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“Made in” e marchi: una panoramica sulla normativa

Autore: Rosano Monica

Quali sono le condizioni per poter riportare sui prodotti da commercializzare in Italia o all’estero la dicitura made in Italy?

Il problema sorge, in particolare, quando alcune o tutte le fasi di lavorazione del prodotto si svolgono fuori dal territorio italiano. In questo caso occorre accertare:

  • se e come si possono qualificare tali prodotti come italiani
  • se sussiste un obbligo giuridico di menzionare il luogo geografico di svolgimento delle lavorazioni.

Una doverosa premessa deve essere effettuata sulla base del contesto giuridico attuale: molte considerazioni che è lecito fare nell'aprile 2011 sull'argomento potrebbero risultare facilmente controvertibili, in ragione della “fluidità” della disciplina e degli sviluppi che potrebbe avere nei prossimi mesi a livello nazionale e comunitario.

IL “MADE IN” SUL PIANO INTERNAZIONALE

Molti Paesi hanno siglato l'Accordo di Madrid, il quale prevede l’obbligo di “indicazione precisa ed in caratteri evidenti del paese o del luogo di fabbricazione o di produzione, o un’altra indicazione sufficiente ad evitare ogni errore sull’origine effettiva, sotto pena del sequestro del prodotto”.

Tale obbligo tuttavia - per come è stato recepito nel nostro ordinamento - non è interpretato nel senso di un obbligo tout court di indicazione dell’origine della merce, poiché è stato interpretato come possibilità di vendere un prodotto importato apponendovi il solo marchio dell’importatore. Solo laddove - oltre all’apposizione del marchio - risultino indicazioni potenzialmente fallaci (indirizzi, numeri di telefono, riferimenti a siti web, etc.) occorrerà verificare la sussistenza dei presupposti per la configurazione delle condotte illecite richiamate dall’Accordo di Madrid.

L’art. 1 del DPR n. 656/1968 (decreto attuativo dell’Accordo di Madrid) prevede che le merci sospettate di recare una falsa o fallace indicazione di provenienza sono soggette a fermo amministrativo all’atto della loro introduzione in Italia, a cura dei competenti uffici doganali che ne danno immediatamente notizia all’autorità giudiziaria.

In sostanza le norme italiane di recepimento dell’Accordo limitano l’applicazione del sequestro, limitandone le modalità esecutive a cura dell’Autorità doganale ai soli casi in cui sussista fondato sospetto che le merci rechino una falsa o fallace indicazione di provenienza. Non pare dunque necessario indicare la provenienza estera della merce: ciò che risulta severamente vietato è, invece, mentire sull’origine.

IL “MADE IN” SUL PIANO COMUNITARIO

A livello comunitario giace - sin dal 2005 - una proposta di regolamento che avrebbe l’ambizioso obiettivo di uniformare la disciplina sull’etichettatura di origine nei 27 Paesi membri. Il Governo italiano ha fornito un forte impulso all’adozione del Regolamento attraverso le proposte presentate dall’On. Cristiana Muscardini.

Si ricorda che il Parlamento europeo, in seduta plenaria, ha approvato nell’ottobre 2010 a larga maggioranza il testo del regolamento che si trova ora al vaglio della Commissione. Va, tuttavia, rilevato che permangono contrasti all’interno degli Stati membri fra i due schieramenti rappresentati, da un lato, dai Paesi dell’area meridionale (tra i quali l’Italia) favorevoli all’adozione e, dall'altra, dai Paesi del Nord contrari a restrizioni sull’etichettatura. Non risultano, dunque, possibili previsioni sull’approvazione o, comunque, sulle tempistiche di varo della normativa in oggetto.

Allo stato attuale nella disciplina di fonte comunitaria non esiste un espresso obbligo di etichettatura di origine del prodotto. Vieppiù. La Corte di Giustizia CE ha, in varie occasioni, dimostrato la sua contrarietà a introdurre l’obbligo d'indicazione del "made in" da parte dei Paesi membri.
Secondo la Corte comunitaria, l’introduzione di tale obbligo attribuirebbe ai consumatori la possibilità di far valere eventuali pregiudizi nei confronti delle merci straniere ed indebolirebbe il mercato unico europeo. A dire della Corte, l’indicazione dell’origine sarebbe meritevole di tutela esclusivamente in presenza di "specifiche qualità e caratteristiche" del prodotto.

In ambito europeo è altresì opportuno richiamare la definizione di “origine dei prodotti”. Il Codice Doganale Comunitario - adottato con Regolamento n. 450/2008 - stabilisce che nel caso in cui alla produzione della merce abbiano contribuito due o più Paesi, la merce si considera originaria del Paese dove è avvenuta l’ultima trasformazione/lavorazione sostanziale in presenza delle seguenti condizioni cumulative:

  • lavorazione/trasformazione sostanziale
  • economicamente giustificata
  • effettuata da un’impresa attrezzata a tale scopo
  • che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione.

Il concetto di trasformazione sostanziale non è di immediata intuizione: in alcuni settori, ad esempio quello tessile, è intervenuta la Commissione Europea con alcune specificazioni (l’art. 38 del Regolamento CEE 2454/1993 stabilisce una serie di lavorazioni considerate insufficienti a conferire il carattere originario).
Gli allegati alle disposizioni di applicazione del Codice doganale comunitario prevedono il tipo di lavorazione a cui deve essere sottoposto il prodotto ai fini dell’ottenimento dell’origine “normale” (non preferenziale) e la conseguente attribuzione del “Made in”. Gli allegati di riferimento sono:
- il numero 10 per le materie tessili e i loro manufatti
- il numero 11 per i prodotti diversi dalle materie tessili e loro manufatti.

Per stabilire se un prodotto ha subito una lavorazione sostanziale occorre fare riferimento agli allegati sopra richiamati. Qualora un determinato prodotto non sia menzionato negli allegati 10 e 11 ci si deve affidare alle linee guida stilate dalla Comunità Europea. E’ dunque lecito affermare, ai sensi della normativa comunitaria, che un’azienda possa apporre la dicitura “Made in Italy” su un prodotto quando tale prodotto:

  1. è stato interamente ottenuto in Italia
  2. ha subito in Italia una fase di lavorazione sostanziale.

IL “MADE IN” SUL PIANO NAZIONALE

La normativa nazionale ricalca quella comunitaria laddove - allo stato attuale e fatta eccezione per alcune tipologie specifiche di prodotti - l’apposizione dell’etichettatura “Made in” sulle merci commercializzate in Italia non è obbligatoria e lo diventa solo qualora il Paese di destinazione lo richieda in forza di una propria regola interna (si pensi a Cina, Stati Uniti, Canada, etc.).

Ciò in ragione del fatto che l’art. 31 bis del D.L. 273/2005 (convertito nella L. 51/2006) ha sospeso l’applicazione dell’art. 6, lettera c), del Codice del Consumo (D. Lgs. 206/2005), secondo cui i prodotti o le confezioni di prodotti destinati al consumatore devono riportare chiaramente visibili e leggibili, tra le altre indicazioni, anche quella relativa al Paese di origine, se situato al di fuori dell’Unione Europea. Il decreto di attuazione dell’art. 6, lettera c), del Codice del Consumo, infatti, non è ancora stato emanato, con la conseguenza che l’efficacia di detta disposizione è momentaneamente sospesa.

Il legislatore è intervenuto sulla spinosa questione della tutela del “Made in” e del consumatore, abrogando il controverso art. 17 della L. 99/2009, che prevedeva l’indicazione in ogni caso della provenienza estera del prodotto e introducendo alcune nuove previsioni che lasciano adito a possibili fraintendimenti e a zone d’ombra.

La recente L. 166/2009, in particolare, ha stabilito che l’importazione e l’esportazione - o la commissione di atti diretti in modo non equivoco alla commercializzazione - di prodotti recanti falsi o fallaci indicazioni di provenienza o di origine costituisce reato ed è punita ai sensi dell’art. 517 del codice penale. Si considera, peraltro, fallace l’indicazione l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci, l’uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana, incluso l’uso fallace o fuorviante di marchi aziendali.

Qualora apponga fallaci diciture, dunque, l’imprenditore sarà punito ai sensi dell’art. 517 del codice penale, in forza del quale “chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell'ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti a indurre in inganno il compratore sull'origine, provenienza o qualità dell'opera o del prodotto, è punito, se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a ventimila euro”, oltre al fatto che la merce su cui è illegittimamente apposta la dicitura “Made in Italy” verrà sottoposta a sequestro e saranno comminate le relative sanzioni amministrative.

La L. 166/2009 ha stabilito inoltre che l’importatore possa - al momento dell’operazione doganale d’importazione - presentare all’autorità doganale una dichiarazione (c.d. “attestazione”), nella quale si impegna a regolarizzare la merce al momento della commercializzazione, indicando al consumatore le precise informazioni sull’origine.

In sintesi - attualmente - la regola è che il produttore/importatore non è tenuto ad indicare l'origine nei confronti del consumatore finale, a condizione che non vi siano indicazioni o segni che possano trarre in inganno il consumatore sull’effettiva origine del prodotto. Qualora venga tuttavia indicata, essa dovrà rispettare le regole di origine previste dalla normativa europea. In caso di indicazioni fallaci o mendaci, viceversa, l’imprenditore - in caso di controlli - potrà essere punito in base alle norme penali sopra menzionate.

Nel corso degli anni si è, pertanto, venuto a creare un ampio contenzioso in ragione della divergenza tra l’interpretazione che viene effettuata della legge, da un lato, e la prassi rigorosa seguita dalle Autorità doganali dall’altra.

La giurisprudenza della Corte di Cassazione penale sì è consolidata (si veda, da ultimo e tra le varie, Cass. Penale 15374/2010) nel confermare che - per origine della merce - non debba intendersi il luogo di fabbricazione totale (o parziale) della merce, ma la provenienza da un determinato produttore che se ne assume la responsabilità sotto i vari profili, in particolare quello della qualità. La Corte sostiene, infatti, che l’induzione in inganno prevista dall’art. 517 c.p. riguarda l’origine, la provenienza o la qualità del prodotto. L’origine e la provenienza sono funzionali alla qualità, che in realtà è l’unico elemento fondamentale, posto che il luogo o lo stabilimento in cui il prodotto è confezionato è indifferente alla qualità del prodotto stesso.

LA NUOVA NORMATIVA ITALIANA SULL’ETICHETTATURA “MADE IN”: LA LEGGE 55/2010

La nuova normativa sull’etichettatura, contenuta nella recente L. 55/2010, interessa esclusivamente il settore tessile, calzaturiero, della pelletteria, nonché i prodotti conciari e i divani e prevede un sistema di etichettatura obbligatoria recante evidenza del luogo di origine di ciascuna fase di lavorazione. Tale legge prevede che la dicitura “Made in Italy” sia possibile solo su prodotti finiti per i quali almeno due delle fasi di lavorazione abbiano avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale e per i quali sia verificabile la tracciabilità delle rimanenti fasi.

L’art. 1 della L. 55/2010 individua quindi, per ciascun settore, le fasi di lavorazione:

  • settore tessile: la filatura, la tessitura, la nobilitazione e la confezione compiute in Italia anche utilizzando fibre di importazione
  • settore della pelletteria: la concia, il taglio, la preparazione l’assemblaggio e la rifinizione avvenuti nel territorio nazionale anche con l’utilizzo di pellame grezzo di importazione
  • settore calzaturiero: la concia, la lavorazione della tomaia, l’assemblaggio e la rifinizione compiuti nel territorio italiano utilizzando anche pellame grezzo di importazione
  • settore conciario: riviera, concia, riconcia, tintura, ingrasso – rifinizione
  • settore divani: la concia, la lavorazione del poliuretano, l’assemblaggio di fusti, il taglio della pelle e del tessuto, l’assemblaggio e la rifinizione sempre compiuti nel territorio nazionale anche utilizzando pellame grezzo di importazione.

Molto interessante - e sicuramente non privo di risvolti sul piano dell’interpretazione da parte degli Uffici competenti e della giurisprudenza - risulta essere l’ultimo comma dell’art. 1 della legge 55/2010 il quale sancisce che “per ciascun prodotto di cui al comma 1 (settore tessile, pelletteria, calzaturiero nonché prodotti conciari e i divani) che non abbia i requisiti per l’impiego dell’indicazione “Made in Italy” resta salvo l’obbligo di etichettatura con l’indicazione dello Stato di provenienza, nel rispetto della normativa comunitaria”. Si tratta, pertanto, di una previsione di non immediata comprensione e che necessiterà certamente di ulteriori precisazioni da parte del nostro legislatore.

POSSIBILI STRATEGIE

Al fine di dissolvere alcuni dubbi dovuti alla confusione ingenerata dalla sovrapposizione di norme e di interpretazione delle stesse in materia di made in forniAMO qualche suggerimento di natura operativa.

Innanzitutto è bene chiarire che, nonostante l’uso improprio che spesso viene fatto della locuzione “Made in Italy”, essa sta ad indicare un concetto – di natura essenzialmente doganale – disciplinato direttamente a livello di istituzioni dell’Unione Europea. Infatti, come sopra già anticipato, le previsioni principali relativi all’apposizione della dicitura “Made in Italy” sono contenuti – a livello comunitario - nel Regolamento CEE n. 2913/1992 che istituisce il codice doganale comunitario e nel Regolamento CEE 2454/1993 e – a livello nazionale - nell’articolo 517 del codice penale italiano e nella Legge n. 350/2003 come modificata dalla Legge 166/2009.

Dall’analisi comparata di tali norme emerge che si può apporre la dicitura “Made in Italy” su un prodotto, senza incorrere nel reato di cui all’art. 517 c.p., solo e soltanto quando il prodotto è stato interamente ottenuto in Italia o quando ha subito in Italia una fase di lavorazione sostanziale.

Ne consegue che l’importatore/produttore potrà, all’atto dell’importazione di prodotti da Paesi extra U.E., non specificare il luogo di origine del prodotto e presentare all’autorità doganale un’attestazione con cui si impegna a regolarizzare la merce al momento della commercializzazione, con le precise informazioni per il consumatore, salvo verificare che il prodotto importato non faccia parte di una categoria per cui sia obbligatoriamente prevista l’indicazione del luogo di origine, per esempio:

L’imprenditore potrebbe avere interesse ad apporre segni o menzioni che qualifichino il prodotto come italiano senza, tuttavia, incorrere necessariamente nel reato di false indicazioni di cui all’art. 517 c.p. In tal caso, l’impresa dovrà utilizzare il proprio marchio che, come la Cassazione ha sempre sottolineato, si configura come segno distintivo del prodotto in quanto proveniente da un determinato produttore e idoneo a offrire garanzie inerenti la qualità del prodotto, purché ciò avvenga in maniera conforme alla legge: deve trattarsi, quindi, di un marchio registrato e che corrisponda ad una concreta attività commerciale ed imprenditoriale radicata in Italia, assicurando in tal modo al consumatore una corretta valutazione della merce che andrà ad acquistare.

Avv. Monica Rosano