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Rapporto Istat 2013: l’importanza dell’export per l’economia italiana

Rapporto Istat 2013: l’importanza dell’export per l’economia italiana

Il Rapporto Istat 2013 misura il contributo che l'export potrà fornire alla ripresa dell'economia.

Negli ultimi anni, la domanda estera ha svolto un ruolo fondamentale per sostenere, almeno in parte, l’attività produttiva delle aziende italiane. A fronte di un deterioramento delle componenti interne di domanda, che ha comportato una forte caduta delle importazioni, il contributo alla crescita del Pil da parte delle esportazioni nette è stato molto elevato:

  • 1,4 punti percentuali nel 2011
  • 3 punti percentuali nel 2012.

Ciononostante, nel 2012 la crescita delle esportazioni ha registrato un forte rallentamento rispetto all’anno precedente, determinato sia da una contrazione delle vendite nell’area Ue, sia dalla decelerazione di quelle verso i mercati extra-Ue.

Proprio il riposizionamento nei mercati a crescita più sostenuta appare essere stata una delle strategie difensive attuate dagli imprenditori per fronteggiare gli effetti reali della crisi. La capacità di intercettare la domanda dei paesi extra-europei richiede però un’abilità gestionale non comune, oltre che elevati livelli di produttività.

Scala dell’internazionalizzazione delle imprese italiane

Le imprese che operano in almeno cinque aree extra-europee (definite dagli analisti dell’Istat imprese “globali”) hanno mostrato nel 2010 performance più elevate in termini di produttività del lavoro, fatturato medio, varietà di prodotti esportati, grado di apertura, rispetto alle imprese operanti prevalentemente sui mercati europei e/o su un numero più limitato di paesi extra-europei (imprese “esportatrici”).

Per quanto riguarda i primi anni della crisi, inoltre, è stato evidenziato come si siano verificati spostamenti verso forme più evolute di internazionalizzazione. Tra il 2007 e il 2010, delle imprese con relazioni commerciali o produttive con l’estero:

  • circa il 18 per cento ha mostrato un miglioramento nella scala dell’internazionalizzazione
  • il 70 per cento ha mostrato una permanenza nella stessa modalità di presenza sui mercati esteri
  • il 12 per cento ha evidenziato una regressione.

I passaggi delle imprese verso tipologie più evolute di internazionalizzazione hanno un impatto positivo e significativo sulla variazione del valore aggiunto e dell’occupazione.

Per le imprese esportatrici un aumento del numero di aree di sbocco sui mercati extra-europei (cioè il passaggio da una condizione di “esportatore” a una di impresa “globale”) ha determinato – nel triennio – un impatto positivo sulla dimensione economica dell’impresa pari all’8 per cento in termini di valore aggiunto e al 7 per cento in termini di occupazione.

Un passaggio ulteriore (mutamento da impresa esportatrice “globale” a “multinazionale”) produce un effetto espansivo ancora superiore e pari al 13 per cento in termini di valore aggiunto e al 9 per cento in termini di occupazione.

Andamento dell’export settoriale nel 2011-2012

L’andamento delle esportazioni nel 2012 ha riflesso l’evoluzione del ciclo internazionale, caratterizzato da una fase recessiva nell’area dell’euro, da una crescita più dinamica negli Stati Uniti, da un tasso di espansione in decelerazione, ma comunque più sostenuto, nelle economie emergenti.

A livello settoriale, come conseguenza dell’evoluzione della struttura geografica della domanda estera, sembra essersi determinata una redistribuzione dei costi e dei vantaggi di tale riorientamento tra i comparti industriali italiani.

Negli anni 2011-2012, infatti, sono emerse notevoli differenze di performance anche all’interno del più ristretto gruppo dei settori “di punta” dell’export italiano, quelli cioè che tradizionalmente detengono la quota più rilevante del totale dell’export in valore.

I nove comparti con la migliore performance rappresentano oltre il 60 per cento del totale dell’export in valore, contro il 17 per cento circa dei comparti meno dinamici. In entrambi i gruppi si osservano attività rilevanti nel contesto del modello di specializzazione italiano:

  • in quello con le migliori performance si trovano i macchinari e i prodotti per la metallurgia (che presentano in assoluto le due quote più elevate sul totale dell’export italiano), coke e derivati dalla raffinazione, prodotti alimentari (rispettivamente quinto e settimo per importanza nel 2012), gli autoveicoli, gli articoli di abbigliamento
  • tra i settori con la peggiore performance spiccano, invece, gli altri mezzi di trasporto, i mobili e i prodotti tessili.

La performance aggregata del biennio nasconde però un generalizzato rallentamento determinatosi nel corso del 2012.

Tra il primo gruppo, le eccezioni sono costituite dall’andamento del coke e prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio (con un aumento del 21,8 per cento nel 2012, dal 13,9 per cento dell’anno precedente), che ha registrato nel 2012 l’espansione più ampia in assoluto e ben superiore alla media del totale manifatturiero (3,6 per cento), e dai prodotti farmaceutici (dal 9,6 al 12,5 per cento).

Il comparto dei macchinari e apparecchiature ha invece evidenziato una variazione inferiore alla media (pari al 3 per cento, dopo il 14 per cento del 2011), mantenendo tuttavia un elevato contributo (14,7 per cento) grazie all’entità del proprio peso sul valore delle esportazioni totali.

Un elemento comune a tutti i settori è rappresentato dalla tendenza alla riduzione del peso relativo dei paesi Ue come mercati di sbocco dell’export, a favore dei paesi extra-europei.

Nel caso dei macchinari e apparecchiature (cioè il comparto più importante in termini di performance in valore tra il 2010 e il 2012 e quello con la quota di export più elevata), a un incremento di quota in valore nei mercati extra-Ue si è associato un decremento nel volume dei beni esportati.

Anche alla luce delle perduranti difficoltà cicliche previste per il biennio 2013-2014, la domanda estera continuerà a giocare un ruolo rilevante per la crescita dell’economia italiana, soprattutto a fronte di un’attesa ripresa della domanda mondiale.

Esercizio previsivo sul biennio 2013-2014

La crescita delle esportazioni ha ricadute positive sul sistema produttivo attraverso un aumento della domanda di prodotti nazionali, con effetti espansivi sia sul valore aggiunto sia sull’occupazione. Tuttavia, tali effetti dipendono, oltre che dalla dinamica delle esportazioni totali, anche dalla loro composizione settoriale.

In particolare, la misura in cui un aumento di esportazioni in un certo settore stimola la crescita (parziale e complessiva) dell’occupazione e del valore aggiunto è legata alle caratteristiche del comparto in termini di interdipendenze settoriali:

  • peso delle importazioni sulla struttura dei costi intermedi
  • capacità di generazione di valore aggiunto
  • produttività del lavoro.

Le interdipendenze settoriali, ovvero la rete di transazioni fra comparti produttivi, definiscono la struttura allocativa delle risorse all’interno del sistema produttivo, implicitamente definendone anche la struttura tecnologica; ne consegue come, attraverso la loro analisi, sia possibile determinare l’effetto di retroazione che gli incrementi di produzione in uno o più comparti provocano sugli altri settori, direttamente (quale conseguenza diretta dell’aumento di domanda) o indirettamente (quale conseguenza della somma degli effetti di retroazione sul complesso del sistema produttivo).

Peraltro, l’aumento delle risorse stimolato dalla dinamica della domanda estera può determinarsi attraverso un incremento della produzione interna o delle importazioni, ma solo nel primo caso si attiverebbero, in misura dipendente dalle caratteristiche tecnologiche e strutturali del sistema produttivo, effetti positivi in termini di crescita di occupazione e valore aggiunto per l’economia italiana.

Al fine di definire quali effetti sarebbero determinati da uno scenario di incremento dell’export settoriale nel prossimo biennio, è stato condotto un esercizio utilizzando la tavola delle interdipendenze settoriali riferita al 2008.

Per svolgere tale esercizio si è partiti dalle previsioni sul commercio estero per settore produttivo elaborate dalla Sace appositamente per questo Rapporto, rese coerenti con lo scenario di previsione Istat, sia con riferimento all’andamento delle esportazioni italiane, sia con le ipotesi di domanda estera per i beni italiani usate nel modello Istat.

Nel 2012 si è assistito, a una riduzione del tasso di crescita delle esportazioni sia nella manifattura sia nei servizi. A livello di macrosettore, l’export dei beni intermedi ha registrato un forte rallentamento (attestandosi, nel 2012, al 5,7 per cento rispetto al 13,3 per cento del 2011), così come quello dei beni del comparto agro-alimentare (4,5 per cento a fronte di un aumento dell’8,2 per cento dell’anno precedente).
Quasi piatta è risultata, invece, la dinamica in valore per i beni d’investimento (1,1 per cento dal 9,7 per cento) e per i beni di consumo (2,6 per cento dal 12,9 per cento del 2011).

Tassi di variazione per raggruppamenti di beni

Fonte: Elaborazioni Istat su previsioni SACE

  • Nel 2013 si dovrebbe determinare un ulteriore leggero rallentamento delle vendite all’estero (dal 4 per cento al 3,7 per cento), derivante da una forte contrazione del tasso di crescita delle esportazioni dei servizi (dal 7,2 per cento al 3,2 per cento) e da un lieve incremento di quelle dei prodotti manifatturieri (dal 3,5 per cento al 3,8 per cento).
  • Nel 2014, le esportazioni complessive aumenterebbero del 5,7 per cento grazie a un’accelerazione sia del comparto manifatturiero (+6,0 per cento) sia dei servizi (+4,2 per cento).

Considerando la variazione cumulata nell’arco del biennio 2013-2014, i tassi di variazione si riporterebbero su valori vicini a quelli riscontrati nel solo 2011: in particolare, le esportazioni crescerebbero complessivamente del 9,6 per cento, con la manifattura (+10,0 per cento) che mostrerebbe nel periodo una dinamica più vivace rispetto ai servizi (+7,5 per cento).

L’accelerazione del comparto industriale interesserebbe tutti i settori, con tassi di incremento nel biennio compresi fra l’8,3 per cento dei beni intermedi e l’11,6 per cento dell’agro-alimentare.

In questo contesto appare di particolare rilevanza il risultato dei beni alimentari e degli altri beni di consumo (entrambi farebbero registrare un aumento superiore al 10 per cento), nonché la risalita di alcuni settori strategici per il sistema economico italiano, come la chimica (+7,7 per cento) e le apparecchiature meccaniche ed elettroniche (+10,1 per cento).

Meno vivace sarebbe, invece, la dinamica dei mezzi di trasporto (+7,1 per cento), che si confermerebbe uno dei settori con maggiori difficoltà ad aumentare le esportazioni.

Il ritmo di espansione dei servizi, più lento rispetto a quello del comparto manifatturiero, determinerebbe una modifica marginale nella struttura settoriale delle esportazioni, con una diminuzione della quota dei beni intermedi e d’investimento (che passerebbero, rispettivamente, dal

21,2 per cento al 21,0 per cento e dal 38,7 per cento al 38,5 per cento) e un leggero incremento del comparto agro-alimentare (dal 6,5 per cento al 6,6 per cento) e dei beni di consumo (dal 17,4 per cento al 17,5 per cento). Più in dettaglio:

  • nel comparto dei beni intermedi, a una sostanziale stabilità delle quote di export del settore dei metalli e di quello estrattivo farebbe da contrappunto una riduzione delle quote sia della chimica (-0,3 per cento), sia del comparto della gomma e delle plastiche (-0,1 per cento)
  • per quanto riguarda i beni d’investimento, i mezzi di trasporto e l’elettronica vedrebbero erodere le proprie quote (rispettivamente dello 0,3 per cento e dello 0,1 per cento), mentre la meccanica farebbe registrare un incremento dello 0,2 per cento
  • il risultato complessivo dell’agro-alimentare sarebbe la risultante di una sostanziale stasi dell’agricoltura e di un aumento di poco più di un decimale di punto dei prodotti alimentari e delle bevande
  • fra i beni di consumo, il tessile e il comparto del legno vedrebbero leggermente ridursi le rispettive quote, mentre la dinamica positiva del macrosettore sarebbe determinata da un aumento del peso (+0,2 per cento) delle esportazioni degli altri beni di consumo.

Tale scenario potrebbe dunque favorire la prosecuzione della tendenza alla riduzione della rilevanza internazionale di alcune produzioni tradizionali italiane, quale conseguenza del crescente peso, in alcuni segmenti, dell’export dei paesi emergenti, in altri della concorrenza dei paesi avanzati. In particolare, il fenomeno potrebbe assumere particolare importanza per due settori storicamente strategici per l’export italiano:

  • il tessile-abbigliamento
  • i mezzi di trasporto.

L’incremento complessivo di valore aggiunto sarebbe ascrivibile quasi totalmente al settore industriale (+0,9 per cento), mentre i servizi contribuirebbero solo per un decimo di punto.

L’aumento complessivo delle esportazioni determinerebbe un incremento dell’1,6 per cento dell’occupazione nel settore manifatturiero e dello 0,9 per cento nei servizi.

In particolare, il macrosettore dei beni d’investimento contribuirebbe a circa la metà della generazione complessiva di valore aggiunto (+0,5 per cento); la performance sarebbe ulteriormente favorita da una migliore suddivisione delle risorse aggiuntive fra fonte estera e interna (51 per cento per quella interna).

Gli altri macrosettori farebbero invece registrare contributi poco rilevanti alla crescita del valore aggiunto, mostrando peraltro una più sfavorevole composizione tra fonti esterne e interne:

  • 55 per cento di import per i beni di consumo
  • 64 per cento per i beni intermedi
  • 56 per cento per l’agro-alimentare.

Sotto il profilo occupazionale, è nel settore dei beni intermedi che si avrebbero gli effetti più rilevanti (+3,2 per cento), mentre i beni di investimento (+1,9 per cento), di consumo (+1,4 per cento) e agro-alimentari (+1,1 per cento) mostrerebbero una dinamica meno sostenuta.

Conclusioni

La domanda estera può rappresentare un importante stimolo per il sistema produttivo, tuttavia, il suo impatto su crescita e occupazione dipende da una complessa serie di fattori che attengono alla struttura settoriale del sistema produttivo e delle esportazioni.

In particolare, l’effetto di un aumento di domanda estera sarà tanto più rilevante quanto più le esportazioni tenderanno a concentrarsi in quei settori che, data la propria struttura produttiva, garantiscono un maggior ricorso a risorse di origine interna, producono più occupazione e presentano una più spiccata capacità di generazione di valore aggiunto.

Rapporto annuale 2013 – La situazione del Paese

(Istat – 22 maggio 2013)