Export vino italiano 2019 e nuovi strumenti di promozione

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Secondo l’analisi sulla vendemmia 2019 e sui prezzi dei vini condotta da Unioncamere e BMTI, la produzione di uva è scesa del 6,5% rispetto al 2018, ma i volumi restano elevati, toccando i 70 milioni di quintali.

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L’ampia produzione, unita alle cospicue giacenze presenti nelle cantine, spiegano la riduzione dei prezzi delle uve da vino che si è registrata su base annua, in particolare nel Veneto e in Piemonte:

  • -21% per le uve destinate alla produzione di Amarone e Recioto DOC
  • -14% per le uve Glera ideonee al Prosecco DOC
  • -18% per le uve del Prosecco DOCG Conegliano - Valdobbiadene
  • -4% per il Dolcetto d’Alba
  • -26% per le uve del Langhe-Nebbiolo
  • -21% per le uve del Chianti DOCG
  • -3% per le uve del Franciacorta.

Tra le uve destinate ai grandi rossi toscani, prezzi praticamente stabili per quelle destinate alla produzione di Brunello di Montalcino e Nobile di Montepulciano, mentre segnali di consolidamento, dopo il rialzo osservato nel 2018, sono emersi per le uve del Chianti Classico (+2%).

Aumenti considerevoli si sono osservati invece in Emilia Romagna per le uve da Lambrusco DOC (+48% rispetto al 2018) e in Abruzzo per le uve destinate a produrre Montepulciano d’Abruzzo (+27% rispetto al 2018).

Export

Wine Monitor ha analizzato le importazioni di vino nei principali mercati di consumo nel 2019. Il vino italiano ha visto un generale incremento dell’export, specie nei mercati dell’Unione europea grazie agli accordi di libero scambio. L’Italia ha chiuso l’anno con una crescita nelle esportazioni del 2,9% rispetto al 2018 (stima Nomisma).

L’export verso la Francia è cresciuto del 6% (grazie soprattutto alle ottime performance del Prosecco) e in Svizzera del 3,8%.

Nel Regno Unito e in Norvegia non si sono registrati cambiamenti significativi rispetto l’anno precedente. In Germania, mercato fondamentale per i vini italiani, si è invece registrata una flessione pari all’1,9%.

Nell’Est Europa gli spumanti come il Prosecco hanno ottenuto ottimi risultati: la Polonia ha aumentato le importazioni di vino italiano del 17%, la Repubblica Ceca dell’8% e la Slovacchia del 24%.

Nei mercati terzi, le importazioni sono cresciute quasi ovunque, fatta eccezione per Cina, Hong Kong e Australia.

Gli Stati Uniti hanno toccato il massimo storico in termini di importazioni (per un valore di 5,55 miliardi di euro), probabilmente sostenuto da un accumulo di scorte in previsione dell’applicazione dei dazi sui vini europei (esclusi al momento quelli italiani) collegati al contenzioso «Airbus-Boeing». L’import di vino italiano negli USA è cresciuto del 4,2%.

La Cina, per il secondo anno consecutivo, ha subito una sensibile flessione arrivando quasi a -10%. A farne le spese è stata soprattutto la Francia (-31%). Un rallentamento che, a fronte dell’epidemia del Coronavirus, non migliorerà facilmente ed è probabile che rimandi la ripresa delle importazioni alla seconda metà del 2020. Le importazioni di vino italiano si sono ridotte nel 2019 del 3,6%.

Le esportazioni made in Italy sono cresciute del 15,6% in Giappone e del 5,4% in Canada (entrambi i paesi hanno un accordo di libero scambio con l’Unione europea). Hanno colto le opportunità di crescita in Giappone anche la Francia (+15%) e la Spagna (+24%).

La Corea del Sud, sempre grazie all’accordo di libero scambio, rappresenta una realtà interessante: negli ultimi 5 anni gli acquisti di vino italiano sono aumentati in valore del 51%.

Previsioni per il 2020

Sulle sorti delle esportazioni del vino gravitano alcune incognite. La prima proviene dalla lista di prodotti europei colpiti dai dazi americani che il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America aggiorna ogni 6 mesi. L’ultima revisione della lista di metà febbraio 2020 non contempla il vino italiano (a differenza di quanto avvenuto invece per altri prodotti alimentari). Tuttavia, nulla vieta che anche ai vini italiani venga riservato lo stesso trattamento toccato a quelli francesi dall’ottobre 2019.

Anche dall’incognita Brexit potrebbero derivare nuovi dazi a seguito di mancati accordi doganali che preoccupano i nostri produttori.

La Cina rappresenta per l’Italia un mercato marginale (la quota dei vini italiani sull’import cinese  pesa per poco più del 6%). Il Paese proviene da 2 anni di flessione economica sui quali si innesta il fenomeno del Coronavirus che ha portato il blocco della produzione e delle importazioni.

Per reagire alla pandemia Covid-19 alcuni viticoltori e Consorzi oltre a utilizzare sempre più il commercio elettronico hanno iniziato a proporre esperienze di degustazione digitali.

I tradizionali momenti di incontro con i clienti, i buyer e i sommelier stranieri (le degustazioni in cantina e le principiali fiere di settore) non sono al momento percorribili. Per rispondere all’emergenza sanitaria alcuni viticoltori stanno quindi organizzando, a livello B2B:

  • incontri in videoconferenza con giornalisti e specialisti
  • il “digital tasting” (prima si inviano i campioni, poi si organizzano da remoto i momenti di presentazione dei vini ).

Per raggiungere invece i consumatori finali in un’ottica B2C alcuni viticoltori stanno utilizzando:

  • tutorial e webinar in cui i vignaioli accompagnano alla scoperta dei loro vini
  • video divulgativi con approfondimenti e consigli sui possibili abbinamenti promossi tramite i canali social
  • e-mail newsletter curate da sommelier.
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