Relazioni commerciali Italia - Emirati Arabi: confermato il trend positivo

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I dati sull’interscambio Italia-EAU nel primo semestre 2017 hanno confermato il trend positivo registratosi a partire dallo scorso maggio dopo un primo quadrimestre interlocutorio ed un difficile 2016. Nel periodo in questione, l’export italiano verso gli EAU ha infatti totalizzato 2.66mld di euro: +1,2% rispetto all’analogo periodo del 2016.

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Questo dato, unitamente ad una flessione del 25% delle importazioni, passate da 511 a 381 milioni di euro, ha fatto sì che anche il saldo commerciale, comunque sempre attivo per il nostro Paese anche nei periodi di contrazione delle esportazioni, sia tornato a salire di quasi l’8%, superando i 2.28 mld di euro.

A trainare la crescita delle nostre esportazioni sono stati, in particolare:

  • i macchinari di impiego generale ed altre macchine di impiego generale (+16,7% e +17,4%)
  • i raffinati del petrolio (+46,2%)
  • la cosmetica (+18%)
  • gli autoveicoli (+20%)
  • metalli di base preziosi ed altri metalli non ferrosi” che con un notevole incremento percentuale (+484%) ha raggiunto valori assoluti di rispetto.

Sembra invece rallentare il trend negativo del comparto della “gioielleria”, assestatosi a - 7,2%, dato che tuttavia incide notevolmente sulla bilancia commerciale poiche’ rappresenta circa il 16% del totale delle nostre esportazioni verso gli EAU. 

Dal lato dell’import, e’ diminuita soprattutto l’importazione dei metalli non ferrosi (-59%) e di prodotti chimici (-15,7%).
Va notato che le importazioni degli Emirati nel primo semestre 2017 hanno registrato globalmente un aumento del 4, 7%, raggiungendo i livelli dello stesso periodo del 2015, con l’Italia che si colloca all’11mo posto tra i principali Paesi fornitori, con un quota di mercato del 2,8%.

Tra i Paesi concorrenti continua a crescere la quota di mercato dell’India, al primo posto con il 16,4%, mentre la Cina, seppur molto forte, e’ passata dal 16% del 2016 al 13,7% nel 2017. Tra gli altri dati interessanti si rileva il trend estremamente positivo della Turchia che ha più che raddoppiato la propria quota di mercato passando dal 2,2% al 5,5% nel semestre, oltre alla crescita graduale ma ininterrotta di Hong Kong e Iran, che hanno raggiunto rispettivamente il 3,7% e 3,4% della quota di mercato degli EAU. Tra i Paesi UE, il Regno Unito consolida la propria posizione passando da 4,16% a 4,87% mentre la Germania (primo fornitore europeo) ridimensiona notevolmente il proprio peso passando dall’8% al 5,7% in questo primo semestre 2017.

Bilancia commerciale

Si consolida il trend positivo della nostra bilancia commerciale nei confronti degli EAU. Nei primi 7 mesi del 2017 l’export italiano verso gli EAU e’ infatti cresciuto del 4,8% superando i 3,22 miliardi di euro, contro i 3,07mld del 2016. Dal canto loro, le importazioni di prodotti emiratini hanno invece subito una flessione del 14,3% rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente passando da 603 a 517 milioni di euro.
Conseguentemente il saldo commerciale, sensibilmente favorevole all’Italia, e’ cresciuto di oltre il 9%, raggiungendo i 2,7 miliardi.

La robusta performance dell’export ha permesso al nostro Paese di riconquistare il 10^ posto nella graduatoria dei principali fornitori degli EAU a danno della Corea del Sud, con una quota di mercato complessiva del 3%. Tra i Paesi concorrenti, al primo posto consolida la propria posizione l’India con il 15,6% di quota di mercato, la Cina, pur con delle perdite si assesta su 14%, gli Stati Uniti al terzo posto detengono il 9,7%. 

Molto interessante la performance della Turchia che e’ passata dal 2,2% del 2016 al 5,67% attuale, eguagliando di fatto la Germania che occupa ancora il 4^ posto tra i fornitori degli EAU con il 5,8% della quota di mercato ma che, rispetto allo scorso anno, ha perso oltre il 20% del proprio fatturato.

Quadro macroeconomico

Gli Emirati Arabi Uniti, con la loro posizione geografica strategica al centro delle principali direttrici est-ovest e le abbondanti riserve di combustibili fossili che ne hanno trainato la crescita economica, sono diventati in meno di 50 anni uno Stato fortemente sviluppato con un elevato tenore di vita (il PIL pro-capite è tra i più alti al mondo).
L’economia è aperta e dinamica, soprattutto per merito di politiche di diversificazione che hanno ridotto l’incidenza delle rendite petrolifere sulla quota del PIL dal 60% del 1980 all’attuale 30%. Tale incidenza è inoltre destinata ad assottigliarsi ulteriormente nei prossimi anni, secondo quanto deliberato dal Governo federale a gennaio 2016. Le zone di libero scambio presenti nel Paese (FTZ), con possibilità di proprietà straniera al 100% e totale esenzione fiscale, attirano consistenti capitali esteri.

Nel 2009/10 la crisi finanziaria globale, che ha colpito in particolare l’Emirato di Dubai, ha rallentato le prospettive di crescita e ha spinto il Governo, da un lato, ad esercitare un più stretto controllo sui progetti a capitale pubblico, dall’altro ad aumentare la liquidità nel settore bancario e sostenere la spesa pubblica per favorire la ripresa.
A partire dal 2011 l’economia nazionale emiratina ha comunque ripreso a crescere progressivamente fino alla metà del 2015 quando, a causa dei bassi prezzi degli idrocarburi, ha subito un rallentamento assestandosi al 2,6 % nel 2016. 

La diversificazione economica attuata nel Paese in settori non oil (principalmente infrastrutture, edilizia e turismo), che compensa i mancati introiti del petrolio, fa sperare in una più corposa crescita del PIL nei prossimi anni. Tuttavia una recente missione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica degli Emirati Arabi Uniti (EAU).

Ad aprile il tasso di crescita reale del PIL per il 2017 era stato abbassato al 1,5% come conseguenza del taglio della produzione petrolifera previsto dagli accordi Opec e il settore “non oil” dovrebbe far registrare una crescita inferiore alle precedenti previsioni (3,3% contro 3,8%).

Più marcata è la correzione sul 2018, giacché la previsione passa al 3,4 (dal 4,4% di aprile). Secondo il FMI, comunque, nei prossimi anni si assisterà a un recupero dell`economia. In particolare il settore “non oil “ dovrebbe fare registrare tassi di crescita nel medio termine superiori al 3%, beneficiando degli investimenti in vista di Expo 2020.

Sulla ripresa permangono in effetti rilevanti fattori di rischio

In particolare, il FMI ne individua quattro: 

  • mancata risalita dei prezzi petroliferi; 
  • inasprimento delle condizioni finanziarie; 
  •  intensificarsi delle crisi regionali; 
  • aumento del protezionismo. 

Ad inizio anno si prevedeva un graduale recupero delle quotazioni del petrolio in grado di assicurare un prezzo medio nel 2017 intorno ai 55 dollari al barile per il Brent. Tuttavia, l’aumento maggiore della produzione di shale oil negli USA sta vanificando il taglio della produzione attuato dal Opec e da 11 paesi non Opec e nei primi sei mesi dell`anno il prezzo medio è stato inferiore a 50 dollari per barile.
L`ultimo dato del International Energy Agency segnala un incremento della produzione da parte dei paesi aderenti all`accordo, per cui a giugno i tagli in ambito Opec sono stati del 22% inferiori a quanto concordato. Gli stessi EAU stanno - a quanto pare - continuando a produrre più del dovuto.
Nel 2016, il disavanzo fiscale è stato pari al 4,1% del PIL e nel 2017 si prevede che possa scendere al 3,1%. In proposito, il FMI raccomanda di rafforzare la trasparenza nella formazione del bilancio per assicurare la credibilità dell`aggiustamento fiscale.
Inoltre il FMI sottolinea l’esigenza di potenziare il controllo sulle passività generate dalle società parastatali (c.d. GRE), poiché potrebbero costituire una fonte non trascurabile di rischio finanziario. 

Fonte infomercatiesteri
Tribuna Economica (© Riproduzione riservata)
 

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