Algeria: una primavera araba “in ritardo”?

di lettura

Nel marzo scorso, il presidente dell’Algeria al potere dal 1999, Abdelaziz Bouteflika, 82enne in precarie condizioni di salute e assente dalla scena pubblica dal 2013, si era candidato nuovamente, per quello che sarebbe stato il suo quinto mandato. Le proteste di piazza, massicce ma pacifiche, hanno costretto Bouteflika al passo indietro, ma ciò ha aperto un periodo di instabilità politica interna, tuttora in corso, che difficilmente vedrà una risoluzione nel breve termine.

Algeria: una primavera araba “in ritardo”?

Le forze armate, istituzione solida e punto di riferimento per la popolazione, si sono proposte come garanti della transizione politica, appoggiando le pacifiche manifestazioni popolari. Il 26 marzo scorso, il capo di Stato maggiore, generale Salah, appellandosi all’art. 102 della Costituzione – che prevede la rimozione dall’incarico di presidente per impedimento fisico all’esercizio delle proprie funzioni – ha annunciato la destituzione di Bouteflika. Il generale non è stato però l’unica figura legata all’establishment ad “abbandonare” l’anziano presidente, ma ha goduto dell’appoggio di una parte dello stesso partito di Bouteflika – il Fronte di Liberazione Nazionale. L’ormai ex presidente non ha potuto far altro che rassegnare le dimissioni (il 2 aprile scorso), ma questo non ha placato la popolazione, che, ciascun venerdì, si sta riversando in massa nelle strade delle principali città (con punte di partecipazione anche superiori alle 10 milioni di persone, pari al 25% della popolazione), chiedendo l’uscita di scena dell’intero apparato politico (“le pouvoir”). Alcuni osservatori l’hanno definita una primavera araba “in ritardo”, ma a differenza delle agitazioni del 2010-11, da un lato, la loro origine ha una natura più “politica” (e non è frutto di rivendicazioni economiche, come allora), dall’altro, si sono mantenute pacifiche. Pacifiche, almeno fino a venerdì 12 aprile, quando la piazza ha espresso il suo forte dissenso contro l’instaurazione di un governo ad interim presieduto da Abdelkader Bensalah, presidente del Senato dal 2002. Per la prima volta si sono registrati scontri con la polizia, che hanno portato arresti e feriti, con Bensalah spinto ad annunciare nuove elezioni per il 4 luglio prossimo. Un ricambio politico generale appare difficile in assenza di un’opposizione coesa e di leader che siano realmente alternativi e distanti dalla compagine politica che finora ha governato il Paese. L’atteggiamento dell’esercito sarà fondamentale per capire quali scenari avrà davanti a sé l’Algeria, quest’ultimo un importante partner commerciale dell’Italia sull’altra sponda del Mediterraneo (Figura 1). Se da un lato le forze armate godono di ampio rispetto dalla popolazione, dall’altro, vi sono figure di spicco al suo interno che rientrano a pieno titolo nell’entourage dell’ex presidente Bouteflika. Ad ogni modo, l’applicazione dell’art. 102, la strategia di non intervento contro i manifestanti e la destituzione di Athmane Tartag dal vertice dei servizi segreti – che ora ricadono sotto la sfera di comando del Ministero della Difesa – sono mosse che denotano il tentativo di non danneggiare la reputazione del corpo.

Lo scenario che, ad oggi, appare più plausibile è una transizione democratica gestita dai militari, ma la situazione di estrema incertezza rende difficile attribuire a esso una probabilità di accadimento. Tuttavia, nel caso in cui le proteste dovessero inasprirsi, non si può escludere un intervento armato dell’esercito volto a ristabilire l’ordine pubblico. È da scartare invece l’ipotesi che
vengano adottate misure economiche di “ristoro” – come avvenuto nel 2011 al fine di scongiurare una primavera araba nel Paese – poiché interventi di questo tipo sarebbero, verosimilmente, inefficaci, dal momento che, come ricordato, le proteste affondano le proprie radici nel malcontento nei confronti della classe politica. Peraltro, il calo del prezzo degli idrocarburi degli ultimi anni ha avuto un impatto sui conti pubblici: la spesa pubblica e il deficit fiscale sono cresciuti e il Paese ha esaurito le risorse del proprio fondo sovrano (Oil Stabilization Fund). Quel che è certo è che l’Algeria, oil exporter membro dell’Opec e tra i principali fornitori di gas dei Paesi europei, necessita di un governo nel pieno dei poteri, che miri a una maggiore diversificazione dell’economia (le riserve di gas e petrolio saranno infatti sufficienti ancora “soltanto” per due generazioni) e a una maggiore apertura commerciale e agli investimenti esteri. Quella algerina è infatti un’economia “chiusa”, con una forte protezione dell’industria interna, specie in alcuni settori, nei quali, in passato, vi era addirittura divieto all’importazione per centinaia di prodotti, e oggi, gli stessi, sono sottoposti a dazi che variano dal 30% al 200%. Tale chiusura, se non altro, riduce la possibilità che un’eventuale crisi interna, possa avere un “effetto contagio” significativo su altre economie. Nonostante quella algerina, verosimilmente, non sarà una nuova primavera araba,l’incertezza dello scenario impone a esportatori e investitori nel Paese un attento monitoraggio dell’evoluzione degli eventi.

 Giovanni Salinaro

Analisi di mercato
Che export tira? Scopri i dati di febbraio 2019
Che export tira? Scopri i dati di febbraio 2019 Nell'articolo dell'Ufficio Studi SACE- SIMEST i principali dati riguardanti l'andamento dell'export italiano aggiornati a febbraio 2019 con focus sui principali mercati di esportazione e sui settori che hanno trainato maggiormente le vendite.
Algeria: una primavera araba “in ritardo”?
Algeria: una primavera araba “in ritardo”? Nel marzo scorso, il presidente dell’Algeria al potere dal 1999, Abdelaziz Bouteflika, 82enne in precarie condizioni di salute e assente dalla scena pubblica dal 2013, si era candidato nuovamente, per quello che sarebbe stato il suo quinto mandato.
Getting old before getting rich, una trappola per l’America Latina?
Getting old before getting rich, una trappola per l’America Latina? Nell’immaginario collettivo l’Africa è il continente giovane per eccellenza, destinato a un’esplosione demografica nei prossimi decenni; dell’America Latina si ha una vaga idea di area del mondo tutto sommato giovane, specie se rapportata all’Europa.
Commercio internazionale e cambiamento climatico: “nemiciamici”
Commercio internazionale e cambiamento climatico Nel dibattito sul cambiamento climatico poca attenzione è riservata al ruolo del commercio internazionale.
Il mercato mondiale delle macchine per l’industria meccanica
Il mercato mondiale delle macchine per l’industria meccanica Il mercato mondiale delle macchine per l’industria meccanica è un termometro sensibile della congiuntura mondiale.
I settori maggiormente esposti al rischio Brexit
I settori maggiormente esposti al rischio Brexit La Brexit continua ad essere uno dei fattori di incertezza più importanti dell’attuale congiuntura economica. 
Investimenti in infrastrutture in Africa
Investimenti in infrastrutture in Africa Gli impegni di investimento destinati allo sviluppo delle infrastrutture in Africa nel 2017 sono stati pari a circa 81,6 miliardi di dollari, di cui circa l’80% in Africa Subsahariana, in crescita del 22% rispetto al 20161.
Che export tira? Scopri i dati di gennaio 2019
Che export tira? Scopri i dati di gennaio 2019 Nell'articolo dell'Ufficio Studi SACE- SIMEST i principali dati riguardanti l'andamento dell'export italiano aggiornati a gennaio 2019 con focus sui principali mercati di esportazione e sui settori che hanno trainato maggiormente le vendite.
Focus On: Mappa dei rischi 2019
Focus On: Mappa dei rischi 2019 Il bilancio del 2018 è di un anno in cui la crescita è proseguita a ritmi elevati, pur se in lieve rallentamento, e il quadro dei rischi si è intensificato a causa di tensioni di varia natura (finanziarie, valutarie e geopolitiche) che hanno investito diverse economie emergenti: Argentina e Turchia sono state le principali “vittime”.
Remare controcorrente: l’eccezione del Costa Rica
Remare controcorrente: l’eccezione del Costa Rica Ci sono Paesi sulla scena mondiale che, pur essendo posti in una determinata area geografica, condividono ben poco con i vicini: uno di questi è senza dubbio il Costa Rica.