Accordo UE – Giappone: un volano per il Made in Italy verso Tokyo

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L’Economic Partnership Agreement (Epa), il più grande accordo commerciale bilaterale mai concluso dall'UE in termini di dimensioni di mercato , è entrato in vigore il 1° febbraio scorso. L’intesa ha una forte valenza simbolica in tema di apertura agli scambi in un momento storico caratterizzato da aspre tensioni commerciali e lancia un chiaro messaggio: “there is no protection in protectionism”. L’accordo prevede l’eliminazione della maggior parte dei dazi sulle merci scambiate fra le parti.

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Oltre il 90% delle barriere tariffarie sui beni europei diretti in Giappone è stato abolito o ridotto già dall'entrata in vigore dell’intesa, e, una volta che essa sarà pienamente attuata, si arriverà alla soglia del 97%.

Sono infatti previsti periodi di transizione per alcuni settori “sensibili”, ad esempio nel comparto automobilistico (7 anni). È inoltre garantita la protezione di 205 prodotti agricoli europei di alta qualità, le cosiddette indicazioni geografiche, tra le quali figurano 45 prodotti italiani (dai vini e altri alcolici, fino ai formaggi e ai salumi). A regime, le imprese dell’UE risparmieranno fino a 1 miliardo di euro l'anno in termini di minori dazi doganali, di cui 134 milioni sul vino e 174 sui prodotti della pelletteria e delle calzature – e beneficeranno anche dell’eliminazione delle barriere non tariffarie, grazie ad esempio al reciproco riconoscimento degli standard. L'accordo infine, faciliterà le esportazioni di servizi – quelle dell'UE e dell’Italia verso Tokyo ammontano rispettivamente a circa 35 e 1,6 miliardi di euro  –  e aprirà il mercato degli appalti di 54 grandi città del Giappone. Un’attenzione particolare è rivolta alle PMI – che sono quelle principalmente colpite dagli ostacoli al commercio – alle quali è dedicato un intero capitolo dell’accordo.

Nei due mercati, le PMI rappresentano il 99% del tessuto imprenditoriale e contribuiscono a circa due terzi dei posti di lavoro nel settore privato e a oltre la metà della produzione. Inoltre, l’83% delle imprese dell’UE che esportano in Giappone sono di piccola e media dimensione. Ciascun esportatore può verificare se l'Epa ha un impatto positivo sui propri prodotti , identificando il codice HS  e verificando alcuni requisiti, quali le regole di origine. Per far questo è possibile consultare online (gratuitamente) il Market Access Database della Commissione Europea. È inoltre importante sapere che gli esportatori hanno l’obbligo di registrarsi al sistema REX (Registered EXporter system), nel caso in cui il valore della merce spedita in Giappone sia superiore ai 6mila euro. L’Epa apre quindi nuove opportunità alle 15mila imprese italiane che fanno affari nel Sol Levante  e che nel 2018 hanno esportato oltre 6 miliardi di euro di merci verso Tokyo, di cui tessile e abbigliamento per un quinto.   L’accordo consentirà di migliorare ulteriormente la nostra performance nel Paese, che già è stata positiva negli ultimi anni, specie nei settori degli alimentari e bevande e dei mezzi di trasporto (Figura 1).


Figura 1. Export italiano in Giappone per settori: composizione (sx,  peso % nel 2018) e performance (dx, var. %)


Non mancheranno occasioni per i nostri esportatori di vini – sia grazie all’eliminazione dei dazi, sia in virtù del fatto che UE e Giappone si sono impegnate a riconoscere la maggior parte delle pratiche enologiche adottate dall’altro contraente –, di carni e di formaggi – ad esempio, i dazi su quelli a pasta dura, pari al 29,8%, saranno progressivamente rimossi, e per quantità illimitate. Inoltre, diversi settori in cui l’Italia è molto competitiva, come i prodotti tessili e dell'abbigliamento, nonché i prodotti chimici (tra cui i cosmetici) e la plastica, vedranno la completa abolizione delle barriere tariffarie. Per gli articoli in pelle e le calzature, da un lato, il sistema di quote che ostacolava le esportazioni, è stato rimosso all'entrata in vigore dell'accordo. Dall’altro, sono stati abbattuti i dazi sia sulle calzature (dal 30% al 21% dal 1° febbraio scorso e saranno progressivamente eliminati in 10 anni) sia sui prodotti in pelle (ad esempio, quelli su borse, saranno portati a zero nello stesso arco temporale). Intanto, il Made in Italy diretto in Giappone – 6° mercato di sbocco  per le nostre merci nell’area extra-Ue e 2° in Asia – sta crescendo a ritmi significativi nei primi mesi del 2019: +15,1% nel periodo gennaio-maggio rispetto allo stesso arco temporale del 2018, con ottime performance proprio nei comparti degli articoli in pelle e dell’agrifood, oltre che dei mezzi di trasporto, degli arredamenti, dei metalli e degli apparecchi elettrici.

Gli esportatori italiani dovranno “sfruttare” al massimo, e meglio degli altri, le potenzialità derivanti dall’Epa, al fine di aumentare la propria quota di mercato in Giappone, ancora modesta (1,5%) e ben inferiore a quella tedesca (3,5%).

Pierluigi Ciabattoni

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