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I contratti imposti dalle controllanti estere

Le aziende (anche le multinazionali), per praticità, ricorrono spesso a contratti standard predisposti per essere usati con operatori di differenti aree geografiche. Questo sistema consente di evitare la maggior parte dei problemi sulla disciplina dettagliata di un affare, ma non esclude che talvolta si presentino degli imprevisti che possono danneggiare la strategia di internazionalizzazione.

Anche le multinazionali non fanno eccezione e, con la diffusione delle acquisizioni internazionali, a volte utilizzano i loro uffici legali come servizio di outsourcing per le società estere controllate, arrivando a fornire materiali contrattuali che dovrebbero essere utilizzati senza modifiche da queste ultime.
Il problema che ne scaturisce non riguarda solamente le aziende che hanno adottato i contratti della casa madre, ma anche le loro controparti che li eseguono accettandone passivamente le condizioni.

La pratica di acquisire aziende all'estero e di farne dipendere la contrattualistica da condizioni schematizzate della controllante, può condurre a situazioni paradossali. Non è raro quindi trovarsi di fronte a contratti tra un'azienda italiana e i suoi clienti e fornitori, anch'essi italiani, in cui il diritto applicabile è un diritto straniero e il foro competente è eletto nel Paese in cui ha sede la controllante.
Questa prassi, che giuridicamente può essere accettata (per via del regolamento comunitario n. 44 del 2001 o per l'applicazione del principio di connessione tra il contratto e la sede di una parte o della sua controllante), sotto l'aspetto della effettiva convenienza comporta una serie di svantaggi e un effetto "roulette russa" su ciascuna delle parti contrattuali.

In questi casi, nessuna delle parti conosce bene il diritto straniero applicabile né le prassi giurisprudenziali del Paese di cui si dovrebbe adottare diritto e foro.  
Non è nemmeno dato sapere quali saranno i problemi che potrebbero sorgere, anche se, per alcuni contratti, si possono stimare le probabilità che una lite avvenga per ragioni tipiche della patologia di quel tipo di rapporto (per esempio, la determinazione dell'indennità di fine rapporto per agenti e concessionari, o i reclami per i difetti delle merci in caso di vendita).

Svantaggi in caso di controversia

  1. Poca dimestichezza per entrambe le parti sugli obblighi derivanti dall'applicazione al contratto di un diritto ad esse estraneo (a maggior ragione quando l'ordinamento a cui si fa riferimento esula dal nostro sistema giuridico di civil law tipico dell'Europa continentale).
  2. Aleatorietà del rapporto contrattuale, dato che al momento in cui il contratto è stato sottoscritto molti aspetti relativi al suo futuro adempimento e alle sue future patologie non potevano essere noti alle parti.
  3. In caso di procedimento giudiziale, costi per la traduzione dei testi contrattuali, necessità di un interprete e maggiori sforzi per interfacciarsi con i difensori stranieri.
  4. Costi della trasferta di eventuali testimoni all'estero.
  5. Pratiche necessarie alla successiva delibazione della sentenza straniera in Italia, visto che qui hanno sede entrambi i contraenti.

Tutto ciò si potrebbe ben giustificare in un contratto internazionale, in cui almeno la società che "impone" il contratto si avvantaggia della conoscenza delle regole del gioco e, si suppone, agisca coerentemente con esse nell'esecuzione del contratto.

Tale vantaggio, però, non è ravvisabile per il management e i legali delle aziende italiane controllate, che si inseriscono in una realtà normativa differente e non possono apprezzare gli effetti giuridici del loro comportamento. Immaginiamo il concetto di grave inadempimento, le clausole risolutive espresse o le penali e la loro configurabilità come clausole abusive, i differenti modi di considerare la formalità del contratto piuttosto che le differenti conseguenze collegate alle evenienze impreviste (per esempio, forza maggiore ed eccessiva onerosità sopravvenuta nella civil law, a cui dovrebbero corrispondere le non sempre coincidenti figure di hardship, frustration e commercial impracticability nella common law).

Il contratto deve servire soprattutto a evitare controversie alle parti. E' pertanto opportuno che le aziende interessate si attivino per rendere le loro documentazioni contrattuali sicuramente chiare e comprensibili alle loro controllate e alle controparti.

Una valida cooperazione tra controllata e controllante dovrebbe consistere nello scambio di informazioni tra i rispettivi uffici legali sulle differenze esistenti tra il diritto vigente in Italia e quello del Paese della controllata sui vari aspetti del modello contrattuale sottoposto.
Ne potrebbero sorgere curiose differenze, e non si esclude che le parti "più forti" scoprano che, in base al tipo di contratto prescelto e al Paese in cui risiede la controllata, avrebbero maggiori vantaggi dall'applicazione del diritto nazionale di quest'ultima o, in certi frangenti, dal ricorso ad un diverso foro competente.

Avv. Vartui Kurkdjian