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Locali limitrofi: risoluzione n. 149/E del 2 ottobre 2000

Con la risoluzione n. 149/E del 2 ottobre 2000, il ministero delle Finanze si è espresso per la prima volta in modo diretto sulla specifica problematica rappresentata dall'ambito definitorio del concetto di locali limitrofi ai depositi Iva.

La questione è di estremo interesse per gli operatori economici che effettuano lavorazioni su beni precedentemente introdotti nei depositi Iva. Tali lavorazioni possono infatti essere fatturate senza pagamento dell'Iva, ma solo al verificarsi di determinate condizioni temporali e territoriali.

Il caso specifico è relativo all'estrazione, da un deposito Iva situato in Italia, di beni destinati ad essere sottoposti ad alcune lavorazioni al di fuori di tale deposito, in locali limitrofi ad esso. Dopo le lavorazioni, i beni sono reintrodotti nel medesimo deposito fiscale Iva. La precisazione richiesta, riguarda, appunto, il concetto di locali limitrofi, al fine di verificare la ricorrenza o meno del regime agevolativo consistente nella mancata applicazione dell'imposta.

La normativa cui fare riferimento è rappresentata dall'art. 50-bis del D.L. n. 331/1993, convertito dalla L. 29 ottobre 1993, n. 427, introdotto dall'art. 1 della legge 18 febbraio 1997, n. 28, il cui quarto comma, alla lettera h), prevede che siano effettuate senza pagamento dell'Iva le prestazioni di servizi, comprese fra queste le operazioni di perfezionamento e le manipolazioni usuali, riguardanti i beni custoditi nei depositi Iva, "anche se materialmente eseguite non nel deposito stesso ma nei locali limitrofi", a condizione che tali operazioni siano di durata non superiore a sessanta giorni.

Quanto alle operazioni di perfezionamento ed alle manipolazioni usuali, occorre fare riferimento agli specifici regolamenti comunitari. Le prime consistono nelle prestazioni di lavorazione (compresi il montaggio, l'assemblaggio e l'adattamento), di trasformazione e di riparazione. Le seconde sono le operazioni volte a garantire la conservazione delle merci oppure a migliorarne la presentazione o la qualità commerciale o a prepararne la distribuzione o la rivendita.

Come si evince chiaramente dalla norma, al requisito temporale di durata delle operazioni, limitato a sessanta giorni, si aggiunge quello territoriale, in base al quale i beni devono essere lavorati all'interno dei depositi Iva o, quantomeno, in locali limitrofi ad essi. Proprio in merito all'accezione dei locali limitrofi, la dottrina ha costantemente manifestato notevoli perplessità, giustificate dal fatto che né la norma di legge né una successiva circolare interpretativa hanno contribuito a chiarire la portata di tale concetto. Con la risoluzione n. 149/E del 2 ottobre 2000, finalmente è stato fatto un deciso sforzo nell'interpretare cosa debba intendersi per locali limitrofi. In sostanza, l'Amministrazione finanziaria ha sottolineato la necessaria compresenza di due parametri valutativi, uno oggettivo ed uno soggettivo.

Quanto al parametro oggettivo, rientrano così nella dizione di locali limitrofi quelli che, "pur non facendo strutturalmente parte del deposito, sono funzionalmente e logisticamente collegati ad esso in un rapporto di contiguità".

Con riguardo al requisito soggettivo, viene invece sottolineato il fatto che i locali devono comunque rientrare nel complesso aziendale del depositario, qualunque sia il titolo giuridico in base al quale esso li detenga, "con esclusione, in ogni caso, di locali gestiti da soggetto diverso dal depositario". Nel caso specifico, il Ministero delle Finanze ha fornito una lettura restrittiva della norma e, allo stesso tempo, sufficientemente precisa e tale pertanto da non autorizzare comportamenti difformi e non aderenti ai limiti delineati con la risoluzione n. 149/E. Per l'operatore economico il rischio è infatti quello di non applicare l'Iva su prestazioni di servizi invece imponibili, giocando pericolosamente su sottili e sfumati elementi interpretativi.

Riccardo Zavatta