore dell’azienda, ma non potrà avvenire la restituzione del conferimento originariamente apportato.

Joint venture contrattuali

Nel caso delle joint venture contrattuali, a differenza di quanto accade per le forme societarie, il rapporto costituito tra le parti non da vita, in linea di principio, a un soggetto con una propria identità e un patrimonio separato da quello dei partner. Ciò potrebbe rendere possibile la restituzione di quanto conferito, soprattutto laddove si tratti di macchinari e impianti che il partner uscente vorrebbe riutilizzare per un’attività da svolgere nello stesso Paese.

La premessa per poter ottenere la restituzione dei propri conferimenti, nel caso in cui il contratto termini, dovrebbe ritrovarsi in una apposita previsione contrattuale che disciplini dettagliatamente le modalità di ripartizione e restituzione dei beni conferiti dalle parti.

In alternativa, al tempo in cui i beni materiali o immateriali sono stati messi a disposizione dell’iniziativa comune, è necessario ricorrere a una formula contrattuale che preveda l’obbligo di restituzione (es. contratto di comodato).

Qualora si intenda ottenere la restituzione dei conferimenti al termine del contratto, o al momento di recesso del socio, sarà quindi necessario evitare di conferire i beni materiali o i diritti di proprietà industriale nel patrimonio della società e accettare invece di “prestare” gli stessi per il periodo in cui la partnership o la società vedrà la presenza del proprietario di tali beni. Sarà così possibile pattuire che:

  • il contratto di licenza di tecnologie decada al momento in cui il socio straniero recede o trasferisce la propria quota
  • i macchinari ceduti in comodato siano restituiti in analoga situazione.

Le aziende che progettano di conferire beni materiali o tecnologie nell’ambito di un’impresa comune all’estero dovrebbero quindi valutare bene se sia il caso di conferirli in conto capitale oppure se sia meglio rinunciare a questa risorsa finanziaria e prevedere che la tecnologia sia utilizzata dall’impresa comune per mezzo di un contratto di licenza o i macchinari siano messi a disposizione con un’altra forma di accordo che permetta la restituzione del conferimento in natura, eventualmente condizionandone la durata alla permanenza nella società del socio che ha effettuato il conferimento.

Normative nazionali applicabili

Tutte queste considerazioni di carattere generale dovranno poi essere confrontate con la realtà della normativa nazionale applicabile.

Nonostante la joint venture contrattuale in linea di principio non comporti automaticamente l’accorpamento di quanto conferito dai partner, si dovrà fare attenzione alle normative che, come quella cinese, non distinguono in modo equivalente al nostro tra equity joint venture e contractual joint venture.

Si dovrà poi tener conto delle normative come quella brasiliana, che prevedono che il contratto di licenza di know-how sia soggetto a limiti temporali abbastanza ristretti. Pertanto si dubita che allo scadere di tali limiti possa riconoscersi ancora un valore residuo alla tecnologia ceduta.

Avv. Vartui Kurkdjian