Changing dynamics in the Gulf

Il Rapporto sugli Scenari politici ed economici del Golfo – pubblicato nell'ambito della Med&Gulf Initiative – offre un’analisi delle dinamiche geo-politiche ed economiche delle monarchie del Golfo. 

Changing dynamics in the Gulf

Scenario politico

Le risposte fornite dai potentati del Golfo alle sfide lanciate dalle primavere arabe sono state molteplici, ma accomunate (eccezion fatta, almeno parzialmente, per il Qatar), da un lato, dalla chiusura verso ogni tipo di cambiamento e apertura politica, e dall’altro, dal ricorso a imponenti misure redistributive e a classici meccanismi di cooptazione volti a soffocare il dissenso interno.

Riyadh è stata con tutta probabilità la capitale che ha meglio rappresentato tali tendenze, intervenendo con una serie di misure economiche di enormi proporzioni – due pacchetti finanziari da 130 miliardi di dollari sono stati approvati a marzo 2011 – che hanno tolto l’ossigeno alle proteste.

Al tempo stesso la casa regnante ha dato il via a un giro di vite senza precedenti nei confronti dell’opposizione interna e, soprattutto, dei Fratelli musulmani residenti nel paese, considerati portatori di un messaggio potenzialmente destabilizzante. Con la caduta del presidente Morsi in Egitto nel luglio 2013 gli al-Saud hanno impresso una spinta ulteriore a tale strategia, mettendo al bando il movimento in patria e, soprattutto, chiedendo ai propri partner dell’area (ma non solo) di fare altrettanto.

Come il sovrano saudita, anche l’emiro di Abu Dhabi e presidente degli Emirati Arabi Uniti (Eau) Khalifa Mohamed bin Zayed ha fatto ampio ricorso a benefici economici e repressione per mettere fuori gioco la locale sezione dei Fratelli musulmani.

Il Bahrain non è invece riuscito a evitare gli effetti delle primavere, anche a causa di una situazione interna fortemente segnata dalle profonde divisioni tra l’élite sunnita dominante e la maggioranza sciita della popolazione, in buona parte esclusa dal potere e dai benefici a esso associati.

Alla triade composta da Arabia Saudita, Emirati e Bahrain hanno fatto da contraltare le strategie di Kuwait, Oman e Qatar, che si sono caratterizzate per una minore adesione ai canoni sauditi e per un approccio variegato che, soprattutto nel caso del Qatar, ha assunto direttrici diametralmente opposte a quelle di Riyadh.

L’Oman insieme al Bahrain è stato destinatario di un pacchetto di aiuti pari a 20 miliardi di dollari approvato dal Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) nel 2011 per sostenere i due stati membri dell’organizzazione più in difficoltà.

Quadro economico

I sei paesi del Gcc hanno sul piano internazionale una importanza strategica superiore al loro peso economico, che è pari a meno del 2% del Pil mondiale. I pozzi situati in questi paesi forniscono circa:

  • il 20% del petrolio (nel 2013 mediamente 16,6 milioni di barili al giorno)
  • il 10% del gas (nel 2013 mediamente 6,4 milioni di barili di petrolio equivalente al giorno) estratti a livello mondiale.

Inoltre, grazie alla rilevante capacità di estrazione non utilizzata, soprattutto in Arabia Saudita, gli stessi svolgono un essenziale ruolo di regolazione del mercato degli idrocarburi in periodi di tensione.

Negli anni i paesi Gcc hanno accantonato le maggiori entrate petrolifere nei fondi sovrani che ora hanno una capitalizzazione (2246 miliardi di dollari ad aprile 2014) pari a un terzo del totale mondiale di questa categoria e detengono significative quote di società e prestiti obbligazionari esteri, soprattutto dei paesi avanzati.

Infine, per la loro posizione geografica, sono un cruciale punto di transito del commercio internazionale, soprattutto quello tra l’Asia, l’Europa e l’Africa, e ospitano importanti hub internazionali di servizi finanziari, commerciali e di trasporto.

Nel decennio 2004-13 i paesi Gcc hanno registrato un tasso di crescita medio del Pil reale del 6,7%, leggermente superiore al dato medio di crescita del totale delle economie dei paesi emergenti (6,4%) e pari a più di quattro volte l’espansione media del Pil nelle economie avanzate (1,6%).

La dinamica del Pil nei paesi Gcc è stata particolarmente sostenuta nel quinquennio 2004-08 (8,3% il tasso medio di crescita). In questo periodo le economie del Golfo hanno beneficiato del sensibile rialzo del prezzo del petrolio, della favorevole congiuntura mondiale e di consistenti investimenti in infrastrutture e nella diversificazione del sistema produttivo finalizzata a ridurre la dipendenza dagli idrocarburi.

Lo sviluppo delle attività non-oil, che nel quinquennio hanno registrato un tasso di espansione medio a due cifre (10,9%), ha riguardato in primis i servizi di trasporto e comunicazione, finanziari, turistico-conferenzieri e l’immobiliare sia residenziale-turistico sia uffici.

Gli investimenti nel manifatturiero si sono principalmente indirizzati verso industrie energy intensive (petrolchimica, lavorazione dei metalli), negli impianti di liquefazione del gas per consentirne il trasporto via mare, di generazione di energia e di trattamento delle acque.

Questi sforzi hanno determinato una riduzione del peso degli idrocarburi nell’economia, sceso al 26,7% nel 2013 dal 35,5% nel 2004 in termini reali, ma la dipendenza dei paesi Gcc dagli idrocarburi resta elevata.

La crisi finanziario-immobiliare del 2008-09 che ha visto a partire dall’estate 2008 una sostanziale caduta del prezzo del petrolio e insieme delle quotazioni delle attività finanziarie e immobiliari, ha messo alcuni dei paesi del Gcc in grave difficoltà. La successiva ripresa è stata tuttavia rapida, favorita dalle misure di stimolo fiscale e dalla ripresa della domanda mondiale e dei prezzi degli idrocarburi.

Nonostante l’aumento della spesa pubblica, la maggioranza dei paesi Gcc continua a registrare ampi surplus di bilancio complessivi (solo Bahrain e Oman registrano un deficit) anche se si è accresciuta la vulnerabilità degli stessi all’andamento del prezzo del petrolio.

Prospettive di crescita nel 2014 e 2015

Nel biennio 2014-15 è prevista una dinamica più contenuta dell’attività di estrazione, nell’ipotesi venga meno l’esigenza di integrare tagli nella produzione in altri paesi. È inoltre atteso un rallentamento nel tasso di crescita della spesa pubblica, dopo la forte espansione vista negli ultimi anni.

Il recupero delle quotazioni finanziarie e immobiliari e la più sostenuta domanda dall’estero per servizi sono attesi invece fornire una spinta maggiore all’attività del settore privato e dei conglomerati. Il tasso di crescita medio del Pil dei paesi Gcc è atteso al 4,3% sia nel 2014 sia nel 2015, sostanzialmente invariato rispetto al 2013.

In Arabia Saudita, la crescita del Pil è prevista in contenuta accelerazione nel 2014 (4%) per un aumento dell’attività di estrazione per il consumo interno, dopo la diminuzione nel 2013, in grado di bilanciare l’atteso rallentamento (+4,8% da +5%) della parte non-idrocarburi su cui peseranno le misure prese per favorire l’occupazione locale e regolarizzare l’immigrazione.

Nel 2015, l’aumento del Pil è atteso al 4,2%, sostenuto principalmente dal ritorno alla normalità delle attività non-idrocarburi una volta assorbiti gli effetti delle citate misure.

Negli Emirati Arabi Uniti gli indicatori anticipatori reali e finanziari (Pmi, tasso di occupazione degli hotel, quotazioni azionarie, prezzi degli immobili) segnalano prospettive di crescita sostenuta della parte non-idrocarburi pure nel 2014 (+5,2%), che bilancerà ampiamente la prevista frenata degli idrocarburi.

In prospettiva l’economia beneficerà degli investimenti per l’Expo 2020, che si terrà a Dubai, e della crescita dei servizi di turismo, hub commerciali e finanziari. La crescita del Pil è prevista al 4,4% nel 2014 e al 4,2% nel 2015.

In Qatar nel 2014 e nel 2015 si prevede che il tasso di crescita del Pil si confermi sopra il 6%, grazie agli investimenti pubblici che privilegiano il potenziamento delle infrastrutture di trasporto, comunicazione e accoglienza e degli impianti sportivi in vista dei Mondiali di calcio del 2022, oltre allo sviluppo abitativo e ai servizi di pubblica utilità e sociali (istruzione e sanità).

L’andamento sostenuto della parte non-idrocarburi, bilancerà la debolezza della parte idrocarburi conseguente alla moratoria in vigore fino al 2015 sullo sfruttamento delle riserve di gas.

In Kuwait si prevedono nel biennio tassi di espansione reali del Pil più contenuti rispetto a quelli visti nell’ultimo triennio a causa della frenata della parte idrocarburi dopo la crescita sostenuta nel recente passato per far fronte a tagli produttivi in altri paesi.

Le prospettive per la parte non-idrocarburi dipendono fortemente dal grado di realizzazione dei piani di investimenti pubblici annunciati, spesso frenati da contrasti politici. La crescita del Pil è stimata al 2,6% nel 2014 e al 3% nel 2015.

In Oman, la parte non-idrocarburi si conferma il principale motore dell’economia, spinta dalle costruzioni (investimenti pubblici), da nuove unità produttive manifatturiere che entrano in funzione, e da alcuni servizi (turismo).

Per gli idrocarburi si prevede una dinamica più contenuta ma positiva grazie alle tecniche che consentono il miglior sfruttamento di vecchi pozzi e al gas per alimentare le industrie “energy intensive”. La crescita del Pil è attesa al 4,5% nel 2014 ed al 3,9% nel 2015.

In Bahrain, si attende una sostanziale frenata della crescita del Pil nel 2014 (+4,4%) in seguito alla normalizzazione dell’attività di estrazione, dopo il balzo registrato nel 2013. E ciò nonostante la dinamica sostenuta della parte non-idrocarburi, spinta principalmente dai servizi finanziari, il secondo settore per peso nell’economia, dalle costruzioni e dai servizi del turismo conferenzieri. Il buon andamento della parte non-idrocarburi porterà a una nuova accelerazione del tasso di crescita nel 2015 (+4,5%).

Commercio internazionale

L’interscambio commerciale dei paesi dell’area del Golfo è cresciuto notevolmente nel decennio 2003-12 grazie alla domanda internazionale di materie prime energetiche, sfiorando nel 2012 i 1365 miliardi di dollari (circa +30% medio annuo). I dati relativi al 2013, ancora provvisori, riportano gli scambi a 1.285 miliardi di dollari:

  • le esportazioni sono state pari a circa 835 miliardi di dollari
  • le importazioni sono risultate di poco inferiori a 450 miliardi di dollari.

Il dettaglio merceologico delle esportazioni mostra la rilevanza assoluta dei prodotti minerali energetici (83% nel 2013), seguiti dalle merci varie (4%), dalla categoria delle pietre, vetro e ceramica (4%) e dalla gomma e dalla plastica (3%).

  • In Bahrain la seconda categoria dell’export sono i metalli, che rappresentano circa il 22% del totale, rappresentati da minerali di ferro e acciaio nei primi stadi della lavorazione, oltre ad alluminio e suoi lavorati.
  • In Oman si esportano anche mezzi di trasporto (24%), prodotti chimici (13%) e metalli (11%).
  • In Kuwait si trovano i prodotti chimici (4%), come in Qatar (4%), dove si evidenziano anche prodotti in gomma e plastica (4%)
  • in Arabia Saudita assumono un peso relativo i prodotti chimici (6%) e i lavorati in gomma e plastica (5%)
  • per l’export degli Eau sono rilevanti anche le pietre, vetro e ceramica (14%), in particolare oro e diamanti nei primi stadi della lavorazione.

Tra le importazioni sono rilevanti i macchinari (con una percentuale complessiva di circa il 24% nel 2013), i mezzi di trasporto (17%), le pietre, vetro e ceramica (11%), i prodotti dell’agro-alimentare (10%), i minerali (9%), i metalli (8%).

I macchinari importati sono in prevalenza meccanici (13%) ed elettrici (9%): tra i meccanici sono importati turbine, pompe, valvole, macchinari ad impiego generale e speciale, mentre tra gli elettrici si segnalano apparecchi per la telefonia, cavi isolati, generatori, pannelli.

Nel dettaglio dei vari paesi, la componente dei macchinari riveste ovunque un ruolo predominante dell’import, con quote che vanno da circa il 28% in Qatar, al 17% in Oman.

I mezzi di trasporto vedono nei veicoli e negli aerei le principali componenti.

Le pietre sono rappresentate prevalentemente da pietre e metalli preziosi, in particolare da articoli di gioielleria e diamanti. I paesi che maggiormente importano questa categoria di prodotti sono gli Eau (la categoria pietre, vetro e ceramica di cui fanno parte le pietre e i metalli preziosi rappresenta circa il 20% del totale importato dal paese), il Qatar (6%), il Bahrain (4%) e l’Oman (3%).

Tra i prodotti dell’agro-alimentare spiccano i cereali, seguiti dalla carne e dai prodotti lattiero-caseari.

I minerali importati sono costituiti in prevalenza da petrolio raffinato, da minerale di ferro.

I metalli vedono negli articoli in ferro e acciaio, come nel ferro e acciaio stesso le principali voci che compongono questa categoria.

Interscambio dell’Italia

L’interscambio dei paesi Gcc con l’Italia è cresciuto negli anni fino a raggiungere nel 2008 un totale di circa 16,5 miliardi di euro (+19% medio annuo dal 2004 al 2008). Nel 2009 la crisi internazionale ha dato luogo a una riduzione di questo importo a 11,3 miliardi di euro (-31,5% a/a) ma a partire dal 2010 gli scambi sono risaliti fino a raggiungere nel 2012 i 22,9 miliardi di euro (+27% medio annuo).

I dati relativi al 2013 evidenziano una contrazione (-6% a/a), che ha portato il valore dell’interscambio attorno ai 21 miliardi di euro. Sono in particolare le importazioni che hanno avuto un andamento negativo (-17% a/a), riportando il valore sotto i 9 miliardi di euro, mentre le esportazioni hanno continuato a crescere, seppur a tassi inferiori rispetto al passato (+3% a/a), raggiungendo i 12,5 miliardi di euro. Il peso degli scambi dei paesi Gcc sulla bilancia commerciale italiana è stato di circa il 3% nel 2013.

Le esportazioni italiane hanno riguardato prevalentemente macchine e macchinari meccanici per una quota pari a circa il 26% del totale esportato dall’Italia verso i paesi Gcc nell’anno. Si è trattato in particolare di macchine per impieghi speciali e generiche, per il settore minerario estrattivo, per la lavorazione dei metalli, di pompe, di processori e valvole, seguiti dai manufatti vari (16% ca.), dei metalli e lavorati in metallo (9,5%), soprattutto tubi, condotti, ferro e acciaio, alluminio, dai prodotti petroliferi raffinati (9%) e degli apparecchi elettrici (7%), tra cui spiccano apparecchiature per le reti di distribuzione e il controllo dell'elettricità, cavi elettrici, generatori e trasformatori.

Il saldo commerciale è nel complesso positivo per l’Italia: nel corso del 2013 il surplus è stato pari a circa 3,5 miliardi di euro, contro 1,3 miliardi euro nel 2012.

Fonte: Med&Gulf Initiative Bullettin (n. 2 - 16 giugno 2014)

Med&Gulf Initiative è realizzata da: ISPI, Intesa Sanpaolo e Promos.

Consiglio di cooperazione del Golfo

Il Gcc si è costituito nel 1981, quando le sei monarchie della penisola arabica decisero di istituzionalizzare la cooperazione in materia politica e di sicurezza.

Allo scopo di aggiungere una dimensione economica alla cooperazione, gli stati membri firmarono un accordo, entrato in vigore nel 1983, che fissava l’obiettivo di creare un’unione doganale come prima tappa verso la realizzazione di un mercato comune e l’adozione di una moneta unica.

L’accordo stabiliva innanzitutto l’abolizione delle tariffe sui beni prodotti dagli stati membri, quindi fissava un livello minimo e massimo (rispettivamente, 4% e 20%) per le tariffe da applicare sulle importazioni provenienti dai paesi terzi. Tuttavia, lo smantellamento tariffario all’interno della regione non ha favorito un incremento degli scambi commerciali tra i paesi membri, a causa della scarsa complementarità delle economie del Gcc, caratterizzate da una struttura produttiva (fondata sugli idrocarburi) assai simile.

Proprio per questo motivo la cooperazione economica tra le sei monarchie del Golfo, più che a sviluppare i flussi commerciali regionali, punta ad assumere posizioni comuni nelle trattative economiche internazionali, aumentando in tal modo il peso negoziale degli stati membri.

L’unione doganale, entrata in vigore nel gennaio 2003, ha rappresentato un passaggio di grande importanza dopo quasi due decenni di continui rinvii. All’unione doganale, è seguita la creazione del mercato comune nel 2008.

Invece l’unione monetaria, prevista per il 2010, non è stata realizzata, sebbene la maggior parte dei criteri di convergenza richiesti siano stati soddisfatti dagli stati membri. Tuttavia, nel 2007 l’annuncio del Kuwait di abbandonare l’ancoraggio della propria moneta al dollaro per sostituirlo a un paniere di valute e la successiva decisione di Oman e Emirati Arabi Uniti di non voler entrare nell’unione monetaria hanno messo una grossa ipoteca sulla ripresa del processo di integrazione monetaria.

Sul piano delle relazioni commerciali con la Ue, a partire dal 2001 si è registrata una crescita degli scambi. Parallelamente al rilancio dell’unione doganale da parte del Gcc, l’Ue ha approvato nel 2001 un nuovo mandato negoziale che non è più – come il precedente – incentrato sul solo interscambio commerciale, ma riguarda anche la liberalizzazione del commercio di servizi, la proprietà intellettuale, la concorrenza, gli appalti pubblici, la cooperazione doganale e le barriere non tariffarie al commercio.

Se il Gcc ambisce soprattutto alla riduzione delle tariffe europee sulle sue esportazioni di prodotti petrolchimici, l’Ue è interessata a un abbattimento tariffario sulle sue esportazioni industriali (in parte già ottenuto grazie al basso livello della tariffa esterna concordata dal Gcc per l’unione doganale) e soprattutto alle prospettive offerte dal settore dei servizi, che con l’ingresso dei paesi del Gcc nel Wto, si è progressivamente aperto all’esterno.

La partnership commerciale tra paesi del Gcc e Asia è cresciuta stabilmente negli ultimi anni, arrivando a sostituire Stati Uniti e Unione europea nella scala d’importanza del commercio estero. Giappone, Cina, Corea del Sud e India costituiscono assieme il 72% dell’interscambio complessivo del Gcc con l’Asia, che in totale ammonta a più del 60% dell’interscambio totale del Golfo, passato dai 480 miliardi di dollari del 2008 agli 814 miliardi del 2012.

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