Brasile: la sfida della crescita

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La recente elezione del presidente Bolsonaro segna un cambio di rotta rispetto al corso degli ultimi tre lustri della politica brasiliana, dominati dalla figura di Lula e dal Partito dei Lavoratori (PT). La recessione che ha colpito la geografia sudamericana tra il 2015 e il 2016, determinando un calo complessivo del Pil del 7%, figura tra le principali ragioni dell’ascesa dell’ex capitano
dell’esercito alla massima carica rappresentativa del Paese. Sul voto dei cittadini brasiliani hanno pesato molto anche le inchieste giudiziarie che hanno disvelato un sistema di corruzione pervasivo.

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Nel 2017 è iniziato il processo di ripresa dell’economia ma la sfida del consolidamento della crescita resta tra le più difficili per la nuova compagine governativa: stando alle previsioni del Fmi infatti, agli attuali ritmi, il livello di Pil del 2014 verrebbe raggiunto solo alla fine del 2020. Il Paese dovrà quindi compiere progressi significativi per scrollarsi di dosso il titolo di economia dal “volo di
gallina”, sempre pronta a decollare ma dai frequenti passi falsi. In questo senso, la nomina di Paulo Guedes a “super ministro” delle finanze, dello sviluppo economico e dell’industria, è indicativa dalla volontà di Bolsonaro di procedere a una svolta in politica economica. Pur nella vaghezza dei programmi infatti, sono state annunciate: la privatizzazione di importanti società statali con l’obiettivo di abbattere il debito pubblico (aumentato significativamente negli ultimi anni, dal 62% del 2014 all’84% del 2017); la semplificazione del sistema fiscale; la riforma del sistema pensionistico; l’aumento del grado di apertura commerciale del Paese, attualmente ancora particolarmente “protetto”. Il dazio medio sui prodotti importati è infatti superiore all’8%, con picchi del 35% nel tessile e sui veicoli a motore. Sono inoltre presenti barriere di natura non tariffaria (requisiti tecnici, sanitari, ambientali, local content requirement): ad esempio, i prodotti alimentari e i cosmetici sono soggetti a licenza e necessitano di autorizzazioni da parte di diversi organi di controllo.

I primi mesi della nuova amministrazione, che entrerà ufficialmente in carica il 1° gennaio 2019, saranno cruciali per comprendere in che misura il percorso di riforme delineato sia realizzabile. Sono infatti molti gli ostacoli che il nuovo governo dovrà affrontare: in primis la forte frammentazione parlamentare e una maggioranza non troppo ampia; in secondo luogo, l’opposizione di diversi gruppi di interesse che hanno contribuito alla vittoria di Bolsonaro e che sono favorevoli al mantenimento dello status quo (in particolare, militari, evangelici e produttori agrari); inoltre, non è da escludere la possibilità di frizioni anche all’interno della stessa compagine di governo, tra l’ala liberale e la corrente maggiormente orientata alla difesa degli interessi nazionali.
Le imprese italiane con interessi nel Paese dovranno monitorare con attenzione l’evoluzione del contesto politico-economico del Brasile, un mercato che continuerà a rappresentare un’importante fonte di domanda per i prodotti Made in Italy e una geografia ricca di opportunità anche dal lato degli investimenti: non a caso il Brasile è tra le geografie prioritarie come definito dalla Cabina di regia sull’internazionalizzazione.

Nel 2017 le esportazioni italiane hanno raggiunto i 3,8 miliardi di euro, in aumento di quasi il 19% rispetto al 2016 e l’ottima performance è proseguita anche nei primi 8 mesi del 2018 (+11,6%, oltre le previsioni già ampiamente positive di SACE SIMEST; Figura 1), principalmente grazie al traino dei beni di investimento, ma anche della farmaceutica. Si tratta di risultati incoraggianti, ma il percorso per tornare al livello record del 2013 (5,1 miliardi di euro) è ancora lungo. Nel prossimo triennio 2019-21, secondo le previsioni SACE SIMEST, si recupererà una buona parte del terreno grazie a un incremento del 5,7% in media l’anno, con buone prospettive nei settori della meccanica strumentale, della chimica e dei mezzi di trasporto. La ripresa in corso nel Paese apre infatti spazi per una domanda potenziale per i beni italiani, specie per i nostri macchinari (agricoli, alimentari, per imballaggi, per la lavorazione dei metalli, del vetro e della plastica). L’industria locale inoltre necessita di trasferimenti di know-how e di continui aggiornamenti delle tecnologie esistenti, oltre a pezzi di ricambio o servizi post-vendita. La nostra quota di mercato in Brasile è in linea con quella dei principali peer europei ma ben inferiore a quella della Germania (2,6% vs 6,1%). Ciò testimonia che le opportunità e i margini di crescita per le nostre imprese non mancano.

Davide Serraino

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