Come cresce l'export agroalimentare italiano

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Nel 2017 l'export agroalimentare italiano si è confermato particolarmente dinamico, con un incremento del +7,8% nei valori in euro rispetto al 2016, raggiungendo a fine anno - secondo le prestime StudiaBo basate sui dati Eurostat - un valore prossimo ai 38 miliardi di euro.

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In particolare, le vendite italiane all'estero di beni alimentari intermedi e finali non confezionati sono aumentate l'anno scorso di oltre 260 milioni di euro, arrivando a superare i 9.5 miliardi di euro su base annua; ancora meglio hanno fatto le esportazioni italiane di alimentari confezionati e bevande, che nel 2017 sono cresciute di quasi 2.5 miliardi di euro, portando il consuntivo annuo a superare quota 28 miliardi di euro.

L'obiettivo programmatico della Cabina di Regia per l'internazionalizzazione di raggiungere entro il 2020 un valore dell'export agroalimentare tricolore pari a 50 miliardi di euro richiederebbe, tuttavia, per essere raggiunto, un'ulteriore accelerazione del ritmo di crescita rispetto al 2017, con una variazione medio annua nel periodo 2018-2020 di almeno il 10% nei valori in euro. Una tale performance potrebbe essere raggiunta (o almeno avvicinata) qualora si riuscisse da parte delle imprese agroalimentari italiane a cogliere maggiormente le opportunità di crescita sui segmenti premium-price (in virtù di elementi e caratteristiche di differenziazione qualitativa dell'offerta made in Italy), consentendo pertanto un aumento dei fatturati esteri non solo tramite un incremento dei volumi (e possibilmente delle quote di mercato), ma anche dei prezzi medi spuntabili sui mercati internazionali.

I principali esportatori mondiali del settore sui segmenti premium

L'analisi per fasce di prezzo del commercio internazionale di prodotti agroalimentari, disponibile nel Sistema Informativo Ulisse, documenta, infatti, un posizionamento delle esportazioni italiane sicuramente migliorabile, alla luce degli elementi di qualità intrinseca, della tradizione eno-gastronomica e del sentiment tipicamente positivo associato allo stile di vita italiano. 

Nel 2017, secondo le prestime StudiaBo, l'export italiano di prodotti agroalimentari si posiziona alle spalle della Francia, leader mondiale nell'export agroalimentare sia nella fascia alta che in quella medio-alta: in particolare, nella fascia alta di prezzo le vendite italiane - pari a 4.8 miliardi di euro nel 2017 - risultano inferiori, oltre che a quelle francesi (10.4 miliardi di euro nel 2017), anche a quelle svizzere (6 miliardi di euro); nella fascia medio-alta le esportazioni agroalimentari italiane - l'anno scorso pari a 7.3 miliardi di euro - risultano inferiori di circa 1.3 miliardi a quelle francesi (e solamente di 400 milioni superiori alle esportazioni tedesche).

Mercati "ricchi": Stati Uniti, Germania e Francia ai primi 3 posti

La graduatoria dei mercati mondiali con le maggiori opportunità premium-price evidenzia la rilevanza assoluta di Stati Uniti e Germania, che collezionano rispettivamente 5 e 2 primi posti.
La Francia è un altro mercato particolarmente rilevante per valore delle importazioni di fascia alta e medio-alta di prezzo, con tre secondi posti e un terzo posto in graduatoria.
Regno Unito e Giappone (al netto di possibili difficoltà di accesso al mercato, in conseguenza - nel primo caso - degli effetti a breve/medio termine di Brexit e - nel secondo - di un sistema distributivo poco penetrabile dalle imprese estere) si collocano in buona posizione, soprattutto con riferimento ai settori bevande alcoliche e biscotti e prodotti da forno nel caso del mercato britannico e carne e pesce lavorati e confezionati nel caso del mercato giapponese.

Mercati "nuovi ricchi": Hong Kong, Singapore, Cina, Korea

La top-10 dei mercati mondiali con le maggiori opportunità premium-price di agroalimentare evidenzia, inoltre, il posizionamento rilevante di Hong Kong, al quarto posto al mondo per importazioni 2017 di fascia alta e medio-alta di prezzo nei settori carne e pesce lavorati e confezionati, bevande alcoliche e confectionery (zucchero, cioccolata, dolciumi, gelati).

Si segnala, inoltre, la rilevanza in graduatoria di Singapore, al secondo posto assoluto per importazioni premium di bevande alcoliche. In entrambi i casi il valore elevato dei flussi appare riconducibile non tanto (o almeno non solo) a fabbisogni di consumo interno, ma soprattutto al ruolo di hub logistici per i mercati del Far East asiatico e dell'area ASEAN. E' peraltro utile sottolineare come questo suggerisca per una impresa italiana del settore di rivolgere l'attenzione a queste due "porte d'ingresso" ai mercati asiatici per l'offerta di prodotti ad alto contenuto qualitativo.
Non ultimo, va sottolineata la rilevanza che riveste già il mercato cinese, al secondo posto del ranking mondiale nel settore carne e pesce lavorati e confezionati, al quarto posto nell'aggregato altro agroalimentare (in virtù del secondo posto assoluto nel settore tè e caffè confezionato e con buoni piazzamenti nei settori ortaggi e frutta lavorati e confezionati e riso, pasta e farina confezionati) e al quinto posto nei settori bevande alcoliche e biscotti e prodotti da forno. 
Tra i mercati asiatici, si segnalano, infine, i buoni piazzamenti di Sud Corea (con un ottavo e un nono posto in graduatoria) e Vietnam (in nona posizione nel ranking mercati premium-price di bevande alcoliche); tra quelli del Medio-Oriente il posizionamento nella top-10 mercati dell'Arabia Saudita per carne e pesce lavorati e confezionati e biscotti e prodotti da forno, e dell'Iran (grazie al primo posto assoluto nel settore riso, pasta e farina confezionati).

Marcello Antonioni

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